La vicenda di Michael Flynn, il National security adviser di Donald Trump costretto alle dimissioni per via dello scandalo che lo vedrebbe come fonte di informazioni sensibili per il Governo russo, potrebbe divenire un caso paradigmatico per dimostrare come gli interessi delle agenzie di spionaggio siano spesso una componente da non sottovalutare quando ad essere in gioco è la stessa sicurezza nazionale.

Volendo ricapitolare: il 12 gennaio i giornali scoprono una telefonata avvenuta fra Flynn e l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergey Kislyak, con cui si era scambiato gli auguri di buone feste il 25 dicembre. Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, il presidente uscente Barack Obama annuncia nuove sanzioni contro la Russia, motivati dagli attacchi informatici che avrebbero pesantemente condizionato le elezioni statunitensi dell’8 novembre – attacchi di cui, al giorno d’oggi, non esiste ancora una prova incontrovertibile –.
Proprio da qui inizia quella che molti hanno definito la vicenda più cruciale della ancor breve presidenza Trump, tanto da essere considerata come il punto in cui l’impeachment è divenuto una possibilità sempre più concreta: poco dopo l’annuncio delle sanzioni, Flynn e Kislyak si telefonano e, il 30 dicembre, Putin dichiara che il proprio Governo non risponderà alle sanzioni di Washington, fatto che risulta particolarmente non convenzionale se confrontato con i casi antecedenti. Lo stesso Trump ha rivolto i propri complimenti al presidente russo via Twitter, affermando di aver “sempre saputo che Putin è molto intelligente!”.
La telefonata fra un importante diplomatico russo e Michael Flynn non è un evento così improbabile, considerando soprattutto il profilo dell’ex generale nominato consulente per la sicurezza nazionale: egli è stato invitato alla festa di compleanno della televisione russa RT, durante la quale è stato seduto accanto a Vladimir Putin.

Si tratta, dunque, di una persona che ha evidenti legami con Mosca, caratteristica che lo accomuna a numerosi personaggi che gravitano attorno alla figura del presidente Trump: come ci ricorda Francesco Costa nella sesta puntata del suo podcast Da Costa a Costa, dedicato alle elezioni americane del 2016, le indagini compiute dai giornali statunitensi hanno riportato forti connessioni fra imprenditori russi e kazaki vicini a Putin e la Trump Organization per un progetto edilizio che è costato un’indagine ancora in corso per il gruppo del tycoon. Inoltre, il capo della campagna elettorale di Trump, Paul Malanford, ha una lunga carriera come consulente per politici filorussi dell’Europa dell’Est, ultimo dei quali è Viktor Yanukovyč, il presidente ucraino contro cui si sono scatenate le proteste del 2014. Per non parlare di Curter Page, consulente di Trump sulla Russia, il quale ha compiuto grossi investimenti nel Paese ed ha solidi rapporti con Gazprom.

La cerchia di cui abbiamo parlato è risultata fin da subito sospetta, spingendo i principali quotidiani statunitensi ad occuparsi approfonditamente delle figure legate alla Russia presenti all’interno delle fila dell’amministrazione Trump. Il risultato non poteva che essere la scoperta, il 12 gennaio, della telefonata fra Flynn e Kislyak del 29 dicembre. In quel momento sa ancora cosa si siano detti, ma David Ignatius riporta sul Washington Post quanto riferitogli da una sua fonte, ossia che i due avrebbero discusso di sanzioni.
Il giorno dopo il portavoce di Trump, a grande richiesta, dice che i due interlocutori abbiano discusso di “questioni logistiche”, senza mai toccare l’argomento delle sanzioni. Il 14 gennaio, in un incontro con il vicepresidente Pence, Flynn ribadisce di non aver mai parlato con Kislyak delle sanzione, affermazione ribadita da Reince Priebus, capo dello staff della Casa Bianca. Il 15 gennaio Pence ribadisce quanto dettogli da Flynn alla televisione, dicendo più volte che non abbia parlato di sanzioni – concetto ribadito dal capo dello staff della Casa Bianca Reince Priebus –.

