I rapporti con la Libia sono sempre stati piuttosto ambigui per l’Italia, fin dai tempi della fallimentare avventura coloniale fascista. Durante la Prima Repubblica, a fronte di una formale adesione all’Alleanza Atlantica, i governi italiani, con andamenti ondivaghi a seconda delle correnti di partito interne alla DC, mantennero una politica estera di apertura e disponibilità verso il mondo arabo, non solo nelle sue ex colonie. Indubbiamente la Libia rimase un interlocutore primario, tanto per la sua ricchezza di petrolio, quanto per una diplomazia di appeasement sopratutto agli occhi dell’estremismo arabo-palestinese. Non era così certamente per gli Stati Uniti, e meno che mai durante l’amministrazione Reagan dove Tripoli, fin dal 1981, era schedata tra i rogue state che minacciavano la stabilità internazionale. Il colonnello Gheddafi era decisamente avverso all’esistenza di Israele e finanziava, senza neanche troppo cercare di nasconderlo, i gruppi estremisti palestinesi, siriani e, dopo l’attentato di Fiumicino del 1985, dichiarò che avrebbe continuato a sostenere la RAF, le Brigate Rosse e l’IRA fintanto che i governi europei avessero sostenuto i dissidenti libici; a questo si aggiungevano le preoccupazioni sorte a seguito dell’occupazione del Ciad, notoriamente ricco di uranio, e trampolino di lancio per la costruzione di un programma nucleare. Altrettanto allarmanti erano per gli Stati Uniti l’allineamento del colonnello con l’URSS e la volontà di creare in Nord Africa una federazione di stati arabo-musulmani. A questi timori di ordine geopolitico, si aggiungeva anche l’imbarazzo dato dall’aiuto di ex operativi della CIA (Edwin Wilson, Frank Terpil) nell’organizzazione di campi di addestramento per terroristi. Dopo anni di scaramucce occasionali, nel marzo 1986 gli Stati Uniti inviaro una task force navale al limite delle 12 miglia nautiche territoriali per far rispettare alla Libia i trattati sul golfo della Sirte; Tripoli reagì con una serie di contro-manovre navali che il 24 marzo sfociarono nell’incidente del golfo della Sirte. La situazione di stallo degenerò quando il 5 aprile 1986 agenti libici compirono l’attentato alla discoteca La Belle di Berlino, all’epoca ritrovo frequentato dai militari americani della Germania Ovest.

Dopo giorni di colloqui diplomatici, il Presidente Reagan ordinò un attacco alla Libia il 14 aprile 1986, noto come Operazione El Dorado Canyon. Con 37 aerei da combattimento del 48th e del 20th Tactical Fighter Wing e l’appoggio delle portaerei USS Saratoga, USS America e USS Coral Sea, alle 02:00 del 15 aprile vennero sganciati in poco più di 12 minuti un totale di 60 tonnellate di munizioni su cinque obiettivi militari, tra cui la residenza del Colonnello Gheddafi. A questo punto entrò in scena il governo italiano. Ma è opportuno fare un piccolo passo indietro e ricordare che il complesso e delicato intreccio diplomatico che legava Italia, Stati Uniti e Libia era già entrato in rotta di collisione dal 7 all’11 ottobre del 1985 durante la Crisi di Sigonella. Quella settimana emersero in tutta la loro drammaticità le confliggenti visioni geopolitiche di Italia e Stati Uniti e sopratutto la reciproca diffidenza nell’affrontare questioni delicate come il terrorismo o il Medio Oriente. In sostanza il Bel Paese al dito portava l’anello di matrimonio americano, ma a letto dormiva con l’amante araba. Non fu dunque sorprendente quando nel 2008, alla Farnesina, durante un convegno sul nuovo accordo Italia-Libia, Giulio Andreotti e il Ministro degli Esteri libico (all’epoca ambasciatore a Roma) Shalgam confermarono una storia che circolava da molto tempo: “Non credo di svelare un segreto se racconto che l’Italia ci informò. Craxi mi mandò un amico per dirmi di stare attenti, perchè il 14 o il 15 ci sarebbe stato un raid americano contro la Libia”. Questo insperato avvertimento salvò la vita di Gheddafi che, come risposta e ringraziamento, il 15 aprile lanciò due missili SS-1 SCUD contro una installazione militare del sistema radionavigazione LORAN della NATO, situato sull’isola di Lampedusa.

