La sua estensione territoriale è pari a quella del Trentino Alto Adige, ma la sua importanza strategica nel contesto mediterraneo appare molto più in ascesa di quanto sembri in apparenza. Il riferimento è al Montenegro, piccolo stato nato nel 2006 a seguito di un referendum popolare in cui è stato chiesto agli elettori se continuare a convivere con Belgrado oppure se fare di Podgorica una nuova capitale affacciata sull’Adriatico. Per staccarsi dalla Serbia, Paese con il quale condivide religione e lingua, il “sì” all’indipendenza doveva raggiungere almeno il 55% in modo da non far decidere ad una maggioranza semplice di elettori il destino del Paese; dieci anni fa, nel mese di maggio, il “sì” ha vinto con il 55.4% dei voti, un distacco minimo ma sufficiente a far nascere il Montenegro come Stato indipendente, tanto che ai mondiali di calcio disputati un mese dopo in Germania si è avuta l’inedita situazione di una squadra nazionale senza più nazione, visto che nella fase a gironi si era qualificato il team ‘Serbia&Montenegro’.

I festeggiamenti a Podgorica per la vittoria del SI al referendum sull'indipendenza. Era il 21 maggio 2006

I festeggiamenti a Podgorica per la vittoria del SI al referendum sull’indipendenza. Era il 21 maggio 2006

Questo piccolo Paese, domenica va alle urne per scegliere il nuovo parlamento e la questione potrebbe farsi molto delicata; nonostante i livelli di corruzione molto elevati, nonostante un governo guidato da un più che discutibile Milo Djukanovic che, come si legge nell’articolo su Occhi della Guerra di Matteo Carnieletto, è stato più volte associato ad inchieste internazionali sul traffico di tabacco, nonostante una classe dirigente poco presentabile e poco difendibile, gli USA e l’occidente insistono da tempo affinché il Montenegro entri nella NATO. In molti già dieci anni fa l’avevano previsto. L’indipendenza di Podgorica è solo il primo passo per porre il Paese nell’orbita occidentale, sperando che la dipendenza economica verso l’estero di un Paese territorialmente molto piccolo potesse velocemente far saltare il fosso del Montenegro dalla tradizionale alleanza con i Paesi dell’est Europa e con la Russia. In realtà, non tutto appare così semplice come nei calcoli di molti analisti occidentali. Se da un lato infatti Djukanovic è favorevole all’ingresso nell’alleanza atlantica, dall’altro però vi è un’opposizione che promette barricate contro la prospettiva di salutare definitivamente i cugini serbi e russi ed in vista delle elezioni di domenica essa si mostra molto compatta per il raggiungimento di un comune obiettivo. L’opposizione inoltre non è soltanto parlamentare; una buona fetta di società civile rifiuta l’ingresso nella NATO. Associazioni, sindacati, docenti universitari, studenti ed anche la locale Chiesa ortodossa, molte categorie non vogliono sentir parlare di alleanza atlantica, preferendo invece una posizione più neutrale per il Paese, posizione tra l’altro che è naturale vocazione per una nazione così piccola bisognosa, da un lato, di importanti legami economici con diversi partner e, dall’altro, di conservare e mantenere preziosi e vitali legami culturali ed identitari storici i quali potrebbero essere spazzati via nel caso in cui Podgorica diventi ‘occidentale’ a tutti gli effetti.

Milo Djukanovic, 'uomo forte' e discusso del Montenegro

Milo Djukanovic, ‘uomo forte’ e discusso del Montenegro

L’ingresso del Montenegro nella NATO sarebbe quindi una forzatura, che potrebbe però avere una ‘giustificazione’ elettorale in base al risultato di domenica. Se il partito dell’attuale premier ottenesse un buon numero di seggi, scatterebbe il disco verde per l’ancoraggio del Paese a Washington e Bruxelles, mentre la speranza dell’opposizione è al contrario quella di evitare il continuare del predominio di Djukanovic per rimettere in discussione gli accordi con l’alleanza atlantica e dare voce a quella piazza di Podgorica che, lontana dall’essere considerata ‘primaverile’ o ‘colorata’, nell’ottobre 2015 questa volta è andata contro gli interessi USA ed ha manifestato la propria contrarietà alla NATO. L’importanza strategica del Montenegro è intuibile prendendo in mano una comune cartina; guardando l’intera fascia balcanica che si affaccia sul Mediterraneo, si nota come da nord a sud essa sia formata da nazioni già dentro la NATO o comunque in buoni rapporti con essa. Slovenia e Croazia ne sono già dentro, più a sud ben si conosce la storia atlantica della Grecia, al centro vi è un’Albania palesemente filo Washington per via della storica rivalità con i serbi e per l’appoggio alla questione kosovara data dalle amministrazioni USA, mentre l’unico spazio che permette lo sbocco a mare dell’asse Mosca – Belgrado rimane proprio quello del Montenegro. Ecco quindi perché i paesi NATO vogliono accogliere Podgorica nel ‘club’ atlantico, la Serbia sarebbe isolata e quasi costretta a guardare verso Bruxelles, mentre la Russia perderebbe l’ultimo tassello sul mar Adriatico. Le elezioni di domenica sono quindi strategiche per questo motivo: dalle urne di un piccolo stato, potrebbe nascere la base di un nuovo braccio di ferro tra Casa Bianca e Cremlino.