Se ne va un anno di guerra in Siria; purtroppo questo 2015 la popolazione siriana in futuro dovrà annoverarlo come un altro periodo di conflitto, altri 12 mesi di morte, distruzione e combattimenti. Il 2015 come il 2014 e così come via via fino al 2011, data di inizio di questo drammatico conflitto; oramai la guerra civile siriana va verso i cinque anni e sembra avviata verso un 2016 in cui la popolazione civile è costretta a patire scontri e combattimenti. Quando di mezzo ci sono intere famiglie distrutte, interi villaggi rasi al suolo e tanti bambini costretti a lasciare i luoghi in cui sono nati, è dura tracciare un bilancio; eppure, sul fronte siriano in questo 2015 sono accaduti episodi importanti e prorompenti, che hanno determinato ribaltamenti su vasta scala e contribuiscono a dare una lettura diversa a quello che potrebbe essere il futuro dell’evoluzione della situazione. Per Assad ed il suo governo, è stato già un grande successo poter arrivare ancora a chiudere in sella questo anno, a dispetto di chi preconizzava ancora una volta una veloce dipartita dello Stato Bahatista; il 2015 si è aperto con la visita proprio del presidente nelle trincee di Jobar, ultimo quartiere all’interno della cinta autostradale di Damasco ancora sotto il controllo ribelle. In quel 1 gennaio 2015 le immagini di Assad assieme alla moglie al fianco dei militari posti dietro i grandi muri fatti di sacchi di sabbia, hanno fatto il giro del mondo in poche ore; un gesto di vicinanza del capo di Stato siriano in vista di 12 mesi di fuoco, in cui le sue truppe avrebbero rimediato da lì a breve importanti sconfitte, che a marzo hanno fatto gridare anche a Damasco al ‘rompete le righe’.

Ma ancora una volta lo stato siriano non si è sfaldato; certo però, che in quelle trincee Assad secondo molti era già convinto delle gravi difficoltà in cui sarebbe andato incontro l’esercito siriano: confini turchi e giordani non presidiati da anni, assieme ad informazioni dell’intelligenze che accertavano movimenti di ribelli e jihadisti pronti ad entrare ancora in Siria, hanno da subito fatto apparire il 2015 come un ennesimo anno di strenua e difficile difesa dell’integrità territoriale di Damasco. A marzo la caduta di Idlib ed a maggio quella di Palmyra, hanno dato quindi poi ampia conferma di quanto a lungo sospettato; nei primi sei mesi di questo 2015, la Siria ha vissuto militarmente tra i periodi più difficili del conflitto, secondo soltanto a quei mesi a cavallo tra il 2012 ed il 2013 in cui i terroristi sono riusciti a suo tempo ad assediare a lungo la stessa Damasco. Persa Idlib, quinta città del paese e tra le più attive economicamente prima dello scoppio del conflitto, persa Palmyra e persi molti villaggi a nord della roccaforte Latakia, il 2015 ha ad un certo punto assunto le sembianze di un anno in cui la Siria di Assad dovesse essere messa a ferro e fuoco fin dentro le mura del palazzo presidenziale. Dopo una seconda parte del 2013 ed una buona fetta del 2014 in cui l’esercito siriano è riuscito a riconquistare ampie fette di territorio, la prima parte del 2015 è stata caratterizzata dall’avanzata a nord di Al Nusra ed altre formazioni estremiste, mentre ad est l’ISIS è arrivata fino al cuore del governatorato di Homs, prendendo appunto Palmyra ed insidiando la famigerata autostrada M5, la stessa che congiunge Damasco con la stessa Homs ed Aleppo.