Pochi minuti prima delle 17:00, molti residenti dell’isola udirono due forti boati, squassanti. Il primo dispaccio di agenzia parlò di “cannonate sparate da una motovedetta libica”, poi di un attacco aereo ed infine di un attacco missilistico. I militari americani evacuarono immediatamente la base e, alla notizia, gli isolani in preda al panico si trasferirono fuori del centro abitato andando ad occupare le vecchie gallerie scavate durante la Seconda Guerra Mondiale. Verso le 18:00, le autorità statunitensi informarono il Ministro della Difesa Giovanni Spadolini che Muhammar Gheddafi aveva ordinato il lancio di due missili SS-1c Scud B-R-300 9K72 di fabbricazione sovietica contro l’isola di Lampedusa. I due ordigni erano fortunatamente caduti in mare, esplodendo il primo a 2 km a nord-ovest ed il secondo a 2 km a sud-ovest della base di Capo Ponente. L’avviso fu dato dalle autorità americane poichè in Italia l’Aeronautica Militare non era ancora dotata dei radar AWACS in grado di identificare un lancio missilistico di quel tipo. L’attacco venne rivendicato sempre dall’allora ambasciatore Shalgam che affermò che il lancio era stato diretto contro una installazione americana e che dunque non era affatto contro l’Italia. La spiegazione non servì certo a placare l’animo del Presidente Craxi che, nelle sue memorie scritte nel 1997 da Hammamet, affermò di essersi sentito tradito e infuriato per il comportamento del Colonnello Gheddafi.

La mattina del 16 aprile convocò dunque a Palazzo Chigi il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Generale di Squadra Aerea Basilio Cottone, al quale chiese di elaborare una serie di opzioni di ritorsione militare contro la Libia. L’incarico venne affidato al Generale di Brigata Aerea Mario Arpino, Capo del 3° Reparto “Pianificazione delle Forze Aerospaziali” il quale coinvolse nei preparativi anche lo Stato Maggiore della Marina Militare al comando dell’Ammiraglio Giasone Piccioni. Il dispositivo militare venne approntato rapidamente e immediatamente iniziarono i movimenti di una task force navale nel Mediterraneo per esercitarsi a creare una zona di esclusione intorno al golfo della Sirte. Allo stesso tempo furono allertate le aliquote operative del GOI, le Forze Speciali della Marina Militare, per preparare un assalto alla base missilistica che aveva lanciato gli SCUD e i caccia Panavia Tornado IDS, Aermacchi AMX e F-104 avviarono esercitazioni congiunte di attacco al suolo dalle basi di Gioia del Colle e di Trapani. Per dieci giorni la task force militare approntata dai Comandi della Aeronautica e della Marina Militare si esercitò raggiungendo la prontezza operativa necessaria per un attacco. Il 25 aprile fu convocato da Craxi un incontro riservatissimo presso l’aeroporto militare di Ciampino dove il Generale Cottone, il Generale Arpino e l’Ammiraglio Piccioni esposero le opzioni di ritorsione militare per cui si stavano esercitando le forze armate (attacchi missilistici tramite le navi della Marina, incursioni di cacciabombardieri e lo sbarco di unità di forze speciali).

In una intervista rilasciata nel 2005, il Generale Cottone ricorda la tensione che si respirava in quei momenti, la fiducia di Craxi nelle Forze Armate ma anche i dubbi circa l’utilità di un intervento militare e il rischio, piuttosto alto, del coinvolgimento di vittime civili. La decisione finale di non attaccare fu presa la sera stessa della riunione a Ciampino. Non si sa il perchè, ma sia Craxi che Cottone, a distanza di tanti anni, hanno ammesso di non essere mai stati del tutto convinti che quei due missili fossero stati lanciati dalla Libia, o che due missili avessero effettivamente raggiunto la costa italiana. La Marina Militare infatti non trovò mai i resti dei due SCUD e solo i radar americani avevano individuato il lancio e successivamente avvertito il governo italiano nella persona del Ministro Spadolini. I punti oscuri della vicenda erano numerosi, certamente troppi perché il governo autorizzasse un attacco militare che avrebbe potuto sfociare in un conflitto nelle acque del Mediterraneo. E inoltre la soluzione della crisi diplomatica si raggiunse tramite quel doppio, se non triplo, gioco che il governo italiano era solito condurre nella mediazione tra interessi atlantici e politiche nazionali filoarabe. Sebbene l’attacco fu scongiurato, “Craxi mandò comunque un messaggio molto chiaro e molto, molto duro a Gheddafi”, ricorda il suo consigliere diplomatico Antonio Badini, “un altro colpo di testa libico, di qualsiasi tipo, e lui avrebbe reagito attaccando”.