Non c’è forse città che può essere issata ad emblema di tutte le vicissitudini politiche e militari accadute in Iraq e nel medio oriente dal 2003 ad oggi, come Falluja; questo centro, forse più della stessa Baghdad si è ritrovato ad essere epicentro di tutte le vicende irachene da quando gli USA hanno deciso di abbattere il regime di Saddam Hussein. Situata a circa 70 km ad ovest della capitale, lì dove le acque dell’Eufrate incontrano il deserto della provincia di Al Anbar, Falluja per gli iracheni ed in special modo per quelli di fede sunnita, è un punto di riferimento culturale ed artistico; prima dell’arrivo dei cingolati americani 13 anni fa, il suo centro storico era soprannominato ‘città delle moschee’ visto che erano ben 200 i luoghi di culto che adornavano il territorio e forte di una popolazione di mezzo milione di abitanti e di una gran vicinanza con Baghdad, si possono ben intuire i motivi per i quali Falluja ha da sempre avuto una grande importanza strategica.

Per le bombe USA prima e per l’avvento dell’ISIS poi, forse Falluja ha perso molte di quelle 200 moschee, ma non ha perso il suo fascino e né il suo ruolo cardine all’interno della società sunnita; ecco quindi perché l’esercito iracheno sta provvedendo adesso alla sua liberazione, ancor prima di Mosul, che per grandezza e numero di abitanti è seconda solo a Baghdad e Bassora. Ma la storia recente di questa città, richiede un rapido intervento; dopo la caduta di Saddam, è qui che si è concentrata la resistenza irachena all’occupazione americana, gran parte degli insorti erano di Falluja o qui hanno trovato protezione. Nel 2004, i marines sono stati costretti a rimettere gli scarponi sulle rive dell’Eufrate per riprendere il controllo della città anche con l’utilizzo di armi al fosforo bianco, che ancora oggi causano la nascita in città di bimbi deformi; l’operazione militare di dodici anni fa su Falluja, è ritenuta tra le più cruenti battaglie di sempre: obiettivo principale era stanare i covi di Al Qaeda in Iraq, ma diverse fonti hanno documentato bombardamenti effettuati sui civili, sui mercati e su aree densamente urbanizzate, in tanti già allora hanno fatto notare l’assenza di prove sulla reale presenza a Falluja dei leader jiahdisti; la città è stata sempre sull’orlo di sfuggire di mano dal controllo del governo centrale e spesso preda di violenze settarie negli anni successivi, poi uno dei frutti più macabri della guerra civile siriana, con quella sua bandiera nera simbolo di morte e devastazione, ha fatto la sua apparizione nell’Al Anbar prendendo la città nel gennaio 2014.

La liberazione di Falluja dalla morsa dell’ISIS, è attesa nelle prossime ore e non mancherà di avere un ruolo cruciale nella lotta al califfato, non solo in Iraq ma anche in tutto il medio oriente; in primo luogo, la città è stata la prima (a livello iracheno) a cadere, come detto, in mano agli uomini di Al Baghdad nel gennaio 2014, quando in Europa la maggiore minaccia era ancora rappresentata dall’Ebola ed ISIS era un termine quasi sconosciuto alla stragrande maggioranza del pubblico occidentale. In secondo luogo, adesso è l’ultima della provincia di Al Anbar ad essere in mano al califfato; è bene ricordare che questa provincia, la più estesa dell’Iraq che va dalla periferia di Baghdad fino al confine giordano e siriano, rappresenta il cuore sunnita del paese e dopo la caduta di Ramadi (capoluogo di questa provincia), la fine del califfato a Falluja vuol dire strappare all’ISIS quei territori dove ha goduto di parziali appoggi dei leader tribali per via della comune causa sunnita. In poche parole, riprendere questa zona darà una mazzata morale quasi decisiva ai terroristi e l’esercito potrà concentrarsi su Mosul.

Liberare Falluja ha anche un terzo elemento di importanza, questa volta più spiccatamente ‘geografico’; vuol dire in sostanza rimettere in comunicazione diretta Baghdad con Amman e questo è un fatto storico nella lotta all’ISIS: quando il califfato ha iniziato a strappare territori al governo iracheno, di fatto ha diviso a metà l’intero medio oriente, spaccando la mezzaluna mesopotamica. Raggiungere due cuori pulsanti di questa regione del mondo arabo, come per l’appunto la capitale irachena e giordana, era divenuto impossibile via terra vista l’occupazione dell’Al Anbar e ciò ha rischiato di scardinare gli equilibri già fragili dell’intera regione; questo incubo è prossimo alla fine, con il medio oriente che inizia a tirare un sospiro di sollievo e con l’Iraq che torna parzialmente ad essere collegato con i suoi vicini. Tra l’Iraq e la Giordania, si era frapposto per l’appunto l’ISIS: prima la liberazione di Ramadi a dicembre, poi di Hit ad aprile ed infine il raggiungimento del valico di confine giordano di Rutbah, tra Baghdad ed il resto del medio oriente era rimasta quindi solo Falluja. Con la sua caduta, l’intera Autostrada 1 può iniziare ad essere messa in sicurezza e nel più breve tempo possibile riaperta al traffico, in attesa che anche l’arte grande arteria mediorientale, ossia l’ex via della Seta, possa nuovamente essere percorsa. Ma del tragitto che corre tra Damasco e Baghdad, ancora resta molto da recuperare come ben si sa, anche se la liberazione di Palmira in tal senso offre indubbiamente grandi nuove speranze dal lato siriano, mentre in quello iracheno gli occhi nei prossimi mesi saranno puntati sul valico di Qa’im.

Il ripristino del controllo iracheno su Falluja, avrà quindi ruolo decisivo per le sorti della guerra e per la lotta all’autoproclamato stato islamico, ma di certo non risolverà tutti i problemi dell’Iraq e del medio oriente; Baghdad tiene, così come tiene il suo governo e la sua integrità territoriale, ma al di là del fatto che dopo Falluja ci sarà ancora da conquistare Mosul, circostanza questa che non è detto che richiederà poco tempo, la partita si sposterà sul piano politico. Chi ha acceso la miccia mediorientale, ha tra gli obiettivi anche lo sgretolamento di due Stati nazionali, quali Siria ed Iraq, da sempre attivi nella regione e spine nel fianco per i piani imperialistici; non è un mistero la pretesa balcanizzazione della regione, con la creazione di piccoli staterelli fondati su base etnica a religiosa. Coloro che hanno finanziato l’ISIS ed i terroristi, non stanno riuscendo in questo intento per via militare, ma proveranno per via politica; l’Iraq, in particolare, sta già vivendo da questo punto di vista importanti prove: gli sciiti chiedono un cambio di governo, a cui si oppongono gli altri partiti ed in particolare i sunniti e ciò rischia di creare un pericoloso stallo, mentre nel nord il Kurdistan è in piena crisi economica e con le sue istituzioni regionali prossime al collasso. Sconfitto l’ISIS, l’Iraq ha davanti a sé altre sfide che dovrà necessariamente vincere per evitare il suo collasso e la sua fine politica.