La tragica farsa in cui è stata coinvolta l’Ucraina dai tempi dello sciagurato colpo di stato di Piazza Maidan potrebbe vivere da qua a un mese il suo momento più drammatico. La spada di Damocle di un debito pregresso di 70 miliardi, di cui 15 detenuti dal FMI, grava sul governo di Kiev, raffazzonata compagine di cui sono membri politici di basso livello, nazionalisti travestiti da patrioti e “oriundi” che hanno ricevuto la cittadinanza del paese per il puro fine di entrare nel gabinetto di Yatsenyuk, come il ministro delle Finanze Natalia Jaresko, nativa dell’Illinois e cittadina ucraina dal 2 dicembre 2014. Il 24 luglio scade il termine per il pagamento di una consistente tranche del debito, e nemmeno gli alleati del nuovo regime ucraino, i paesi NATO che tanto hanno lasciato correre per quanto riguarda i progetti di pulizia etnica nell’Est e l’impiego di forze paramilitari apertamente neonaziste come il battaglione Azov, sembrano decisi a transigere: troppo forti le pressioni di grandi gruppi di interesse, quali sono quelli facenti capo a George Soros e Goldman Sachs, per consentire al governo di Kiev di rinegoziare il proprio debito. Yatsenyuk e Poroshenko stanno ripercorrendo il cammino seguito da Eltsin negli anni Novanta, e i risultati sono per ora concordi: i giacimenti di risorse naturali sono stati venduti a prezzo stracciato a un gruppo ristretto di oligarchi, l’inflazione galoppa, e le spese militari sono mantenute irrazionalmente alte nonostante la contrazione drammatica subita dal PIL. Sono stati infatti 17 i punti percentuali lasciati sul terreno dall’economia ucraina, tracollo clamoroso e senza precedenti nella storia del paese dai tempi dell’Holodomor staliniano.

L’assurda pretesa di poter condurre un paese storicamente, culturalmente e materialmente inserito nel tessuto esteuropeo nella zona di influenza dell’Occidente non ha ottenuto consensi di rilievo tra la popolazione, che si è trovata vessata dalle politiche di austerità, dalle “ricette” care a quel Washington Consensus, che ora è degnamente pareggiato dalla sua filiale di Bruxelles, e dall’assurda guerra del Donbass. Mentre la conversione di Kiev al neoliberismo si è già riflessa in impennate nelle principali bollette, nel crollo del commercio con l’estero a causa del gelo dei rapporti con la Russia e in un aumento sensibile della povertà e della disparità sociale, il governo tenta di tappare le falle senza trovare rimedi concreti al disastro in cui ha trascinato il paese. Il crollo del consenso interno e l’impossibilità di trovare uomini politici di spessore che diano il loro contributo alle assurde politiche dei golpisti di Maidan ha trovato la sua palese esternazione nella nomina a governatore di Odessa dell’ex presidente georgiano Saakashvili, “atlantista di ferro” responsabile diretto della guerra in Ossezia del 2008 e del collasso economico della Georgia.

Il 24 luglio sarà la data soglia, ma tecnicamente e materialmente l’Ucraina è già allo sbando; quel giorno potrebbe essere semplicemente certificata una situazione di fatto. Intanto, la coesione sociale sta andando a catafascio a causa dei draconiani bandi di arruolamento, estesi anche a ragazzi di vent’anni, con i quali il duo Yatsenyuk-Poroshenko chiede ai suoi giovani di unirsi all’esercito per andare a Donetsk a crepare per la NATO, per Svoboda, per i nazisti dell’Azov, per i nostalgici di Stephen Bandera. 10.000 morti sono l’assurdo fardello che la scelleratezza di pochi sinora ha causato. L’unica via di uscita per il paese potrebbe essere un riequilibrio interno che dia voce nel governo alle vere prerogative agognate dalla popolazione; la defenestrazione dei satrapi chiamati da oltremare per fare da manovalanza ai disegni perversi degli scagnozzi di Soros & co che detengono il potere è un primo e decisivo passo che il popolo ucraino dovrà compiere. Solo spezzando le catene di una propaganda becera, che mira a fuorviare la gente dai problemi interni attraverso l’incitamento allo scontro etnico con i russi, l’Ucraina saprà trovare la sua vera strada, uscendo dalla sua tragica situazione presente.