A Damasco però, è da riconoscerlo, non si è persa la calma e si sono studiate soluzioni di risposta; prima il contrattacco a Palmyra che ha riportato l’esercito alle porte della città, mentre a nord i curdi della Rojava hanno salvato Kobane ed hanno iniziato a liberare buona parte delle province di Al Hasakah, Aleppo e la stessa Raqqa, poi in seguito è arrivata la tanto attesa richiesta ufficiale del governo di Assad al governo di Mosca per la protezione del suo spazio aereo e l’aiuto per contrastare le avanzate ribelli e fondamentaliste. Il 30 settembre è arrivata la svolta e con essa anche l’impressione che questo 2015 per Assad a la Siria non è più quello della disfatta, ma della riconquista; la vigliacca azione turca di abbattimento del jet russo ai confini siriani a nord di Latakia dello scorso 24 ottobre, ha solo in realtà fatto intensificare i bombardamenti russi in questi monti persi da Damasco già in parte dal 2012. La rivincita di Assad e della Siria, parte proprio da qui: Latakia, città che ospita la base militare russa da cui partono gli aerei e storica roccaforte alawita in cui la guerra raramente si è fatta sentire tra i cittadini, è stata messa in sicurezza. La pressione sulla città costiera è diminuita, i fondamentalisti di Al Nusra adesso sono stati respinti oltre i monti turcomanni, gli uomini di Assad preparano adesso l’offensiva per entrare nel territorio della provincia di Idlib; proprio questa città, simbolo del periodo più difficile del 2015, adesso è forse il grande obiettivo per il 2016: da sud l’esercito di Damasco avanza dalle alture della provincia di Latakia e dalle pianure di Al Ghab, da nord invece gli uomini della Repubblica Araba arrivano dal fronte di Aleppo.

Proprio a sud della seconda città siriana, ancora divisa a metà tra quartieri controllati dall’esercito ed altri in mano ai terroristi, Damasco ha fatto i suoi più significativi progressi dall’inizio dei raid russi; è stato infatti conquistato un territorio molto vasto che hanno spinto anche qui gli uomini di Assad a 10 km dal confine con Idlib, oltre a prendere possesso del tratto locale della M5, chiudendo di fatto le vie di comunicazione ai terroristi. Dunque, quel grosso blocco in mano ai ribelli che va dal nord di Hama e Latakia fino ad Aleppo e nella striscia di A’zaz (vicino confine turco), è sotto attacco dell’esercito regolare che avanza su ogni fronte. Stessa sorte per il Ghouta, regione ad est di Damasco, l’ultima grande sacca di resistenza terrorista nella provincia della capitale, mentre a sud la città di Dar’a (da dove è partita la rivolta nel 2011) vede l’intensificarsi dei combattimenti. Capitolo a parte merita l’altro grande fronte della guerra siriana, ossia la lotta all’ISIS; bloccata l’onda di successi jihadisti che dal maggio 2014 hanno portato il califfato ad estendersi verso Homs ed Damasco, i successi siriani sono fin qui stati timidi dal 30 settembre scorso, ma questa parte finale dell’anno sta regalando ad Assad le prime importanti conquiste: proprio nelle scorse ore, Maheen, città a 180 km dal confine iracheno, è stata ripresa e salvando di fatto dall’attacco la cittadina cristiana di Sadad, mentre Palmyra è ‘sorvegliata’ dalle forze siriane poste ad 1 km dal centro; inoltre, ha destato scalpore a novembre la presa della base assediata di Kweires, ad est di Aleppo, da dove poi è partito l’attacco a Deir Hafir, ultimo bastione ISIS prima del confine con la provincia di Raqqa, ‘capitale’ dell’autoproclamato califfato. L’esercito siriano quindi, sul finire del 2015 ha bloccato l’emorragia di sconfitte ad est ed adesso si prepara ad attaccare su tre direttrici: Deir Hafir, Palmyra e Maheen. Ma in questo anno, i successi più importanti contro l’ISIS in Siria li ha ottenuti il YPG curdo della Rojava, il quale avanza nelle province del nord e proprio domenica ha per la prima volta attraversato l’Eufrate, portandosi non lontano da Al Bab, roccaforte ISIS tra Aleppo ed il confine turco.

Il 2016 allora, potrebbe proprio essere quello del fattivo confronto tra Damasco e membri del YPG, in modo da costituire l’assetto del futuro stato siriano in tempo di pace, a dispetto dei piani di balcanizzazione. Questo 2015, si chiude allora con significativi successi militari; da non sottovalutare anche quelli politici e diplomatici, con la Russia pronta a far da garante ai futuri tavoli di pace, in cui gli USA sembrano retrocedere dalla loro linea di eliminazione ‘a priori’ del governo di Assad. Lacrime, sangue e sofferenze, lascia questo il 2015 in Siria, ma al tempo stesso l’anno che se ne va regala uno stato siriano maggiormente rafforzato e la speranza che i prossimi mesi siano davvero gli ultimi di un conflitto macabro, assurdo e tra i più crudeli che il mondo moderno abbia mai conosciuto.