Il 23 gennaio Sean Spicer, portavoce di Donald Trump, ribadisce alla stampa de Flynn e Kislyak non abbiano trattato delle sanzioni, anche sulla base di un colloquio avuto con l’ex militare il giorno prima: alle informazioni già note, Spicer aggiunge che i due si siano telefonati una sola volta per parlare dell’incidente aereo al Coro dell’armata rossa, della questione siriana e della logistica per la telefonata fra Trump e Putin, concludendo con i rispettivi auguri per le feste.
Dal 23 al 26 febbraio l’FBI comincia a muoversi, convocando Flynn ed interrogandolo sulla conversazione avuta con Kislyak, registrata dal Bureau of Investigation per via dell’indagine in corso da mesi sul ruolo della Russia nella campagna elettorale statunitense. All’ulteriore negazione, da parte di Flynn, di aver discusso di sanzioni con Kislyak – affermazione che l’FBI ha riconosciuto come falsa –, si decide con il dipartimento di Giustizia di avvertire la Casa Bianca, indicando Flynn come un pericolo per la sicurezza nazionale.
Il 26 gennaio il dipartimento di Giustizia informa l’avvocato della Casa Bianca, Donald McGahn, del fatto che Flynn abbia mentito. Ciò nonostante, durate un’intervista al Washington Post dell’8 febbraio, Flynn nega ulteriormente di aver discusso di sanzioni, fatto che viene smentito dal Washington Post e New York Times il giorno dopo, basandosi sulle proprie fonti provenienti dai Servizi.
Il 9 febbraio, Flynn dichiara di non ricordare di aver parlato di sanzioni, sebbene non sia in grado di escluderlo – cambiando dunque la propria versione della vicenda –, mentre il 13 febbraio l’ex militare si dimette dopo aver confessato di aver “inavvertitamente dato informazioni imprecise al vicepresidente Pence e ad altri”.

Proprio come in qualsiasi storia di Servizi, dove il fatto puro e semplice si ferma è il punto da cui si dipana l’interpretazione, che spesso risulta più difficile e contorta della realtà stessa. Il primo punto interessante viene sollevato dal conduttore di CrossTalk Peter Lavelle su RT riguarda la possibilità stessa di intercettare un individuo che, a conti fatti, era un semplice civile all’epoca degli avvenimenti: per l’anchorman statunitense, il provvedimento dell’FBI costituisce un attacco ai diritti di Michael Flynn, giustificato dalle sue note intenzioni di riformare l’apparato dei Servizi segreti americani.
La questione della riforma dell’Intelligence USA è estremamente delicata, dal momento che gli interessi legati al mantenimento di un nemico geopolitico come quello russo è indispensabile per mantenere la galassia di personalità che gravita attorno alla burocrazia. A ricordarci questo elemento è George Szamuely, ospite nella puntata di CrossTalk del 17 febbraio nonché Senior Reseach Fellow al Global Policy Institute della London Metropolitan University: a far aumentare i costi, oltre al personale delle agenzie, sono tutti quei consulenti, think tanks e personale coinvolto nell’impianto mediatico, che si vanno a sommare a tutti i vertici civili e militari che fanno parte del meccanismo strutturato per perseguire la politica antirussa.

Inoltre, il ricercatore ha parlato di una “doppia morale” da parte del mondo liberal, che sembra essere favorevole a pratiche di spionaggio che egli ritiene assolutamente illegittime: citando le sue stesse parole

“Liberals indorse the violation of civil liberties”

L’idea dell’adozione di due pesi e due misure è ben lungi dall’essere condivisa solamente da Szamuely: l’ex Intelligence officer britannica Annie Machon, in un’intervista su RT del 16 febbraio, ha affermato di notare una disparità di trattamento per i leaks, le informazioni sottratte con metodi non trasparenti. I casi a cui fa esplicitamente riferimento del suo discorso sono quelli di Edward Snowden ed il recente caso Michael Flynn: mentre il primo fu accusato di tradimento per aver diffuso informazioni su pratiche adottate dai Servizi statunitensi verso la propria popolazione, il secondo è divenuto un utile strumento per colpire la figura del presidente Donald Trump, pur trattandosi di fatto della stessa procedura. Sembrerebbe quasi che, più dell’atto in sé, alle agenzie importi più di chi sia a trarne beneficio: se possiamo adoperare questo materiale contro un presidente a noi poco gradito, perché non farlo?

