Sono passati ben 72 anni. Quella linea divisoria apposta provvisoriamente al 38° parallelo dopo la firma dell’atto di resa dei giapponesi sulla USS Missouri, utile a delimitare le zone di occupazione militari statunitensi e sovietiche è ancora lì. Nel mentre sono caduti imperi: quello sovietico, che si è sgretolato malamente il giorno di natale del 1991; quello britannico, ridotto all’ombra di se stesso e i paesi divisi come conseguenza della Seconda guerra mondiale si sono potuti riunificare. Il Vietnam, diviso al 17° parallelo dalla Conferenza di Ginevra del 1954, dopo secoli di occupazione, prima cinese, poi francese, quindi giapponese, successivamente di nuovo francese ed infine parzialmente statunitense, riusciva a conquistare la propria unità nazionale dopo una guerra disumana, una trasposizione di Davide contro Golia nella giungla. La Germania, che con lo spirito e il cuore dei berlinesi dell’Est e dell’Ovest, ha frantumato quel muro che simbolicamente rappresentava la divisione tra capitalismo occidentale e comunismo bolscevico e che nel concreto per 28 anni aveva diviso famiglie, demarcato stili di vita diametralmente opposti e stigmatizzato uno scontro di civiltà lungo quasi mezzo secolo.

Soldati sud e nord coreani lungo la DMZ stabilita con l'armistizio del 27 luglio 1953

Soldati sud e nord coreani lungo la DMZ stabilita con l’armistizio del 27 luglio 1953

72 anni e quel confine al 38° parallelo è rimasto lì immobile, incurante di un mondo in continuo mutamento, votato a delimitare l’ultimo muro. Una penisola, quella coreana, mai unita veramente se non per brevi e quasi trascurabili lassi di tempo. Una penisola, due paesi: a Sud il vanto del neocolonialismo finanziario americano, uno stato prospero, terza economia dell’Asia e undicesima nel mondo; a Nord l’ultima frontiera, l’estremo baluardo del comunismo stalinista rivisitato ad hoc in stile coreano o Juche. Vero, duro, non annacquato gattopardescamente come quello cinese, che prospera in un capital-comunismo di convenienza, con buona pace di Mao Zedong. Una penisola mai pacificata, sorretta da un semplice armistizio, quello di Panmunjeom datato 1953, al quale non ha mai fatto seguito un vero e proprio trattato di pace tra le due coree. Uno status quo che vige da oltre sessant’anni e che ad un’analisi scevra dal pensiero geopolitico mainstream rende tutti gli attori in gioco appagati, o quasi, per ragioni diametralmente opposte.

In primis la stessa Repubblica popolare democratica di Corea: se il popolo nordcoreano soffre per l’embargo e per le carestie che si sono protratte negli ultimi anni, soprattutto dopo il crollo dell’Urss, la dinastia Kim e l’establishment politico-militare nord coreano godono di ottima salute. Forti di un patto di cooperazione e di mutuo soccorso in caso di guerra siglato con la Repubblica Popolare Cinese nel 1961 – in vigore almeno fino al 2021 – e di un arsenale atomico sfoggiato con poderosa tracotanza che ne garantiscono ipoteticamente l’indipendenza dalle possibili mire belliciste degli Stati Uniti, il regime Nord coreano appone sul proprio popolo un controllo totalitario capillare, che gli permette, senza eccessivi sforzi, di mantenersi saldo al potere senza uno straccio di un’effettiva opposizione che lo contrasti efficacemente.

