di Gabriele Repaci

L’11 luglio di quest’anno ricorre il ventesimo anniversario del presunto massacro di Srebrenica. Esso è stato presentato dai grandi media occidentali come la peggiore atrocità commessa in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale. Secondo la versione ufficiale dell’accaduto, nel luglio del 1995, le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić sarebbero entrate a Srebrenica, una città dell’est della Bosnia Erzegovina – dichiarata dalle Nazioni Unite nel 1993 «zona franca» e totalmente disarmata in cui i soldati non potevano entrare – massacrando circa ottomila uomini e ragazzi bosniaci di religione musulmana. In seguito il Tribunale penale internazionale per l’ex- Jugoslavia avrebbe definito tale avvenimento un genocidio. La notizia di quell’evento fece in breve il giro del mondo. L’allora Presidente Usa Bill Clinton, che in quell’anno era sotto pressione da parte dei grandi mezzi di comunicazione di massa e dal candidato Repubblicano Bob Dole per agire con più forza in favore dei Musulmani Bosniaci, dichiarò: «Questa faccenda non può continuare dobbiamo assumerne il controllo». Ad agosto gli Stati Uniti dettero il via libera a una massiccia offensiva croato-musulmana nella Krajna controllata dai serbi, battezzata Operazione Tempesta. Nei vari giorni di combattimento gli eserciti croati e musulmani compirono una vera e propria pulizia etnica. Duecentomila serbi abbandonarono le loro case e vi furono decine di migliaia di morti e dispersi. Ancora oggi Srebrenica rappresenta agli occhi dell’opinione pubblica occidentale il simbolo dell’intrinseca malvagità del popolo serbo e della sofferenza dei Musulmani di Bosnia, come della giustezza dello smembramento della Jugoslavia e degli interventi Occidentali, che comprendono i bombardamenti e l’occupazione della Bosnia e del Kosovo.

Tuttavia in questi ultimi anni attraverso una documentata bibliografia, numerosi studiosi e attivisti politici, hanno cercato di porre sotto una diversa luce la realtà delle guerre balcaniche degli anni Novanta rimettendo in discussione alcune delle tesi fondanti che hanno portato all’intervento della NATO in quelle zone di cui la strage di Srebrenica è uno dei pilastri fondamentali. A tal proposito non si può non citare il bel volume di Alexander Dorin e Zoran Jovanovic Srebrenica. Come sono andate veramente le cose pubblicato nel 2012 per la casa editrice Zambon. Nel loro libro i due autori cercano di dare uno sguardo d’insieme al conflitto nella ex-Jugoslavia inserendo i tragici fatti di Srebrenica all’interno di un contesto più ampio. Essi fanno notare come l’immagine che l’Occidente ha dato di Alija Izetbegović, leader dei Musulmani bosniaci, dipinto come un islamico moderato fautore di uno stato laico, è ben lungi dal corrispondere alla realtà. Durante la Seconda guerra mondiale, egli aderì all’organizzazione Giovani Musulmani (Mladi Muslimani) per la famigerata divisione SS Handžar in collaborazione con i servizi d’informazione della Germania Nazista (Abwehr e Gestapo). La divisione SS Handžar venne costituita nel febbraio del 1943 su ordine di Hitler e con la benedizione del Muftì di Gerusalemme, stretto collaboratore del Führer, al fine di combattere i partigiani di Tito. Le tecniche del terrore utilizzate dai suoi soldati – ereditate da quelle dei Turchi all’epoca dell’Impero Ottomano – furono spaventosamente crudeli. Esse andavano dallo stuprare le donne, strappare gli occhi e tagliare i testicoli degli uomini vivi. Si dice che la loro crudeltà fosse tale che persino gli stessi ufficiali tedeschi delle SS ne denunciarono le azioni. Nel 1946, Izetbegović fu condannato dalla Corte Suprema della ex Jugoslavia a tre anni di prigione e a due di perdita dei diritti civili a causa delle sue attività filo-naziste. Nel suo libro La Dichiarazione Islamica (Islamska deklaracija) pubblicato nel 1970 e mai rinnegato scrisse: «Non esiste né pace, né coesistenza fra la religione islamica e le istituzioni politiche o sociali non islamiche. Avendo il diritto di governare il proprio mondo, l’Islam esclude evidentemente il diritto e la possibilità di conformarsi ad una ideologia straniera sul proprio territorio». Per aver dato prova di fondamentalismo ed intolleranza verso le altre religioni egli fu condannato a dodici anni di prigione dalla Suprema Corte della Bosnia il 14 marzo del 1983. Ciononostante, malgrado l’interdizione alla pubblicazione, il suo scritto venne ristampato nel 1990.

