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La decisione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di sospendere i visti di ingresso nel paese ai cittadini di Iran, Iraq, Siria, Libia, Somalia, Sudan e Yemen ha rappresentato un vero e proprio passo falso da parte della nuova amministrazione, che agendo in maniera a dir poco impulsiva ha causato una situazione caotica per mezzo di un provvedimento criticabile sotto vari punti di vista. In primo luogo, come sottolineato da diversi commentatori tra cui Enrico Mentana, la pretesa volontà di Trump di combattere la diffusione del terrorismo islamista negli Stati Uniti per mezzo del provvedimento restrittivo si scontra con la realtà dei fatti, secondo la quale nessuno degli attentati che dall’11 settembre 2001 in avanti hanno colpito l’America sono stati compiuti da cittadini dei paesi oggetto del “bando”. In secondo luogo, è criticabile la natura stessa dell’atto, che prima ancora di puntare a identificare i sospetti spinge a colpevolizzare i popoli dei paesi interessati e si presta a generare inconvenienti. Inoltre, un articolo apparso sul Washington Post il 30 gennaio sottolineava la profonda spaccatura apertasi in seguito all’emanazione dell’atto tra la Casa Bianca e il Partito Repubblicano, i cui vertici non sono stati consultati da Trump e dai suoi principali consiglieri, come il Chief of Staff Reince Preibus e il Chief Strategist Steve Bannon, prima dell’annuncio di un provvedimento che ha tutta l’aria di apparire come una concessione a quell’ala ultraconservatrice del Grand Old Party su cui Trump ha fatto affidamento sin dalla sua discesa in campo e che lo ha compattamente sostenuto nel corso della campagna presidenziale.

Ma più di ogni altra cosa, è importante sottolineare come l’approccio iniziale dell’amministrazione del tycoon newyorkese al contrasto al terrorismo internazionale non abbia fatto segnare quel salto di qualità che per gli USA è oltremodo necessario dopo il caos che ha contraddistinto la fine dell’amministrazione Obama. È infatti importante sottolineare come sei dei sette Stati interessati dall’ordine esecutivo di Trump siano stati oggetto, dagli Anni Novanta in avanti, di interventi militari o ingerenze statunitensi che nei casi macroscopici di Iraq, Siria e Libia hanno finito per fungere da incentivazione alla diffusione del terrorismo: l’America che si ripiega oggi temendo di “importare terrorismo” continua a non prendere opportuni provvedimenti per fermare i cospicui contributi dati in passato all’esportazione del terrorismo stesso. Un’esportazione di terrorismo condotta sia per mezzo di una politica estera e militare scellerata che, rovesciando o minacciando la tenuta dei governi di paesi sovrani come Libia, Iraq e Siria, ha scoperchiato il vaso di Pandora del jihadismo internazionale sia attraverso l’incentivazione di ambigue alleanze con paesi rivelatisi palesi sostenitori del terrorismo.

Non si è avuta, da parte della nuova amministrazione, una denuncia del “patto col diavolo” apertamente denunciato da Fulvio Scaglione nel suo importantissimo saggio omonimo e in una serie di articoli come quello pubblicato per Linkiesta nel quindicesimo anniversario della sciagura delle Torri Gemelle in cui si identificano chiaramente l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo Persico come “i padrini e gli ispiratori del terrorismo islamico”.

Soldati delle forze USA in Yemen, Paese soggetto al bando promosso da Trump in cui lo scorso 29 gennaio, gli Stati Uniti hanno subito la prima vittima militare del 2017, nel corso di un raid contro Al Qaeda. (© Reuters)

Soldati delle forze USA in Yemen, Paese soggetto al bando promosso da Trump in cui lo scorso 29 gennaio, gli Stati Uniti hanno subito la prima vittima militare del 2017, nel corso di un raid contro Al Qaeda. (© Reuters)

 L’Arabia Saudita non è stata inclusa nel bando imposto da Trump, la cui amministrazione non ha sino ad ora portato avanti le politiche annunciate dal tycoon repubblicano nel corso della campagna elettorale che lo vedeva contrapposto a Hillary Clinton, notoriamente oggetto delle preferenze di Riyadh: dopo aver annunciato di voler stoppare le importazioni di petrolio saudita, infatti, Trump sembra avere intenzione di coinvolgere Riyadh nella sua strategia sulla Siria. Saagar Enjeti ha segnalato infatti in un articolo scritto per The Daily Caller come nel corso di un colloquio telefonico Trump e il Re saudita Salman abbiano concordato sulla necessità di instituire le famose safe zones in Siria coperte da apposite no fly zone e discusso del futuro dei rapporti tra i rispettivi paesi, notevolmente complicatisi sul finire dell’era Obama. Tale soluzione contrasterebbe apertamente con i piani di pacificazione della Siria proposti dai rappresentanti di Russia, Turchia e Iran ai recenti colloqui di Astana e, di conseguenza, rischierebbe di porre numerosi punti interrogativi sul processo di riavvicinamento tra Washington e Mosca, destinate a mediare numerose contrapposizioni geopolitiche. Un nodo cruciale, in tal senso, è rappresentato dal concreto rischio di un nuovo congelamento dei rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e l’Iran, che da anni è impegnato in prima linea nel contrasto al terrorismo jihadista e si vede ora nuovamente bollato sul sito ufficiale della Casa Bianca come una minaccia alla sicurezza nazionale americana. Nello staff di Trump sono presenti numerosi avversatori accaniti del dialogo tra Washington e Teheran, chiave di volta di un possibile riassestamento geopolitico in Medio Oriente e della riappacificazione con la Russia, primo fra tutti Michael T. Flynn, che ha recentemente pubblicato un saggio intitolato The Field of Fight: How We Can Win the Global War Against Radical Islam and Its Allies assieme al noto esponente neoconservatore Michael Ledeen.

