Attorno alla figura di George Soros si è catalizzata, nel corso degli ultimi mesi, un’attenzione mediatica a dir poco morbosa che ha portato a più riprese il magnate statunitense di origini ungheresi, oggi 87enne, a venire accostato con diversi dei più importanti e scottanti temi di politica internazionale, dalle proteste scoppiate in seguito all’inaugurazione della presidenza Trump alla recente crisi e tragedia umanitaria dei migranti nel Mar Mediterraneo. Numerosi commentatori hanno seguito il filo conduttore dei finanziamenti partiti dai conti correnti di Soros e della sua Open Society e, al tempo stesso, analizzato nel dettaglio la ramificata rete di interessi trasversali che lega l’Open Society stessa a importanti organizzazioni non governative come Amnesty International e Human Rights Watch.

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La pubblicazione da parte di DC Leaks di migliaia di e-mail ottenute hackerando i server della Open Society Foundation nell’agosto 2016 ha riportato una morbosa attenzione su George Soros, etichettato come l’architetto di ogni rivoluzione e colpo di Stato di tutto il mondo negli ultimi 25 anni dagli autori del colpo, riecheggiati nel nostro Paese da un articolo pubblicato nello stesso periodo da Il Fatto Quotidiano che ha conosciuto una sostenuta visibilità online.

La questione fondamentale, parlando delle attività di George Soros e del suo ramificato impero basato sui fondi d’investimento da lui presieduti e sull’ampio tessuto di ONG che nella Open Society vedono la capofila, è legata allo sfoltimento della selva di luoghi comuni e di teorie complottiste che impediscono di capire appieno i reali obiettivi e il reale modus operandi di un uomo che, indubbiamente, continua a esercitare una notevole influenza in numerosi scenari. Di fatto, in relazione a Soros, non ha senso parlare di complotto: da oltre un quarto di secolo, infatti, il magnate di origini ungherese ha palesato i suoi obiettivi strategici, che il diretto interessato dichiara essere un’applicazione di ampio respiro dei pensieri del filosofo Karl Popper riguardanti la teoria della società aperta (che dà il nome alla sua istituzione) e gli studi sulla riflessività di un sistema sociale all’evoluzione della mentalità dei suoi agenti interni, che Soros ha applicato con cinico rigore nella sua avventura finanziaria.

George Soros con Paolo Gentiloni in occasione della sua visita a Palazzo Chigi nel maggio scorso

George Soros con Paolo Gentiloni in occasione della sua visita a Palazzo Chigi nel maggio scorso

Non serve appigliarsi alle teorie cospirazioniste di David Icke sul Nuovo Ordine Mondiale per comprendere gli stratagemmi del Soros finanziere d’assalto, capace di guadagnare 1.1 miliardi di sterline nella sola giornata del 16 settembre 1992 attraverso la vendita massiccia di pronti conto termine sulla Borsa di Londra e di affossare – lo stesso giorno – la lira svalutandola del 30% attraverso un’analoga manovra speculativa. Manovre che hanno portato, nel 1999, gli autori cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui a inserire Soros tra i principali maestri della moderna guerra asimmetrica nel loro importante saggio Guerra senza limiti; maestri che si saldano con un’attività filantropica che a più riprese ha assunto la forma dell’ingerenza diretta nelle dinamiche di Stati sovrani.

Naomi Klein nel suo Shock Economy e Galina Sapoznikova nel suo La congiura lituana hanno sottolineato il ruolo decisivo giocato da Soros e dall’Open Society nel processo di dissoluzione dello spazio sovietico sul finire della Guerra Fredda e, in seguito, nell’influenza delle dinamiche interne di Paesi come Georgia, Lituania e Ucraina a partire dagli inizi degli Anni Novanta sino ai tragici e recenti fatti di Euromaidan.

