È andata esattamente come ci si aspettava: la Spagna si ritrova nel pantano dell’ingovernabilità e del ritorno alle elezioni. Nella serata di martedì, il re Felipe IV, nonostante i tentativi di accordo tra le parti, ha ufficializzato l’impossibilità di giungere a un compromesso tra i partiti più importanti del Parlamento e ha quindi deciso di sciogliere le riserve: la Spagna tornerà alle urne, a fine giugno, con la speranza, per ora abbastanza vana, che la situazione politica cambi e che si possa giungere quantomeno a una visione sintetica del quadro politico rispetto alle precedenti. Dicevamo speranza vana. Sì, lo è. E probabilmente in Spagna lo sanno tutti coloro che la politica la fanno, o la analizzano, o semplicemente la seguono. La frammentazione partitica e la fine della logica del bipartitismo va non soltanto considerata ormai una caratteristica di questa fase politica ma va ritenuta come la futura costante del sistema politico spagnolo. Per quanto abbiano vissuto sotto l’ala protettrice, e in un certo rassicurante, del bipartitismo classico e della classica alternanza, quella tra Partido Popular e Partido Socialista, gli spagnoli in questi ultimi anni hanno subito un profondo cambiamento nel loro approccio alla politica e nella loro rappresentanza. Una situazione in continuo mutamento che sembra possedere l’unica costante nell’incertezza. Incertezza di come si muoveranno prima gli elettori poi gli eletti, ed incertezza che naturalmente si ripercuote sul futuro. L’incertezza degli elettori è figlia innanzitutto della mancanza di abitudine da parte dell’elettorato iberico nel rapportarsi con una situazione politica frammentata. Ed esiste un’impossibilità di fondo nel comprendere appieno se questo elettorato tornerà, almeno in parte, verso i partiti storici, in virtù di questa ingovernabilità che da molti è percepita come un “esperimento” fallito e pericoloso da cui è meglio discostarsi subito. Oppure se questo elettorato rafforzerà le proprie aspettative sui partiti cosiddetti “di rottura”, sia a destra con Ciudadanos che a sinistra con Podemos (che sembra potersi alleare con la Izquierda Unida), dando definitivamente la spallata al sistema bipartitico classico di Madrid ed aprendo però la strada a quello che ricorda le nostre coalizioni di governo ante-crisi, cioè governi di centrodestra o di centrosinistra.

La partita che si giocherà a giugno, per la Spagna, rappresenta quindi un banco di prova non da poco conto. Perché la possibilità del “cambiare tutto per non cambiare niente” di gattopardiana memoria sembra sempre più stagliarsi all’orizzonte. Gli ultimi sondaggi infatti vedono una situazione futura non tanto diversa da quella che si è profilata dopo le ultime elezioni con un parlamento a quattro più alcuni partitini territoriali che possono incidere poco. Di certo c’è un rischio evidente, ed è quello di vedere frustrate ancora una volta le aspettative elettorali del popolo che si recherà alle urne. Tra astensione (che si prevede molto alta), sfiducia, scandali che hanno colpito il centrodestra ma che non hanno risparmiato neanche Podemos, e partiti che stanno utilizzando l’ingovernabilità come campo per la resa dei conti interna e per le lotte di egemonia, la Spagna di Felipe IV vede sempre più prospettarsi una soluzione “all’italiana” più che “alla tedesca”. Una grande coalizione non sarà possibile, ma probabilmente una coalizione di più partiti con programmi tendenzialmente neutri e affini alle linee guida europee. Del resto, è evidente, che una Spagna ingovernabile giocoforza aiuta coloro che vedono nella grande coalizione non un fallimento del sistema democratico ma un utile mezzo per sottoporre gli Stati a governi tecnici o di larghe intese che possano essere meno interessati all’appoggio elettorale ma più interessati all’appoggio del mondo finanziario e dei piani di alti di Bruxelles. Destino che sembra accomunare l’Europa mediterranea, e che in fondo, con le elezioni spagnole a poche ore dal referendum sul Brexit, non sarà così difficile da accettare per i nostri amici dell’UE.