Sono trascorsi quattro mesi dalla strage del Bataclan, pochi giorni dagli attentati compiuti in Mali, ed una settimana dall’ennesimo attacco ad Ankara, ma soprattutto dal vertice straordinario istituito a Bruxelles, in data 17 marzo, per decretare le sorti dei “migranti” o profughi siriani-dipende da contesto politico- che raggiungono la Turchia, nonché l’ammontare del sostentamento economico che l’UE avrebbe dovuto elargire alla medesima, in vista della famigerata zona cuscinetto o normalizzazione delle migrazione che dir si voglia.

Pochi giorni, dunque, dall’effetto “Profezia che si auto-avvera” enunciata dal presidente Turco, in occasione della cerimonia di commemorazione del centunesimo anniversario della battaglia di Gallipoli avvenuta lo scorso 18 marzo, che con dovizia certosina mediatica non ha avuto l’eco che meritava, e tre uomini si recano alle otto del mattino in luoghi eterotopici e liquidi come quelli dell’aeroporto internazionale di Zaventem, raggiunto comodamente in taxi, indossano guanti neri, si accingono al check-in, come fossero dei passeggeri abituali, con volto scoperto azionano le cinture ed attivano quel che viene definito scempio “martiriologico” ponendo in essere, ancora una volta, il processo di legittimazione sociale davanti a quel destinatario disorientato e che dovrebbe rispondere al grido di Allah Akbar!

A distanza di un’ora, una potente detonazione, causata dunque dal terzo kamikaze e non già da una bomba come precedentemente affermato dai media, frammenta il vagone della linea 1 della metropolitana di quella frequentatissima Stazione di Maelbeek; anche qui, luoghi simbolici e palazzi del potere. 31 Morti, più di duecento feriti, una nuova politica estera “coesa e cooperante” tra i paesi membri, un “coordinamento massiccio dell’intelligence internazionale”, ed infine, un comunicato ufficiale di “Travel Worning” in tutta Europa veicolato dai media USA. Questi, gli effetti del potere.

Gli attori dell’attentato

Sono quattro, secondo quanto dichiarato durante la conferenza avvenuta a Bruxelles dal procuratore belga Frederic Van Leeuw, gli esecutori della strage che ha avuto luogo martedì nella capitale europea. Immortalati dalle telecamere di “sorveglianza”, l’immagine è impressa nella mente di tutti. Tre uomini. Due i fratelli identificati: Khalidel El Bakraoui, attentatore suicida alla metropolitana di Maelbeek, e Ibrahim, kamikaze che ha azionato il detonatore all’aeroporto di Zaventem.

Infine, colui che avrebbe adempiuto al compito di costruire gli ordigni e pertanto artificiere, al quale sono imputabili gli attentati del 13 novembre scorso avvenuti in Francia nel teatro Bataclan, ad oggi ricercato e non già arrestato come dichiarato dalla stampa belga, tale Najim Laachraoui. Un quarto uomo, anch’esso ricercato. 27, 30 e 25 anni rispettivamente ed ancora una volta un legame consanguineo determina la trama di questa narrazione apologetica. Strutture parentali, obiettivi comuni e tanta tensione. Questo il denominatore comune che ha determinato le sorti dei giovani attentatori. Membri della cellula che organizzava in modalità “silente e pianificata”, quella che ad oggi può essere definita una vera operazione militare e non già un atto di guerra (per procura, sì), nonostante quanto asserito dai politici fautori della libertà e dell’uguaglianza; i seguaci di Salah Abdelslam, erano pregiudicati, noti alle forze di sicurezza e costretti ad anticipare i piani, pena la fine dell’effetto terrore.