Un’ulteriore disparità di trattamento individuata da Machon è quella rivolta nei rispetto al caso di David Petraeus: dopo aver rivelato informazioni riservate alla sua biografa ed amante, il generale a capo della CIA ha pagato una multa di 100 000 dollari senza però scontare un anno di prigione, risultando anzi fra i possibili candidati per il dipartimento di Stato all’interno dell’amministrazione Trump.
Secondo l’ex officer, la ragione dietro l’accanimento dimostrato nei confronti di Michael Flynn è dovuta alla dichiarata volontà di Donald Trump di riformare i Servizi segreti statunitensi, coinvolti in numerosi atti illeciti fra cui la fabbricazione di prove false per giustificare l’intervento armato in Iraq del 2003. Il caso Michale Flynn, per Anne Machon, è principalmente un trust issue – ossia legato all’affidabilità del soggetto in relazione al suo ruolo ricoperto nella vita pubblica – piuttosto che un autentico legal issue – un’autentica violazione di una qualsiasi legge –, mentre la priorità attuale è “renderli [i Servizi] responsabili per i loro reati evidenti”.

Il discorso legale, in effetti, merita particolare attenzione: l’illecito di cui Michael Flynn è accusato è ipotizzato alla luce del Logan Act, legge federale entrata in vigore il 30 gennaio 1799 sotto John Adams, la quale proibisce a cittadini non autorizzati di negoziare con Governi stranieri con cui gli Stati Uniti hanno una disputa (il nome deriva dalla trattativa non autorizzata di George Logan con la Francia nel 1798). Può sembrare si tratti di un provvedimento ragionevole, per il quale tuttavia è stata incriminata solamente una persona nel 1803, mentre nessuna persona ha mai subito un processo per aver violato il Logan Act. Non essendoci, ancora, evidenza di reato, si parla per il momento di fantasie giudiziarie.
Se la legalità del comportamento di Flynn è oggetto di dibattito, al contrario è forse troppo chiaro che vi sia stato un atto illecito alla base della raccolta delle informazioni necessarie per l’accusa: ad affermarlo è Michael Maloof, ex Senior security policy analyst per l’ufficio del segretario della Difesa, che nella puntata di CrossTalk del 17 febbraio ha dichiarato che la National Security abbia un ruolo certo nell’operazione di intercettazione, non potendo essere differente la fonte delle informazioni.
Recuperando il discorso sulla Russia, lo stesso Maloof è convinto che il rischio di perdere ciò che egli definisce come la “comfort zone” dell’Intelligence USA sia il movente dietro l’operazione, con il fine di preservare lo status quo ed il “business as usual”.

La domanda che potrebbe sorgere, giunti a questo punto, è se la figura di Michael Flynn potesse costituire realmente un rischio per la stabilità del sistema. A fornire alcuni elementi chiarificatori è il terzo ed ultimo ospite del CrossTalk del 17 febbraio: il Security analyst e Counter-terrorism intelligence officer Charles Shoebdrige. Come ci ricorda nel suo intervento, Michael Flynn era a capo della Defense Intelligence Agency – la principale agenzia di spionaggio militare per l’estero –, quando venne appurato da essa che i ribelli siriani sostenuti dagli USA nel 2012 fossero legati ad Al Qaeda. Inoltre, lo stesso Flynn ha accusato le agenzie di Intelligence di sapere delle infiltrazioni, dunque screditare un personaggio del genere potrebbe essere il centro della strategia di autoconservazione dei Servizi segreti, interessati a mantenere il sistema che gli ha permesso di accrescere la propria influenza all’interno della nazione. Del resto, la stessa politica estera di Obama, a detta di Shoebridge, è stata fortemente dipendente dalle agenzie di spionaggio, per cui non sarebbe insolito scoprire che la loro volontà sia quella di costituire, anche all’interno della presidenza Trump, un polo cruciale per quanto riguarda la determinazione degli intenti.

In tutto ciò, la reazione di Trump sembra fin troppo remissiva, accettando le dimissioni di Flynn che, d’altra parte, ha messo in imbarazzo Pence mentendogli. Il segnale dato dal tycoon è quello di accettazione dell’influenza russa nelle elezioni, lasciando che siano altre persone a prendere in mano la questione e ad avere l’ultima parola, come affermato da Szamuely. Per ora, il segnale più rilevante è stata la nomina del generale H.R. McMaster come sostituto di Flynn. La controversia fra la Casa Bianca e gli 007 americani, però, è ancora lontana dall’essere conclusa.

Il generale McMaster

Il generale McMaster