Lo scopo di Izetbegović e di tutti i musulmani radicali da lui guidati era quello di creare – con l’attivo supporto di alcuni paesi mediorientali – uno stato islamico all’interno delle frontiere della Bosnia Erzegovina. Tale progetto non poteva non incontrare la ferma opposizione della popolazione serba la quale non aveva alcuna intenzione di vivere in uno stato in cui vigesse la Shari’a. Inoltre nei dintorni di Srebrenica tra il 1992 e l’estate del 1995 le truppe bosgnacche hanno compiuto aggressioni sui villaggi serbi vicini maltrattando, torturando e massacrandone gli abitanti in modo bestiale. La nozione di «zona protetta» altro non era che una frode. Si supponeva che queste zone fossero disarmate mentre invece non lo erano affatto e con la connivenza dell’ONU i Musulmani bosniaci hanno potuto compiere indisturbati le loro operazioni di pulizia etnica. A riprova di ciò basti pensare che quando i Serbi di Bosnia si sono impadroniti di Srebrenica nel luglio del 1995, è stato riportato che il 28ª reggimento dell’esercito Musulmano boniaco (AMB) comandanto da Naser Orić, che comprendeva diverse migliaia di uomini, era fuggito dalla città. Naturalmente i Media non si sono minimamente chiesti come mai una forza così imponente potesse trovarsi in una zona protetta teoricamente disarmata. Ma la questione più controversa riguarda la definizione di genocidio in relazione agli avvenimenti di Srebrenica. Tale termine è stato coniato dall’ebreo polacco Raphael Lemkin sfuggito all’Olocausto perpetuato dai nazisti. Esso deriverebbe dall’unione della parola greca genos (razza, tribù) e dal suffisso latino cidio (uccisione) ed è destinato a qualificare un piano coordinato d’azioni diverse con lo scopo di distruggere i fondamenti essenziali della vita di gruppi nazionali in vista di annientare i gruppi stessi. Alla luce di tale definizione non possiamo qualificare come genocidio quello avvenuto a Srebrenica. Innanzitutto per la mancanza di una uniformità di natura nazionale, etnica o religiosa delle vittime.

Se, come ha sostenuto l’accusa, vennero effettuate circa 8.000 esecuzioni per non parlare delle migliaia di morti in combattimento si sarebbero dovuti trovare degli enormi siti di sepoltura. Invece le ricerche condotte nelle zone limitrofe al piccolo paese della Bosnia orientale hanno portato all’esumazione di circa 2000 corpi comprendenti sia combattenti musulmani che serbi molti dei quali deceduti prima del luglio del 1995. In perfetta malafede per poter saldare il numero di caduti mancanti gli investigatori dell’Aia hanno presentato anche dei corpi provenienti da altre parti della Bosnia quali vittime di Srebrenica. Come riportato dagli autori all’interno del volume (p.117) in un’intervista al giornale tedesco «Junge Welt» Miroslav Toholi, ex rappresentante dell’esercito serbo-bosniaco, ha raccontato che le autorità musulmane hanno dichiarato vittime del presunto genocidio, alcune centinaia di caduti nei combattimenti e tra essi anche dei mercenari stranieri che hanno perso la vita nelle vicinanze di Han Pjesak. La verità all’interno di questa montagna di menzogne è che il «genocidio» di Srebrenica è una delle più grandi falsificazioni storiche del ventesimo secolo insieme all’Incidente del Golfo del Tonchino, il Massacro di Timişoara o le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. La Jugoslavia di Milošević andava eliminata perchè con la sua economia ancora orientata verso il socialismo rappresentava un’ostacolo al capitalismo neoliberista trionfante guidato dagli Stati Uniti. Fino al 5 ottobre del 2000 infatti la stragrande maggioranza delle industrie del paese (soprattutto quelle più grandi) erano ancora di proprietà statale. Anche le aziende a capitale misto avevano la limitazione di poter essere vendute al capitale straniero, al massimo fino al 49%, e che soprattutto potevano essere privatizzate solo con il consenso della maggioranza dei lavoratori e del sindacato. Un tipo di legislazione evidentemente contrario alle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Una volta smembrata la Federazione jugoslava in tanti piccoli protettorati NATO non c’era più nulla che potesse contrastare l’egemonia politica americana sull’Europa.