Nelle scorse settimane si sono diffuse numerose voci secondo cui il neo-cancelliere Sebastian Kurz avesse deciso, tra le sue prime mosse, l’estromissione delle organizzazioni legate a Soros dall’Austria. La notizia si è poi rivelata infondata, ma testimonia eloquentemente la forte esposizione anti-Soros di una ristretta fascia del mondo giornalistico nostrano. (Foto di Dragan Tatic)

Nelle scorse settimane si sono diffuse numerose voci secondo cui il neo-cancelliere Sebastian Kurz avesse deciso, tra le sue prime mosse, l’estromissione delle organizzazioni legate a Soros dall’Austria. La notizia si è poi rivelata infondata, ma testimonia eloquentemente la forte esposizione anti-Soros di una ristretta fascia del mondo giornalistico nostrano
(Foto di Dragan Tatic)

È opportuno ricercare la ratio delle mosse di Soros e capire che, finché ci si concentrerà esclusivamente sul personaggio, si guarderà il dito che indica la Luna e non la Luna stessa: il Giano bifronte Soros, dichiarato cinico speculatore finanziario da un lato e supposto filantropo sostenitore dell’universalismo dei diritti umani dall’altro, non è assolutamente un personaggio contraddittorio nell’era post-Guerra Fredda, caratterizzata dall’espansione a livello planetario della globalizzazione di matrice neoliberista.

Soros è il perfetto interprete di un’epoca in cui il denaro, più che mai nella Storia, ha assunto l’ambigua ma determinante funzione di massa di manovra del reale potere e, soprattutto, della reale influenza: George Soros non è sicuramente l’unico moghul della finanza che sfrutta la propria rendita di posizione per veicolare una presunta “filantropia” destinata a sfociare nella catalizzazione dei propri interessi economici e lucratici. Laddove il Quantum Group e il Soros Fund sono il braccio armato, le ONG facenti capo alla Open Society Fundation rappresentano il braccio civile di un sistema coordinato al suo interno, funzionali agli interessi di un esponente tipo della superclasse che negli ultimi due decenni ha acquisito un’influenza macroscopica a livello globale sulla scia dello sdoganamento dell’ideologia neoliberista nella versione definita da Ignacio Ramonet “pensiero unico”.

David Icke, scrittore britannico che ha costruito la sua carriera divulgando teorie del complotto e ipotesi cospirazionistiche su temi quali il Nuovo Ordine Mondiale, al cui interno George Soros viene menzionato a più riprese (Foto di Tyler Merbler)

David Icke, scrittore britannico che ha costruito la sua carriera divulgando teorie del complotto e ipotesi cospirazionistiche su temi quali il Nuovo Ordine Mondiale, al cui interno George Soros viene menzionato a più riprese
(Foto di Tyler Merbler)

Soros non è architetto di congiure più di quanto non lo sia, attualmente Mark Zuckerberg, che manifesta in maniera sempre più palese la volontà di traslare sul piano politico e civile l’enorme peso economico e sociale garantitogli dal possesso di Facebook e di un patrimonio in continua dilatazione: la superclasse fonde nella sua azione l’obiettivo della crescente accumulazione di ricchezza e la volontà di perseguire insistentemente sulla strada dell’apertura incondizionata delle società, dei popoli, dei mercati a una globalizzazione sulla quale essa stessa interviene forse fuori tempo, che oramai è destinata ad avere il suo cuore pulsante oltre l’Oceano Pacifico, in Cina e sulle rotte della Nuova Via della Seta.

Con buona pace del deputato del partito di governo ungherese Fidesz Andras Aradski, che accusa Soros di architettare un piano di matrice “satanica”, le ragioni che muovono l’operato del finanziere e capo della Open Society sono concrete e facilmente individuabili: azioni, motivazioni e conseguenti conflitti di interessi sono intrinseci alle dinamiche che caratterizzano un apparato di potere diffuso a livello mondiale e transnazionale in un’epoca che vede i frutti dell’accumulazione incontrollata di capitale riversarsi per creare soft power in diverse parti del mondo.

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg

Ciò non sembra in ogni caso chiaro a una serie di commentatori e opinionisti di diversa estrazione che sfruttano consapevolmente la reductio ad Soros e il recente revival di superate teorie complottiste per ottenere facile visibilità in un sistema informativo alla deriva. Noi de L’Intellettuale Dissidente, che consideriamo le posizioni di Soros fortemente rivali e decisamente stigmatizzabili, ci schieriamo fortemente contro questa tendenza, che oltre a svilire profondamente la professione giornalistica non risulta al tempo stesso funzionale alla denuncia del pericoloso connubio tra speculazione finanziaria e diritto-umanesimo: non esiste alcun miglior favore che si possa fare a un avversario che demonizzarlo acriticamente, un modo di squalificare in partenza la critica e il suo potenziale effetto.