Nel mondo occidentale, la stampa generalista ha ultimamente dato poco spazio alle questioni di politica estera inerenti la Cina. O, per meglio dire, uno spazio sicuramente minore rispetto a quello dedicato alla minaccia dell’Isis o alla questione ucraina. Eppure una nuova e importante crisi diplomatica tra il blocco euroatlantico e i suoi rivali si sta aprendo proprio da quelle parti. A spaventare in prima istanza gli Stati Uniti è stata la sempre maggiore integrazione tra l’orso russo e il dragone cinese. Un’integrazione che, va detto, è frutto soprattutto della miopia strategica occidentale relativamente alla crisi di Kiev. La Russia, vistasi chiudere le porte a occidente, si è trovata spinta sempre di più tra le braccia del naturale alleato cinese, di cui ha sposato appieno la teoria di una nuova “silk road” economica. Questo ha portato nel giro di pochi mesi a un cambio di scenario travolgente. Innanzitutto la sempre maggiore integrazione all’interno della Shanghai Cooperation Organization, che proprio questa settimana si ritrova a Ufa, in Russia, per un summit congiunto con i Paesi del Brics. La Sco a Ufa vedrà l’avvio del processo di ampliamento a India e Pakistan, un passo storico, mentre nuovi Paesi sembrano volersi affacciare alla nuova alleanza, come la Turchia di Erdogan e l’Egitto di Al Sisi.

Così come storico è l’avvio ufficiale della New Development Bank, meglio nota come Brics Bank, che va ad affiancarsi alla Asian Infrastructure Investment Bank partorita proprio da Pechino. Progetti finanziari globali, questi, alternativi all’attuale egemonia anglosassone di Fondo Monetario Internazionale e World Bank. Progetti in cui la Cina farà la parte del leone, visto che quasi sicuramente cinese sarà il primo presidente della Aiib e la Cina sarà azionista di maggioranza. Le trattative in corso tra i ministeri delle finanze cinese e russo, l’ultima delle quali si è svolta martedì durante una riunione bilaterale a Mosca, per una progressiva de-dollarizzazione del sistema monetario mondiale sono l’ennesima, importantissima avvisaglia, insieme all’incremento delle riserve auree da parte della banca centrale moscovita, di un asse sino-russo sempre più forte e coeso che punta al depotenziamento e, in ultima istanza, allo sfaldamento del progetto di un nuovo ordine mondiale unipolare sotto il controllo degli Stati Uniti. Ecco perché non stupisce il modo in cui Washington ha recentemente alzato la voce contro la presenza di navi della marina cinese in alcune isole artificiali nel Mare cinese meridionale, con la scusa della “tutela della libertà di navigazione” e della difesa degli interessi delle Filippine. E’ ovviamente superfluo, in tale contesto, aggiungere come proprio i fondali di quelle acque siano ricchi di risorse naturali. E ancora non stupisce la volontà di accelerazione impressa dalla presidenza Obama all’approvazione del Tpp, il trattato di libero scambio con i Paesi del sud est asiatico. Va inoltre aggiunto come proprio gli Usa abbiano, nell’annuale relazione sui diritti umani nel mondo di fine giugno, tuonato più duramente del solito controPechino.

Un’accusa cui la Cina ha risposto con una relazione del Consiglio di Stato in cui si menzionava come gli Usa non potessero “permettersi di criticare nessuno” su questo versante, essendo teatro di violenze continue contro le minoranze etniche, in particolar modo quella afroamericana. Ecco che allora, non desta sorpresa nemmeno il fatto che Obama abbia recentemente pianificato una visita in Vietnam, lo storico nemico. Un viaggio, quello del presidente Usa, che ha lo stesso significato della mano tesa all’Iran sul programma nucleare e del disgelo con Cuba: un tentativo di indebolire il fronte avversario, “accarezzando” gli storici alleati di Mosca e Pechino. In questo scenario si è inserita la crisi della Borsa di Shanghai. Ad ora in pochi hanno menzionato la possibilità di una mano esterna, eppure, vista la tempistica, con la quasi “ironica” coincidenza con l’inaugurazione di Aiib e Brics Bank, e visto il fatto che le potenzialità in termini di economia reale della Cina non riflettono assolutamente questa volatilità, questa prospettiva non è da escludere. L’Occidente infatti, ormai infinitamente debole in termini di coesione culturale e ideologica rispetto alle economie emergenti, ha ancora innegabilmente nella propria manica l’asso degli attacchi speculativi. Lo si è visto chiaramente con la crisi del rublo nello scorso dicembre e con il persistente ribasso dei prezzi del petrolio. Dunque tra Cina e Stati Uniti la guerra economica è già iniziata. Un confronto militare, lungi dall’essere definibile come “impossibile”,è invece solo una probabilità di medio periodo. Almeno per ora.