A distanza di diverse ore dall’accaduto ancora pochi i dettagli sul bombardamenti di Deir Ez Zor, città capoluogo della provincia più orientale della Siria, in cui sono morti almeno quattro soldati siriani. La città si trova in una posizione molto complessa; essa è infatti un’enclave controllata dall’esercito di Damasco nel cuore del deserto in cui è invece Daesh a dettare legge: gran parte della provincia di Deir Ez Zor, compresi i confini (abbattuti) con l’Iraq, è in mano ai miliziani dello stato islamico, mentre la città capoluogo resiste da due anni all’assedio e rimane in mano agli uomini di Assad. Questo perché a Deir Ez Zor vi è un importante e strategico aeroporto militare, all’interno del quale sono assiepate diverse armi e diversi mezzi dell’esercito siriano, il quale non può affatto permettersi di cedere questo spazio ai militanti jihadisti del califfato. E’ il motivo della difesa ad oltranza della città, la quale viene spesso attaccata da Daesh nel vano tentativo di espugnarla; fino all’inizio dello scorso mese di novembre, l’ISIS ha attaccato Deir Ez Zoir, provando a sfondare da sud ed a prendere l’aeroporto, ma il governo centrale è riuscito sia a bloccare l’iniziativa dei fondamentalisti che a rendere ancora più sicura la base e la città. Adesso a complicare un quadro già abbondantemente frastagliato, ci pensano le bombe di poco meno di 48 ore fa, sganciate da non meglio precisati aerei nei pressi di un avamposto dell’esercito siriano. In un primo tempo si è parlato di un aereo di un paese appartenente alla forza a guida USA, poi di un velivolo degli stessi americani, infine c’è chi nella giornata di martedì ha addirittura avanzato l’ipotesi di fuoco amico, con i russi che avrebbero bombardato Deir Ez Zoir per errore.

Un rimpallo di responsabilità, che testimonia la delicatezza del momento; chiunque abbia colpito un avamposto dell’esercito sovrano della Siria, per giunta in un luogo in cui da tempo Damasco viene direttamente attaccata dall’ISIS, ha commesso una grave violazione del diritto internazionale. E’ per questo che nessuno vuole prendersi la paternità del bombardamento; ma l’episodio di Deir Ez Zoir testimonia il livello di confusione che regna sovrana in Siria, in una guerra che non sembra vicina alla sua conclusione, seppure adesso vede la brusca frenata su tutti i fronti dei terroristi, i quali invece da maggio a settembre, mese in cui sono iniziati i raid russi, hanno spadroneggiato per tutta la Siria, guadagnando diversi territori. In questo momento decisivo sia per le sorti tanto del conflitto interno alla nazione siriana, che della lotta all’ISIS, in Siria sembra che alleanze ed amicizie possano cambiare repentinamente da un momento all’altro; eccezion fatta per la collaborazione tra Mosca e Damasco e tra altri milizie locali e lo stesso esercito siriano, per il resto il quadro appare tutt’altro che chiaro: i curdi del Rojava (in cui ad imperare è lo YPG) sono spesso stati considerati vicini agli americani, che grazie alla presa di fatto del potere dei curdi in alcune regioni in chiave anti ISIS, hanno sperato che la stessa Rojava diventasse cuore del futuro Kurdistan oltre che prima grande occasione di spartizione di una Siria immaginata (nelle loro menti) oramai destinata a frantumarsi. Adesso pare che lo YPG sia aiutato dai russi ed in effetti, come documentato due settimane fa, i russi hanno iniziato a bombardare il confine turco proprio in funzione di appoggio ai curdi siriani; c’è chi parla già di un accordo informale tra Damasco ed i rappresentanti della Rojava, con Assad pronto a concedere l’autonomia ai curdi in cambio dell’appoggio nella lotta all’ISIS. Non è un caso che, specie dopo l’abbattimento del jet russo ad opera dei turchi, la Russia ha intensificato i bombardamenti ai confini con Ankara, favorendo di fatto l’avanzata del YPG verso A’zaz, importante città di frontiera siriana a nord di Aleppo.

Ma non solo: nella provincia di Al Hasakah, la più importante per il Kurdistan siriano, Damasco e YPG combattono assieme in maniera non ufficiale ma comunque ufficiosa ed in maniera anche efficace, visto che i curdi ormai lambiscono il confine con la provincia di Raqqa. In tutto questo, Daesh od ISIS che dir si voglia, sembra sempre sul punto di non ritorno verso la sconfitta definitiva; con la pressione che Damasco esercita da ovest sulle tre città di Dayr Hafir, Palmyra e Quaryatayn, e con quella del YPG da nord, se tutto va secondo i piani tra dicembre e gennaio avrà inizio il definitivo inizio della fine per il califfato, il quale da est invece vede assottigliarsi sempre di più il territorio controllato in Iraq, con proprio di poche ore fa la notizia della cattura di almeno altri cinque quartieri di Ramadi, capoluogo dell’Al Anbar, città oramai controllata da Baghdad per il 70%. Ma, per l’appunto, mentre l’ISIS sembra sul punto di caduta, intervengono altri fattori che tentano di rompere alleanze, di creare confusione e prolungare un conflitto sempre più asfissiante per la popolazione. Oltre al bombardamento sopra citato di Deir Ez-Zoir, si inquadra in questo contesto l’ingresso di militari turchi in Iraq; dalla frontiera della Turchia, i militari sono penetrati per diversi chilometri in direzione Mosul, ultima roccaforte irachena in mano all’ISIS. Ufficialmente per aiutare gli iracheni ed i curdi, in realtà Baghdad non ha propriamente gradito questa incursione ed ha ufficialmente protestato presso le Nazioni Unite, definendo l’azione di Ankara come vera e propria invasione da cessare al più presto.

Nel frattempo, sul campo dei combattimenti, sono diverse le altre novità da registrare; in primo luogo, Homs è definitivamente liberata: gli ultimi terroristi stanno lasciando l’ultimo quartiere della terza città siriana ancora occupato, il tutto tramite la supervisione ONU su un accordo che prevede, in cambio della rinuncia ad Homs, un ‘lasciapassare’ per molti ribelli verso le campagne di Hama. Si combatte aspramente ad Aleppo: in città si è tornati al ‘corpo a corpo’, dopo che uomini di Al Nusra hanno provato ad infiltrarsi in un quartiere a nord dal centro della capitale economica siriana, ma oltre ad essere stati respinti, adesso stanno subendo una controffensiva; nelle campagne a sud invece, il ritorno di Hezbollah sul fronte (dopo due settimane di pausa) ha fatto riprendere l’avanzata a Damasco, che punta adesso all’autostrada M5 (Damasco – Aleppo). Nulla di nuovo invece sul fronte della zona orientale della provincia di Homs, con Palmyra e Quaryatayn assediate ma ancora in mano all’ISIS; importanti progressi dell’esercito siriano, si registrano invece nella zona nord della provincia di Latakia, dove Damasco mira a riprendere il controllo del confine turco, distante adesso tra i 20 ed i 25 km. Complessivamente, si ha un ISIS che tra Siria ed Iraq è in palese difficoltà; il cammino verso una Siria di nuovo libera e sovrana, oltre che ovviamente riappacificata, appare ancora impervio e lungo, ma con importanti segnali che, nel polverone del deserto siriano, appaiono comunque incoraggianti.