Inutile girarci intorno, il mondo oggi vive di almeno due blocchi che si contrappongono a livello militare in Europa e Medio Oriente: uno, quello filoamericano, sorretto da uno scheletro di alleanza che si chiama NATO ma che continua sostanzialmente a rappresentare gli interessi di una potenza, gli Stati Uniti, e la sudditanza di tanti, cioè l’Europa; l’altro, quello che orbita tra Mosca e Teheran, e che vede sempre di più brillare la sua stella euroasiatica. Certamente è evidente oggi che chi comanda in ambito geopolitico è il Cremlino, che sta vincendo la sua partita a scacchi contro la Casa Bianca grazie a una strategia mirata ma soprattutto a un tatticismo che ha reso Putin un gigante rispetto ad Obama. La vittoria di Palmira, riconquistata con gli sforzi bellici e umani dell’esercito di Assad e delle forze russe, le immagini dell’esercito regolare di Damasco entrare nel sito archeologico liberato dalle milizie del Daesh, il sacrificio di Alexander Prokhorenko, lo Spetsnaz che ha deciso di sacrificarsi richiedendo un bombardamento nell’area in cui operava pur di non cadere nelle mani del nemico e sconfiggerlo definitivamente, sono tutti ultimi fotogrammi di una pellicola che da mesi sta facendo crescere la stella di Putin nel firmamento della geopolitica mondiale. Ma ciò che producono queste immagini non è soltanto un accrescimento del valore della figura di Vladimir Putin, ma è l’idea di un’alternativa possibile.

Cresciuti e allevati da una propaganda martellante filoamericana che da decenni ci insegna cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia buono e cosa sia cattivo, chi è lo sceriffo che detta legge e chi il bandito che attacca la carovana, oggi il mondo occidentale sembra come traumatizzato da una nuova prospettiva, che è quella che vede l’America comunicare a essere messa in discussione. Certamente non dall’Europa politica, che infatti tutto fa meno che incentivare questa resa americana di fronte all’evidente declino della sua politica estera. Ed infatti ecco che, mentre la vittoria di Palmira certifica definitivamente chi combatte veramente il Daesh e chi invece lo contrasta con lumini, gessetti e parate multicolori, l’Europa si pone da sola, ancora una volta, miope se non cieca, il giogo del declino, accodandosi in un gesto che assume connotati quasi ridicoli, se non fossero tragici: la NATO (quindi gli Stati Uniti con il placet dell’Europa) ha deciso di rafforzare ulteriormente i confini orientali dell’Alleanza, dunque il confine con la Russia e i suoi alleati, al fine di porsi, dicono, come freno all’eventuale espansionismo militare russo nell’area europea.

Sarebbe da riderci sopra, se non dovessimo invece dover constatare, una volta di più, l’encefalogramma piatto di questo nostro Continente, corroso dagli interessi delle lobby multinazionali e di oltreoceano. Non bastavano le vergognose sanzioni economiche contro la Russia, non bastavano i sovvenzionamenti ai suoi nemici, non bastava il silenzio mentre l’Isis conquistava i suoi alleati siriani, adesso la NATO decide, di punto in bianco, dopo che la Russia ha tutelato tutti noi in Siria, che la Russia è il nemico numero uno dell’Alleanza. Perché non era necessario convogliare le forze contro il terrorismo internazionale del Califfato, nossignore, era ed è più importante provocare un’escalation militare sui confini d’Europa, con la Polonia che ha già richiesto all’Alleanza missili e caccia in quantità astronomiche. Siamo alle comiche finali. Mentre i media occidentali ci narrano il terrorismo in Europa e le nefandezze dell’Isis in tutto il mondo, la NATO decide di sfidare l’unico Stato che l’Isis lo combatte veramente. Ma non è necessario capire chi è nel torto. Purtroppo, va detto, quelli che lo capiscono, almeno tra chi ha il potere, sono veramente sempre di meno e senza dubbio sempre troppo pochi.