La paura di un conflitto atomico, le sanzioni economiche, la “scomparsa” di Putin, l’aggressività polacco baltica e le continue tensioni nel Donbass. Nel pieno di mille difficoltà c’è un paese occidentale che, incredibilmente, è riuscito ad aumentare il suo export verso la tartassata Russia. Indovinare non è facile: stiamo parlando degli Stati Uniti d’America. Mentre a parole si scatenano le accuse verso il “dittatore” e le reazioni isteriche nei confronti delle politiche assertive di Mosca, ecco che le esportazioni americane in loco aumentano nientemeno che del 23, 98 %. Molte aziende e grandi multinazionali sono riuscite ad essere esentate o ad aggirare le sanzioni, col risultato di notevoli profitti. Il tutto a scapito dell’Europa.

La lezione da trarre è molto chiara: ancora una volta l’Ue dimostra la sua inconsistenza e capacità di danneggiarsi da sola, è giunta l’ora di una reazione d’orgoglio. Molti paesi hanno aderito alle sanzioni nella speranza di compiacere l’alleato oltreoceano, con il solo risultato di danneggiare le loro esportazioni, mentre gli Usa passavano all’incasso. «Questi dati di evidente squilibrio rafforzano la mia convinzione di dover rafforzare le sanzioni contro Mosca. Bisogna impedire in modo totale alle entità economiche russe di avere rapporti con il sistema bancario americano» ha affermato il politologo americano Robert D. Kaplan, in un recente intervento su «L’Espresso». Pura teoria. Nonostante il dato economico (pecunia non olet), rimane certa però la volontà statunitense di limitare l’imperialismo e la dignità russa. Tanto che lo stesso Kaplan riconosce gli errori del suo paese in Libia («era meglio tenersi Gheddafi») mentre non indietreggia un metro di fronte a Putin, percepito come nemico numero uno. Il suo auspicio è l’invio di ingenti aiuti militari all’Ucraina, per mantenere il controllo di una zona descritta come vitale sin dalle elaborazioni post-guerra fredda di Brzezinski. La cui centralità nelle mire americane è stata confermata, tra gli altri, da uno dei più istrionici critici degli USA: Pepe Escobar, nella sua recente opera Empire of Chaos.

E l’Italia? Da tempo partner rilevante di Mosca, il nostro paese è stato in prima fila nel mettere i bastoni tra le ruote agli investimenti delle sue stesse aziende in Russia. Si spera che Renzi nel recente incontro con Putin abbia parlato anche di questo,anche se la sua assenza durante i negoziati di Minsk II sulla questione ucraina (dove la Merkel l’ha fatta da padrone) è un campanello d’allarme poco rassicurante per i nostri interessi e il nostro prestigio. Sul piano del gas, inoltre, non accenna a riaprirsi la questione South Stream, che avrebbe costituito un’ottima opportunità per l’ENI e per l’approvvigionamento del nostro paese. Nei rapporti con la Russia ritrovare la nostra naturale influenza diventa sempre più vitale, proprio mentre Bruxelles continua sulla pericolosa strada del distacco da Mosca e si avvicina alla firma del TTIP. E’ l’analisi di Alberto Bagnai ancora una volta a cogliere nel segno: «Le istituzioni europee alle quali dovremmo cedere la nostra sovranità non si configurano come particolarmente soggette ai controlli e ai contrappesi di una democrazia non dico matura, ma nemmeno embrionale. Pensare che una commissione di lobbisti sia in grado di gestire la politica fiscale in modo più equanime e lungimirante dei governi nazionali, o di come la Bce gestisce quella monetaria, è sinceramente ridicolo. Il loro mandato attualmente è chiaro: sono lì per firmare il TTIP, il trattato transatlantico di libero scambio. Già si parla di una moneta unica transatlantica, che trasformerebbe l’Europa nel meridione degli Stati Uniti».