La Somalia è quello che potremmo definire uno Stato fallito. L’assenza di un governo stabile, a seguito della caduta di Siad Barre, ha fatto sì che il Paese del Corno d’Africa precipitasse in una spirale di violenze inaudite. Oggi il territorio è parcellizzato in diversi clan tribali, ognuno dei quali, spartendosi la propria fetta alimenta corruzione e malaffare. La frammentazione della Somalia giova alle cancellerie occidentali che, approfittando della paralisi governativa, hanno messo gli occhi sulle risorse del sottosuolo somalo. Per comprendere come si è arrivati alla guerra civile dobbiamo analizzare gli aspetti storici e geopolitici che hanno caratterizzato l’evoluzione del conflitto. Nel 1969 la presa del potere di Siad Barre, inaugurò quello che lui stesso definì “socialismo scientifico” somalo. I principi di regolamentazione economica d’ispirazione socialista trovarono riscontro con la nazionalizzazione di banche, assicurazioni e imprese straniere, inoltre, notevoli passi avanti si ebbero nel sociale con l’alfabetizzazione di massa, costruzione di nuove infrastrutture e miglioramenti nella sanità pubblica.

Bettino Craxi e Mohammed Siad Barre, presidente della Somalia dal 1969 al 1991

In politica estera la Somalia faceva parte del Movimento dei Paesi Non Allineati. Il presidente strinse dapprima relazioni con l’URSS- incrinatisi in seguito dell’appoggio sovietico all’Etiopia nella guerra dell’Ogaden- continuando a mantenere, nel frattempo, buoni rapporti con Stati Uniti e Arabia Saudita. La sua deposizione nel 1991 ha consegnato il Paese alle varie fazioni claniche. Il rapido deterioramento delle condizioni ha spinto le truppe statunitensi ad intervenire nel quadro della missione internazionale UNITAF(Unified Task Force). L’operazione Restore Hope, che inizialmente doveva garantire la distribuzione degli aiuti umanitari, si è presto trasformata in un intervento armato. Sotto l’ala protettrice del Consiglio di Sicurezza dell’Onu fu istituita una nuova missione denominata UNOSOM autorizzando l’utilizzo di “qualsiasi mezzo” per ristabilire la pace. Se da un lato gli Stati Uniti avevano interessi geostrategici per intervenire nel Corno d’Africa, non avevano fatto i conti con i rischi che tale scelta poteva comportare: difatti il tre ottobre del 1993 due elicotteri Black Hawk furono abbattuti causando la morte di diciotto soldati americani, anche l’Italia che partecipava alla missione pagò il suo tributo in termini di vite umane. La missione che durò dal 1992 al 1995 fu un fallimento. Nonostante la Conferenza di pace di Arta (Gibuti) nel 2000 e l’insediamento del Transitional Federal Government, la strada per la riconciliazione del Paese non è stata ancora percorsa. Il modello americano articolato sull’esportazione della democrazia non ha funzionato, nel 2006 il vuoto istituzionale è stato colmato dall’Unione delle Corti islamiche che in poco tempo sono riuscite a prendere il controllo della Capitale, creando non pochi problemi per la diplomazia statunitense. Il tentativo di riunificare la Somalia sotto la bandiera dell’Islam venne stoppato dall’invio di un contingente etiope e dal dispiegamento delle truppe dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia) che nel corso del 2007 riuscirono a liberare Mogadiscio. È proprio da una costola dell’Unione delle Corti islamiche che è nata la cellula salafita affiliata ad al-Qaeda in Somalia: al-Shabaab. Il gruppo jihadista, grazie al vuoto di potere, ha trovato terreno fertile per proliferare e lanciare numerosi attacchi terroristici in Somalia e anche nel vicino Kenya (ricordiamo la strage nel college di Garissa nell’aprile del 2015).

Una mappa politica (che data al 2014) per capirci qualcosa nel pantano somalo

L’elezione del presidente Hassan Sheikh Mohamoud, avallata dalla diplomazia internazionale, dimostra – più che l’intenzione di pacificare il Paese restaurando un potere centrale in grado di contenere le forze centrifughe – l’interesse dei Paesi occidentali a collaborare con un presidente accondiscendente ai loro diktat. In questi termini vanno letti i contratti stipulati da imprese petrolifere occidentali(la britannica Soma Oil & Gas, la norvegese DNO, la canadese Africa Oil Corp) per esplorare le coste somale dell’ormai indipendente Somaliland e dell’autonomo Puntland. Focalizzandoci sullo sfruttamento delle acque territoriali somale, nessuna menzione da parte dei mass media sul forte incremento della pesca illegale perpetrata da navi occidentali e asiatiche. Come documentato dall’organizzazione Oceans Beyond Piracy, l’invadenza dei pescherecci stranieri minaccia costantemente la sopravvivenza delle comunità somale che, vedendosi privati di una delle maggiori fonti di sussistenza, preferiscono imbracciare le armi e darsi alla pirateria. Del resto l’economia somala ha dovuto subire le “ricette” del Fondo Monetario Internazionale che, con le misure di austerity e gli aiuti internazionali, hanno finito per distorcere i meccanismi del mercato somalo disincentivando la produzione locale.

Hassan Sheikh Mohamud, attuale presidente della Repubblica Federale di Somalia

Hassan Sheikh Mohamud, attuale presidente della Repubblica Federale di Somalia

La situazione è diventata insostenibile se pensiamo alla carestia che tra il 2010 e il 2012 ha irreparabilmente affossato l’economia somala. È di questi giorni la notizia dell’assoluzione di Hashi Omar Assan, “capro espiatorio” dell’omicidio di Ilaria Alpi avvenuto nel 1994 a Mogadiscio. Durante la guerra civile, l’inviata del TG3 Ilaria Alpi fu assassinata insieme al suo operatore Miran Hrovatin perché stava indagando su un traffico di rifiuti tossici e contrabbando di armi diretti dall’Italia fino in Somalia.