Pirelli, Pininfarina: grandi marchi italiani che hanno cambiato (o rischiano di cambiare) bandiera. Nella forma e nella sostanza. Due nomi che hanno acceso l’attenzione sul concetto, mai troppo dibattuto, di politica industriale. Cioè su quello che in Italia manca da almeno vent’anni. Agli inizi degli anni ’90 la stagione delle grandi privatizzazioni (nel pieno degli scandali di tangentopoli) privò l’Italia della maggior parte del patrimonio industriale che aveva garantito al paese, tra mille errori e difficoltà, importanti posizioni strategiche al di fuori dei confini. Secondo la lettura di Giulio Tremonti, un “colpo di Stato dolce”. L’ex ministro dell’Economia ne ha poi individuato un secondo, targato Monti (2011). Non è un caso che da quel momento si è accelerato il processo di privatizzazioni dei residui colossi industriali tricolori, di cui Pirelli è il plastico esempio. Descrivere questi avvenimenti non vuol dire solo fare cronaca ma entrare nel profondo delle dinamiche internazionali, dove ogni paese guarda spietatamente ai propri interessi insidiando e acquisendo le imprese concorrenti.

Situazioni favorite dalle incertezze dettate dall’integrazione economica europea, dalla globalizzazione, dallo sfaldamento della sovranità nazionale e dal dominio dei mercati finanziari. «Ancora pochi anni fa la massa finanziaria internazionale era più o meno pari a 500 milioni di dollari, ora è circa 70 trilioni. Una potenza che non ha esercito, non ha confini, non ha regole, non riconosce diritti, non è soggetta a corti di giustizia, tende a trasformare le democrazie in oligarchie, non ha leader visibili e tuttavia, cresciuta ormai a dismisura come un albero gigantesco, comanda su tutti: sugli Stati, sui governi, sui popoli» ha scritto lo stesso Tremonti. Aggiungendo le grandi multinazionali: «Dal punto di vista di Google, Amazon, Twitter, Yahoo!, non sono loro che violano le leggi fiscali degli Stati. All’opposto, sono loro che si sentono ormai tanto forti da imporre agli Stati le loro “leggi”, lasciando agli Stati solo la possibilità di adeguarsi». L’Italia deve decidere se partecipare alla “competizione” difendendosi con le unghie e con i denti, o lasciarsi fagocitare da avversari più decisi. Purtroppo per chiunque abbia ancora a cuore l’orgoglio nazionale, la nostra classe dirigente sembra aver scelto da tempo la seconda opzione.

Non a caso, riguardo la politica industriale il silenzio nel dibattito politico e culturale è attualmente «assordante», per usare le parole di Giulio Sapelli. Il quale ha saputo acutamente cogliere il centro della questione: «con la decapitazione del controllo nazionale di gran parte delle nostre grandi aziende, la potenza della Nazione è messa in discussione. Le piccole e medie imprese possono assicurare il benessere con la crescita e l’occupazione locale, ma non potranno mai dare all’Italia la potenza perduta, ossia il ruolo di media potenza regionale che un tempo possedevamo e ora non possediamo più, come dimostra la nostra assenza dal grande dibattito strategico militare internazionale». E’ stato ancora una volta Tremonti a suggerire alcune concrete strategie per ripartire, in primis il «rimpatrio» del debito pubblico per difendersi dalle speculazioni internazionali e poi la costituzione di una Banca nazionale di Credito per l’economia sul modello tedesco della KfW. Così da ridare smalto all’impulso creativo dello Stato, acutamente descritto da Mariana Mazzucato nella recente opera «Lo Stato innovatore».

La lezione della storia è senz’altro d’aiuto: proprio lo Stato dal XVII secolo ad oggi è stato il grande e indiscusso protagonista delle relazioni internazionali. Il dominio britannico del mare e dei commerci nei “secoli d’oro” fu favorito dall’impulso statale e dal rigido protezionismo (in particolare nel campo della lana) applicato dalla Corona, fondamentale nell’assicurare uno sviluppo industriale senza precedenti. Daniel Defoe, noto ai più come l’autore del Robinson Crusoe, descrisse compiutamente questa politica nell’opera «A Plan of the English Commerce». Processi simili, ad esempio, a quelli che si possono ravvisare nelle epoche di splendore di Spagna e Portogallo, come ha documentato Marcelo Gullo in «Insubordinazione e sviluppo». E in cui possiamo ascrivere anche l’esperienza di Napoleone e del suo “blocco continentale” anti-britannico e successivamente di De Gaulle, che assicurò uno scatto d’orgoglio alla Francia grazie all’attivismo statale per disegnare una sorta di “terza via” tra capitalismo e comunismo.

Va da sé che gli Stati Uniti, capaci di scalzare il lungo dominio britannico, furono protagonisti di uno dei processi di industrializzazione più veloce e profondo della storia applicando in modo deciso proprio il protezionismo. Nel 1875 i dazi per i prodotti manifatturieri oscillavano tra il 35% e il 45%, una tendenza che continuò fino a toccare il 48% del 1931. Così in diversi altri campi. Solo dopo essere diventati la più grande potenza industriale del mondo, al termine della seconda Guerra Mondiale, gli USA adottarono il libero scambio e ne diventarono il bastione intellettuale. Il “verbo” della supremazia del mercato cominciò a spargersi senza sosta sulle sfinite realtà europea e giapponese, limitandone l’indipendenza e la forza sul piano tecnologico e industriale. E così, dopo aver ottenuto il massimo da un regime protettore, gli States diffusero a livello globale i principi “scientifici” liberoscambisti persuadendo molti Stati, al fine di evitare l’emergere di possibili concorrenti. Conferendo perciò all’idea di libero commercio l’apparenza di un principio scientifico universale di economia e riuscendo a persuadere della sua fondatezza molti popoli. Secondo Gullo, è stata una vera e propria politica di «subordinazione ideologica». Ma chi ha scoperto l’inganno liberista sa che se si vuole recitare un ruolo attivo nella storia non si può essere una realtà statuale meramente post-industriale. In questo senso l’odierno scenario multipolare ha presentato e presenta diversi paesi capaci di offrire visioni alternative e sfidare il pensiero dominante. La partita della storia resta aperta.