di Valeria Salanitro

L’era della rappresentazione è anche l’era della “coalizione” e della rappresentatività. Il campo politico attuale e la repentina, nonché reiterata riconfigurazione di ciò che resta dell’ormai ignoto o arcinoto – dipende dai punti di vista – “Medio Oriente” è un emblematico caso di “Costruzione”. Ciò che si mostra al mondo come l’antagonista, piuttosto che come l’eroe mosso da intenti altruistici e non già autoreferenziali, nella continua lotta al il potere in quel famigerato spazio conflittuale; in cui attori e spettatori di fatto mutano identità e status relazionali è l’epicentro di quella che potrebbe essere debitamente definita come: “questione islamica/islamista”. La proverbiale “instabilità stabile” della politica “estera” insegna, che da sempre, sistemi politici retorici etnocentrici e confessionali istituiscono nuove alleanze e decretano le sorti degli attori economici che plasmano le contiguità territoriali, piuttosto che le linee di demarcazione tra i famigerati paesi in preda alle manie di “democratizzazione” e “stagioni anticipate”. Come descrivere l’attuale scenario geopolitico, nonché l’istituzionalizzazione di “nuovi” soggetti al potere? Nel “profetico” 29 giugno dello scorso anno, il campo politico e conflittuale del Medio Oriente è stato totalmente ridisegnato. Da quando il “Califfo ben guidato” Abū Baĸr al- Baġdādī – così viene appellato in memoria della anacronistica e metalessica rievocazione storico-temporale, che ne legittima la carica politica – ha proclamato la nascita – ma sarebbe più opportuno dire la rinascita, poiché «ci fu un tempo in cui l’idea […] sembrò una buona soluzione anche all’Occidente» [1] – del sedicente “Stato islamico”; lo scacchiere internazionale ha determinato la proliferazione di piani strategici estremamente contingenti, nonché la nascita delle “Quattro Sirie”[2].Quella che è stata definita la “coalizione” per antonomasia ha addossato la responsabilità morale e l’obbligo politico, alle capacità “ornamentali” delle testate partitiche.

Ebbene, è ormai trascorso più di un anno, ed oggi lo scenario è il seguente: si è concluso la scorsa notte, il vertice di Bruxelles sull’immigrazione; nuovi processi di conquista annoverano le potenze di tutto il mondo come alleati di turno ed istituiscono “strategie della tensione”; le parole del Presidente Obama riferite all’interventismo militare afgano protratto fino al 2016 appalesano la natura “modesta” ma “significativa” dell’operazione (vedi Jihad afgano 1979 – Surge 2007); gli schieramenti ed i fronti istituiti per combattere lo “stato islamico” durante le fasi di “State building” nel Kurdistan Iracheno e Siriano, oltre agli interventi delle donne peshmerga (colui che fronteggia la morte) da una parte, insieme con l’apporto degli “alleati” occidentali nonché membri dell’omonima coalizione, ed il ruolo fondamentale del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) – terroristi solo al momento opportuno ed accusati dal Presidente Erdoğan di favorire le sorti del rivale siriano Baššår al-Asad – hanno ceduto il posto a strategie differenti e poi non così tanto celate. Le politiche di conquista seguono due direttrici per altrettante coalizioni: USA in testa, Israele, Paesi Arabi, Turchia, da una parte; pronti ad arrestare il ruolo politico ed economico della Siria portano alta la bandiera dello “scontro tra civiltà” vogliosi di importare modelli evoluzionistici democratico – liberali ovunque; Siria, Iran ed anche Russia con i suoi 60 raid giornalieri contro i combattenti del Jihad; Cina ed i suoi armamenti navali ed Hezbollah (letteralmente: partito di Dio. Movimento sciita libanese) [3] dall’altra, mostrano le due facce della medaglia. Dietro le quinte: politiche etnocentriche e retoricamente wahhabite [4] piuttosto che sioniste, insieme con un improvviso ritorno di fiamma tra Hamas ed Israele, giusto per cronometrare gli interventi ed una “terza intifada” imminente. Il comune denominatore presente però è la strategia dell’accusa reciproca: Erdogan non interveniva in favore dei curdi di Kobane al confine con la Turchia ed in lotta contro l’Isis, per paura di “prestare soccorso” ad Asad e legittimare il ruolo del PKK auspicando la fantomatica “zona cuscinetto”; tanto quanto le politiche interventiste americane ed occidentali in generale vietavano di “mettere piede in terra altrui”; e ad oggi, dopo avere trovato un “compromesso”, accusano il Cremlino di non combattere contro i jihadisti di Baġdādī, bensì contro i ribelli anti- Asad. Niente da temere, poiché l’Europa ha già dichiarato la necessità di un intervento olistico e solido da parte di tutte le potenze e non già solo ad opera di Putin, pena la fine di ulteriori accordi dopo Sykes-Picot [5], Turchia-PKK e trattati internazionali. Purtroppo però a rimanere immutati sono gli spazi sociali ed urbani, che acquisiscono una nuova connotazione politica. Le piazze, quei luoghi deputati alla “disobbedienza civile” divengono segno politico estremo e simbolo di guerra petromonarchica. Le strade di Ankara rappresentano uno degli “iperluoghi” simbolici dell’ennesima forma di biopolitica attualmente in atto, parafrasando Foucault. Tempi politici e tempi sociali, dunque, coincidono.

[1] A. Negri, «Lo Stato Islamico visto da vicino» in Le maschere del Califfo, «Limes», 09/09/2014, p. 39.

[2] L. Trombetta, «Quattro Sirie», Ivi, p. 63.

[3] D. Tosini, Terrorismo e antiterrorismo nel XXI secolo, Roma-Bari 2007, Laterza, p. 47.

[4] G. Kepel, «Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico»,Roma, 2001, Carocci.

[5] R.Redaelli., A., Plebani, «L’Iraq contemporaneo», Roma, 2013, Carocci.