Bombe colme di tritolo e chiodi, detonatori e materiale di assemblaggio pronto per creare nuovi ordigni; strumenti rudimentali, ma richiedenti competenze specifiche per la realizzazione, ed un PC, casualmente lasciato tra i rifiuti contente file audio ai quali è affidato il compito di dichiarare lo stato di insofferenza di uno dei Kamikaze sono alcuni degli armamenti costituenti l’arsenale rintracciato nel covo del comune belga di Schaerbeek. Le politiche confessionali riprodotte dal file audio (nuova strategia comunicativa/ “testamento”) facevano presagire ad un’apparente stato di pentimento? Perché il messaggio di Ibrahim delegittimerebbe Salah Abdelslam? “Non voglio ritrovarmi in una cella vicino a lui”. Non era forse trapelata la notizia che Salah avesse iniziato a collaborare con gli inquirenti? Perché un giovane uomo, che si immola per il presunto arresto del “leader” Salah, avrebbe timore di una simile circostanza? Perché gli attentatori sono di origine belga, addestrati in Siria, come da copione? Ѐ possibile che uomini armati raggiungano l’aeroporto della capitale europea con tre bombe e nessuno se ne accorga? Perché riproporre il sincronismo militare degli attentati ed il modus operandi delle stragi del Bataclan? Ѐ possibile che i moventi di una simile strage siano altri?

Al di là delle rappresentazioni mediatiche

Mentre Obama si recava a Cuba “sancendo ufficialmente la fine della guerra fredda”; il Presidente Turco Erdogan additava l’Unione Europea ed avanzava proposte economiche di tutto rispetto: 6 miliardi a fronte dei 3 richiesti in fase iniziale all’organismo sovranazionale istituito per garantire libera circolazione delle persone, merci, stabilità economica; ma soprattutto, coordinamento tra gli organi istituzionali. Ora, che i rappresentanti di 28 paesi membri decidano di riunirsi a Bruxelles per determinare l’adesione o meno della Turchia (già membro della NATO) alla grande “coalizione europeista” è più che legittimo; ma cosa si cela dietro simili scenari? Perché i media amplificano l’effetto realtà promosso dalle pratiche terroristiche/ statuali e ricorrono ad espressioni stereotipiche piuttosto che decostruire la natura geopolitica dei fatti?

Ebbene, altri eventi hanno determinato la dimensione latente di questo scenario internazionale puntualmente rappresentato in termini conflittuali piuttosto che geopolitici e militari. Ma andiamo con ordine. Da una parte un primo attentato in data 13 marzo 2016, località: Ankara. Autobomba, fermata, piazza Kizilay, 37 morti e oltre 100 feriti. Il presidente turco lo definisce: “attacco terroristico” ed asserisce che la colpa sia attribuibile ai curdi del PKK. Rimprovera, dunque, la comunità internazionale perché di fatto, non ne sancisce ufficialmente la natura terroristica alla stregua di quanto avvenuto per Hezbollah. Dall’altra, un commento profetico e lungimirante di Erdogan, che avrebbe dovuto illuminare le menti della coalizione: “non vi è alcun motivo per cui la bomba esplosa ad Ankara non possa esplodere a Bruxelles, o qualsiasi altra città europea” e ancora: “i serpenti dormienti possono mordervi in qualsiasi momento”.

Infine, la riluttanza dei primi ministri davanti alle richieste previste dagli accordi UE-Turchia sui migranti: “uno contro uno”, chi passa illegalmente dalla Grecia, torna indietro, ed il casuale dissenso espresso dal premier belga Charles Michel: “sta chiedendo molto, non accetterò qualcosa che a tratti sembra un ricatto (6 miliardi, ndr)” vs il parere propositivo della Cancelliera Merkel che, ovviamente, ne proclama i vantaggi. Certo, sarà pure un attacco alla democrazia, ai valori occidentali, nonostante la cooperazioni tra istituzioni europee, parafrasando il Ministro della Difesa Pinotti, e sarà altresì l’ennesimo attacco rivendicato attraverso le agenzie del califfato che presenta all’opinione pubblica l’idea di essere sempre davanti ad uno scontro di civiltà, ma in vista delle recenti evoluzioni relative alle politiche interventiste dell’Italia (e della coalizione) in Libia, come interpretare simili eventi? Perché gli attacchi avvengono sempre nel cuore dell’Europa? Nuove alleanze decretano la natura del campo conflittuale e gli attori collaudano protocolli d’intesa.