La questione dell’investitura del nuovo premier spagnolo sembra avere un futuro abbastanza segnato. Nei prossimo giorni infatti, come già accaduto nelle ultime ore, il Parlamento spagnolo non riuscirà a dare l’assenso alla nomina di Pedro Sanchez, leader del PSOE, come guida di un governo di coalizione con Ciudadanos. 130 voti a favore, 219 contro, un astenuto. L’oasi della maggioranza assoluta sembra sempre più un miraggio, mentre anche il raggiungimento della maggioranza semplice, utile alla nomina per la terza tornata votazione parlamentare, sembra oramai una meta non solo difficile da raggiungere, ma anche abbastanza impraticabile. Vorrebbe dire che Partido Popular o Podemos decidano per astenersi nella terza votazione, e questo, almeno per ora, sembra impossibile a detta dei due leader.

A questo punto, in Spagna sembra sempre più plausibile lo scenario delle elezioni. Pedro Sanchez, leader del PSOE, evidentemente non è in grado di governare. Dall’altro lato del Parlamento, sembrano ormai tutti convinti che la via del governo di coalizione, almeno con questi leader e almeno con questi numeri, sembra impossibile. Troppa la distanza tra i socialisti e Podemos. Totale la chiusura di Rajoy a Sanchez. Ciudadanos, che ha stretto un patto di governo con i socialisti, paga un risultato elettorale magro rispetto alle aspettative e la mancanza di volontà del Partido Popular di scendere a patti con i socialisti, da sempre rivali storici e da sempre unici partiti di governo e opposizione all’interno del Parlamento spagnolo. Risulta inoltre evidente che, proprio in virtù di questo possibile futuro di elezioni a stretto giro di posta, i partiti non sembrino in realtà del tutto convinti della convenienza di scendere a partiti proprio ora che si potrebbe infiammare nuovamente la corsa elettorale. Ciudadanos vuole corrodere l’elettorato popolare, Podemos vuole pescare tra gli astenuti e i socialisti delusi, ammiccando agli indipendentisti. Il Partido Poular dal canto suo mira a ristabilire il proprio dominio del centrodestra accusando Rivera, leader di Ciudadanos, di essere il secondo portavoce dei socialisti. Insomma, in definitiva, nessuno vuole rischiare di rovinarsi la piazza: è il classico gioco elettorale della democrazia rappresentativa post-ideologica, in cui le idee falliscono per far posto alla corsa alla poltrona.

Ma mentre Madrid e la Spagna tutta si ferma per decidere, o meglio, non decidere il proprio futuro, se non per rilanciarlo nel pallottoliere elettorale, i mercati e l’Europa cominciano a essere stanchi dello stallo che si vive nel Regno di Felipe, ed iniziano a dare i primi segnali di insofferenza. Del resto, un futuro elettorale a breve termine incute timore non solo ai mercati, ma a tutta l’Europa “europeista”. Innanzitutto per i possibili scenari, cioè la possibilità che un fronte anti-astuerity o peggio, un Podemos primo partito, possa portare la Spagna a mettersi di traverso alle politiche di Bruxelles. Da una parte potrebbe formare un fronte contrario alle politiche finanziarie europee insieme ai socialisti, dall’altro lato, scenario ancora più probabile, formare una grande coalizione con indipendentisti e anti-euro. Inoltre, il rischio delle elezioni di giugno sarebbe anche quello di unirsi al referendum del Brexit. In poche settimane, o forse nella stessa, Londra e Madrid potrebbero colpire duramente il già difficile e precario equilibrio dell’Unione Europea, incendiando ancora di più il dibattito del Vecchio Continente. Londra che vota per l’uscita o Londra che vota per restare. Madrid che vota moderata o che sprofonda nell’ingovernabilità o nel voto agli anti-Euro. Troppi dubbi per la vecchia e stanca Europa.