Il Segretario alla Difesa scelto da Trump, l’ex Generale dei Marines James “Mad Dog” Mattis, dovrebbe invece ben conoscere il coinvolgimento statunitense nello sviluppo del terrorismo islamico radicalizzato, in quanto vi ha indirettamente contribuito con la condotta tenuta nel corso della guerra in Iraq, nel corso della quale le forze da lui guidate si resero protagoniste di almeno due luttuosi episodi destinati ad alimentare per anni la propaganda antiamericana nel paese. Dopo aver ordinato il 2 maggio 2004 il bombardamento del villaggio di Mukaradeeb, nel corso del quale un matrimonio si trasformò in un vero e proprio carnaio nel quale persero la vita 42 civili iracheni, Mattis guidò le operazioni nel corso della famigerata battaglia di Fallujah, trasformatasi nel vero e proprio “manifesto” del jihadismo internazionale a seguito della scandalosa condotta tenuta dalle forze armate statunitensi nei confronti della popolazione civile irachena. Con queste premesse, e viste le prime mosse compiute dal nuovo governo di Washington, sembra difficile ipotizzare un completo sganciamento degli USA dal loro recente passato nel breve periodo. La focalizzazione su una presunta “importazione di terrorismo” rischia di impedire all’amministrazione Trump l’implementazione di politiche efficaci volte a slegare gli Stati Uniti dalla tendenza completamente opposta che li contraddistingue da oltre un decennio a questa parte.

Lo sconvolgente documentario di Sigfrido Ranucci intitolato Fallujah – La strage nascosta è andato in onda per la prima volta l’8 novembre 2005 sulle reti televisive della Rai, ed è stato successivamente ripreso da tutte le maggiori testate mondiali. Ranucci ha svelato retroscena allucinanti sulla condotta delle forze americane nel corso delle operazioni militari di fine 2004, durante le quali esse avrebbero fatto uso indiscriminato di armi chimiche

Se una disanima sulle prime prese di posizione di Donald Trump e del suo governo su questioni tanto necessarie è sembrata doverosa, è bene sottolineare come le politiche della nuova amministrazione abbiano generato una ridda di polemiche e contestazioni nella maggior parte delle quali si intravede scorrere il fiele dell’ipocrisia. I decisori politici responsabili di numerosi disastri e dello sdoganamento del jihadismo negli ultimi anni, i media in passato tanto compiacenti nell’avvallare le guerre di Washington, come evidenziato da Marcello Foa ne Gli stregoni della notizia per i casi di Afghanistan e Iraq, e gli avversari dichiarati del Presidente dopo lo scorno ricevuto lo scorso novembre si fanno infatti addosso a Trump motivati più dalla volontà di rifarsi una verginità o perseguire interessi personali piuttosto che dal desiderio di proteggere i rifugiati e gli immigrati oggetto del contestato bando. È veramente sincera nella sua indignazione l’ex Segretario di Stato di Bill Clinton Madeleine Albright, colei che descrisse la morte di 500.000 bambini a seguito delle sanzioni imposte dagli USA all’Iraq come il giusto prezzo per punire Saddam Hussein?

Al tempo stesso, gli sforzi del Washington Post per denunciare la fallacia dell’ordine esecutivo di Trump non sono forse resi decisamente meno credibili se sulle colonne del sito del quotidiano compare, fianco a fianco agli articoli contro il Presidente, un chiaro messaggio di endorsement alla violenta opposizione che da mesi tenta di rovesciare il legittimo governo del Venezuela? E, infine, non appare oltremodo sospetta la fretta di Starbucks, che non ha perso tempo per lanciare la sua speciale campagna assunzioni e ribadire la sua inclinazione a continuare a considerare migranti e rifugiati come niente più se non una fonte di manodopera dequalificata? Domande che restano senza risposta, mentre continua ad infuriare un’isteria anti-Trump che rischia, nei prossimi mesi ed anni, di privare il Presidente di una facoltà generalmente concessa a tutti i governanti nei sistemi democratici: la facoltà di sbagliare, e di portare avanti tutte le operazioni a disposizione per rimediare ai propri errori.