Garantire uno svolgimento ottimale di grandi eventi sportivi è sempre una grande sfida per le autorità del paese ospitante che si trovano a dover affrontare una moltitudine di problematiche organizzative ma anche legate alla pubblica sicurezza. I Giochi Olimpici in particolar modo sono un evento di grande portata mediatica, una finestra sul mondo e un obiettivo che fa gola al terrorismo internazionale; va inoltre tenuto ben presente che le Olimpiadi possono essere considerate un “soft target”, ovvero un obiettivo facile da colpire, altamente vulnerabile a causa della lunga durata dei Giochi (quasi un mese), della moltitudine di potenziali bersagli e dalle notevoli difficoltà nel monitorare vaste aree in relazione sia all’infiltrazione di eventuali jihadisti che alla preparazione e messa in atto di attacchi. Le Olimpiadi di Monaco 1972 ne sono il triste esempio, quando un commando di terroristi palestinesi facente parte di Settembre Nero fece irruzione all’interno del villaggio olimpico, raggiunse l’alloggio degli atleti israeliani, uccidendone due e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra. Un successivo tentativo di liberazione da parte della polizia tedesca portò alla morte di tutti gli atleti sequestrati, di cinque terroristi e di un poliziotto tedesco. All’epoca l’azione colse tutti di sorpresa, ci si trovava davanti a un nuovo fenomeno al quale le autorità non erano preparate. Il lavoro di intelligence preventivo fu praticamente inesistente, quello di mediazione inconsistente, con i terroristi che potevano osservare in diretta tv gli agenti di polizia tedeschi che si appostavano fuori dell’edificio e il raid finale fu disastroso.

La lezione di Monaco servì non soltanto a rendersi conto che il terrorismo poteva andare ben oltre i dirottamenti aerei (strategia particolarmente in uso dagli anni 60 agli anni 80) e le bombe. I terroristi potevano colpire ovunque, anche concentrandosi su target precedentemente non considerati a rischio. Un altro elemento appreso da Monaco è l’importanza dei media, perché fu proprio grazie all’azione dei terroristi, trasmessa dai notiziari su scala mondiale, che la loro causa ebbe modo di trovare l’attenzione cercata, a livello internazionale. In poche parole: notorietà del gruppo a livello internazionale, trascinamento della causa palestinese sul panorama internazionale, attenzione forzata sulle richieste di Settembre Nero e panico generale causato dall’attacco. Un’azione senza precedenti. La strategia del terrore però è mutata nel tempo e se la cellula terrorista di Monaco era di matrice laica, faceva parte di un’organizzazione strutturata e contemplava di portare a casa la pelle, oggi i jihadisti dell’Isis hanno una visione differente.

Il Califfato punta infatti a colpire i “miscredenti” ovunque essi siano, hanno il “culto della morte” sulla via di Allah e non hanno una vera e propria organizzazione gerarchicamente e rigidamente strutturata, ciò implica che qualsiasi individuo o piccola cellula può attivarsi per compiere un attentato e poi rivendicarlo in nome dell’Isis.Un altro aspetto importante è legato all’utilizzo di internet, visto che oggi la galassia jihadista non ha necessariamente bisogno dei media per divulgare la propria propaganda, ma può tranquillamente farlo tramite le proprie case di produzione. Tutti aspetti di non poco conto per chi si occupa di prevenzione e contrasto alla jihad.