Manifesti dell’ideologia Juche

La Repubblica Popolare Cinese, anch’essa non fa che beneficiare di questo status quo: la buona vitalità del regime di Kim è funzionale alla potenza geostrategica di Pechino nella regione. Un ipotetico cambio di vertice a Pyongyang comporterebbe una serie di problemi per la Cina che ne minerebbero la sua stessa stabilità: si ritroverebbe con una guerra civile alle porte e con un’ondata di profughi incontrollabile che sfogherebbe nella sua regione confinante dello Yanbian. L’ipotetica riunificazione delle due coree dovuta ad un cambio di vertice comporterebbe probabilmente la nascita di una nazione filostatunitense, avente come conseguenza diretta un’ulteriore avvicinamento della potenza militare americana ai confini di Pechino. Da non sottovalutare altresì il rapporto privilegiato di Pechino con Pyongyang in ambito commerciale: la Corea del Nord detiene per grandezza la 22° riserva mondiale di carbone. La Cina importa questa risorsa a prezzi amichevoli, decisamente inferiori a quelli di mercato. Questo rapporto esclusivo è molto lontano dall’import di beneficienza dello zucchero cubano da parte dell’Urss.

La Cina è realmente affamata di idrocarburi. La sua macchina industriale necessita di un rifornimento ciclopico e costante di petrolio, ma nonostante gli ingenti investimenti in Africa da parte di Pechino, la domanda supera di gran lunga l’offerta. Ciò comporta che l’economia cinese sia pesantemente dipendente da fonti di idrocarburi alternative come il carbone, che nel 2015 occupava il 64% del paniere energetico cinese. Pertanto la fornitura quasi esclusiva di combustibili fossili che Pyongyang esporta in Cina a prezzi stracciati è un asset fondamentale per Pechino, che può assicurarselo solo con una Corea divisa e isolata a Nord.

Un-north-korea

Attori assoluti nella regione, anche gli Stati Uniti godono di tutti i vantaggi derivanti da questo stallo politico-militare. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e lungo l’intero corso della Guerra Fredda, Washington ha disseminato le proprie basi militari nell’area Pacifico e nell’Asia centrale con il duplice scopo di difendere i propri macro-interessi nella regione e al contempo attorniare l’Urss e la Cina comunista con un cappio militare ben congeniato, che dalla Tailandia fino al Giappone, passando per la Corea del Sud ha circondato Pechino, Mosca e Pyongyang.

La fine della Guerra Fredda non ha decretato la smobilitazione di queste basi, tutt’altro: vista l’aumentata capacità missilistica di Cina e Corea del Nord, gli USA si sono impegnati a rafforzare le proprie alleanze regionali, sia militari che economiche con gli attori grandi e piccoli della macroarea Asia-Pacifico. Ad un’aumentata presenza militare statunitense nella regione è corrisposto un sensibile balzo dell’export militare di Washington verso i suoi alleati. Con Giappone e Corea del Sud tra i principali mercati di esportazione della produzione bellica statunitense nell’area, la bilancia commerciale USA non può che beneficiare della presenza minacciosa della Nord Corea in Estremo Oriente. Un’eventuale cambio di regime a Pyongyang renderebbe estremamente difficile per Washington continuare a giustificare la sua solida presenza nella regione, e contrarrebbe notevolmente il fabbisogno militare dei propri alleati.

Artiglieria nordcoreana durante un'esercitazione (immagine rilasciata dalla KCNA)

Artiglieria nordcoreana durante un’esercitazione (immagine rilasciata dalla KCNA)

Infine la Russia. L’ingente presenza della marina militare americana nell’area Pacifico è certamente motivo di preoccupazione per Mosca. Il quartier generale della Flotta del Pacifico russa, forte di un’armata sottomarina a propulsione nucleare che ad oggi può rivaleggiare tranquillamente con quella americana, è situato a Vladivostok. La cittadina dell’Estremo Oriente russo dista solo pochi chilometri dal confine Nord coreano. Un’eventuale riunificazione della penisola favorevole agli Stati Uniti, porterebbe le due armate a scrutarsi pericolosamente da vicino, minacciando direttamente la stabilità della regione e non solo. Senza contare che l’arsenale atomico nord coreano distoglie le attenzioni occidentali da altre questioni, come quella ucraina. A conti fatti, la realpolitik dei paesi presi in esame impone a tutti gli attori in gioco il mantenimento dello status quo, che se non riesce ad accontentare pienamente nessuno, quantomeno ha il merito di bloccare le tensioni evitando di frustrare troppo gli animi, cittadini nordcoreani non compresi.