Il round dell’Indiana indirizza in maniera incontrovertibile i destini delle primarie per la nomination presidenziale repubblicana, Donald Trump conquista l’ennesimo successo e costringe al ritiro i suoi due contendenti, Ted Cruz e John Kasich, completando in tal modo una corsa pazzesca, che ha messo in discussione diversi principi cardinali del sistema politico made in USA. Il magnate newyorkese, la cui candidatura era stata rubricata da buona parte dei commentatori americani e stranieri come nulla più dell’ennesima stravaganza di un personaggio da sempre noto per i suoi comportamenti fuori dagli schemi, ha messo nel sacco la storica leadership del Partito Repubblicano, scombinato i piani dei conservatori più tradizionalisti e sopravanzato un plotone di avversari diviso, litigioso e inconcludente, specchio delle difficoltà in cui si dibatte da tempo la formazione dell’Elefantino. Se degli atteggiamenti e delle esternazioni di Donald Trump si è infatti parlato in maniera estensiva, molte meno volte l’accento è stato posto sui vistosissimi limiti che accomunavano tutti coloro che, a ripetizione, hanno provato a affrontarlo. Jeb Bush, Ted Cruz e John Kasich hanno uno dopo l’altro gettato la spugna dopo esser stati travolti dal ciclone Trump, che ha dominato nei consensi degli elettori a causa delle grandi capacità comunicative e del senso di velata inviolabilità che ha iniziato a circondare la sua persona dopo che numerose sue esternazione oggettivamente discutibili non hanno causato vistose emorragie di suffragi ma, anzi, hanno concorso a alimentare ancora di più il personaggio Trump, abilissimo a destreggiarsi tra le rapide dell’odierno show-business politico.

La tradizionale leadership del Grand Old Party ha giocato tutte le carte a sua disposizione per poter arginare l’incidenza del tycoon sull’elettorato, ma perennemente le sue ambizioni sono state frustrate e i suoi obiettivi hanno subito un progressivo ridimensionamento, tanto da puntare nelle ultime tornate elettorali a conquistare un successo di natura essenzialmente matematica, sperando di poter impedire a Trump di ottenere la maggioranza assoluta dei delegati e di poter trasformare il decisivo congresso partitico di Cleveland (18-21 luglio) in una contested convention, cercando di dirottare su un nome esterno i delegati conquistati dall’irresistibile miliardario. Ognuna di queste volontà è stata frustrata, e ora il gruppo dirigente del partito si trova a dover fare i conti con sé stesso, con la propria storia e con una sequela di errori che affondano le radici a partire dall’ultima esperienza presidenziale del Partito Repubblicano, ovverosia il doppio mandato di George W. Bush tra il 2001 e il 2008. Avendo visto i suoi campioni deporre anzitempo e ingloriosamente le armi, la dirigenza del partito guidata dagli immancabili neoconservatori ha deciso di passare a metodi più drastici, dato che proprio i due presidenti Bush sono stati i maggiori esponenti del Grand Old Party a disconoscere pubblicamente Trump e a invitare i repubblicani a non votarlo alle elezioni di novembre dopo che questi era rimasto l’unico candidato in lizza alle primarie. La mossa disperata è stata dettata dall’esigenza di contenere gli effetti del principale messaggio che l’ascesa di Trump porta con sé: a spaventare gli alti papaveri repubblicani non sono tanto le singole prese di posizioni elettorali dell’istrionico magnate quanto la dimostrazione della decadenza, della perdita progressiva di influenza e dell’autoreferenzialità di una classe dirigente cresciuta nel culto di sé stessa e lentamente collassata su sé stessa sotto il peso congiunto di arroganza, presunzione e incompetenza. Qualità negative molto spesso mascherate dalle vuote parole degli esponenti repubblicani, che in particolar modo ai tempi della presidenza Bush si erano erti a giudici dei valori universali di “Bene” e “Male”, nonché dei destini di nazioni e popoli, senza d’altro lato essere in grado di affrontare le enormi contraddizioni e le grandi problematiche che gli Stati Uniti si trovavano dinnanzi. Donald Trump giunge quasi come una nemesi storica per questi soggetti, i cui volti dei nostri giorni si chiamano Cruz e Jeb Bush, e vede la sua corsa agevolata dalla loro incapacità di porsi al passo coi tempi. Dinnanzi all’opacità di coloro che gli si sono opposti, Trump è riuscito ad avere successo e ad apparire come un fattore di novità senza presentare nella sua campagna elettorale alcun elemento completamente nuovo, a partire dallo stesso slogan della campagna “Make America Great Again!”, retaggio dell’era di Ronald Reagan.

La progressiva affermazione di Trump ha coinciso con un lento ma significativo affievolimento delle sue stoccate ai rivali mano a mano che il successo iniziava ad arridergli con frequenza e costanza, controbilanciato da affermazioni pronunciate parlando da candidato già nominato, che hanno mostrato un Trump deciso a dare battaglia anche nella sfida verso il voto del prossimo 8 novembre, che lo vedrà presumibilmente opposto all’ex first lady Hillary Clinton. In prospettiva futura, l’inattesa apertura a Trump ai suoi concorrenti sconfitti e, più in generale, a un partito i cui vertici lo stanno combattendo aspramente potrebbe aiutarlo a conseguire un duplice successo. In primo luogo, accattivarsi il consenso dell’elettorato repubblicano schieratosi nel corso delle primarie a fianco dei suoi contendenti è necessario per Trump se punta a costituire una solida base di partenza su cui lavorare per poter poi affrontare l’avversario democratico (Clinton o Sanders che sia) in una sfida equilibrata; inoltre, agendo in questo modo egli potrebbe riuscire a isolare ancora di più i vertici neoconservatori, infliggendo loro una nuova, decisiva sconfitta attraverso la coesione di più correnti interne al partito repubblicano.

Irriverente, istrionico e pungente, Trump ha interpretato la corsa alla nomination in maniera innovativa, enfatizzandone all’estremo il lato “mediatico” e vincendo proprio perché la sua padronanza delle strategie di comunicazione ha contribuito a rafforzare un sentimento di sicurezza nei suoi confronti da parte di molti repubblicani, che hanno visto nel tycoon l’unico personaggio, tra coloro che erano in lizza, potenzialmente in grado di poter giungere in testa sul traguardo della Casa Bianca. Egli ha saputo gestire la situazione ambigua nella quale la sua candidatura si è trovata a crescere, mai colta in maniera completa dai suoi avversari: Trump è infatti riuscito a ergersi a homo novus senza avere nel suo programma elettorale o nei suoi discorsi enunciato un solo elemento di discontinuità con i programmi di candidati del passato, e ha conquistato gli elettori repubblicani, che lo percepivano come un uomo esterno alle logiche del partito, sfruttando a proprio vantaggio le sviste, gli errori e le decisioni incoerenti dei membri storici del Partito Repubblicano. Mina vagante con la conoscenza dell’insider riguardo le dialettiche interne al Grand Old Party, ora Trump si prepara a dare battaglia al Partito Democratico, che nella corsa alla Casa Bianca parte a detta di molti sondaggisti favorito, sebbene la raccolta di dati su base nazionale non sia indicativa della distribuzione delle preferenze all’interno dei singoli Stati. Da qui a novembre cambieranno sicuramente molte cose, ma un risultato per ora è certo: l’assoluta tabula rasa di ciò che è stato il Partito Repubblicano a seguito del passaggio del ciclone Trump, dimostrazione emblematica del cambiamento in atto in un sistema sino a pochi mesi fa ritenuto inscalfibile.