Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

Per oltre mezzo secolo il peso politico della Germania in Europa e nel mondo non è stato proporzionale alla sua forza economica. Questo dislivello nasce in parte dal divieto – tuttora in vigore – di possedere armi nucleari, che di fatto non gli consente di sviluppare il suo apparato bellico.

Eppure le cose sono iniziate da quando Berlino ha alzato la voce al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rifiutandosi di partecipare alla seconda guerra nel Golfo invocata dagli Stati Uniti d’America. Era il 5 marzo del 2002. Da lì la Germania si è ritagliata i suoi primi spazi all’interno dello scacchiere politico internazionale. La posizione di neutralità presa in occasione dell’intervento anglo-americano e francese in Libia, la realizzazione del gasdotto North Stream (con a capo l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder) che porta il gas russo in Germania così come il ruolo da mediatore assunto da Angela Merkel nella questione ucraina – la Germania fa parte del cosiddetto “Quartetto di Normandia” insieme a Russia, Francia, e Ucraina, e il 2 ottobre parteciperà ai colloqui di Parigi per discutere l’attuazione degli accordi di Minsk per la pace nel Donbass – sono degli evidenti segnali di riassestamento geopolitico. E non è un caso che proprio dopo gli accordi di Vienna sul nucleare iraniano, il ministro dell’Economia e il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel sono partiti per Teheran divenendo i primi funzionari di un governo occidentale a visitare il Paese dopo il raggiungimento dell’accordo firmato lo scorso 14 luglio.

Ora la Germania, visti i suoi buoni rapporti con tutte le parti in campo, potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella risoluzione della crisi siriana. Ieri il ministro degli Esteri tedesco, Frank Walter Steinmeier ha contestato la militarizzazione della Siria da parte di Russia, Francia e Regno Unito avvertendo rispetto ai rischi di un ampliamento del conflitto. Intervenendo al Bundenstag, Steinmeier ha sottolineato come l’accordo sul nucleare iraniano firmato a Vienna lo scorso 14 gennaio e le nuove iniziative delle Nazioni Unite stiano offrendo un nuovo punto di partenza per una soluzione politica del conflitto. Le dichiarazioni del responsabile della diplomazia tedesca sono giunte subito dopo la decisione di Parigi e Londra di lanciare raid aerei in territorio siriano (a lungo termine, il piano del premier David Cameron rivelato dal quotidiano The Guardian, prevedrebbe un’intesa “la costituzione di un governo di unità nazionale” in cui a “Bashar Al Assad sarà concesso di restare presidente per un periodo di transizione di massimo sei mesi”).

Secondo Steinmeier, “i partner più importanti (per riportare la pace del Paese, ndr) non possono scegliere nuovamente l’opzione militare”. Il ministro ha annunciato inoltre di voler organizzare una riunione dei Paesi del G7 e dei Paesi arabi confinanti con la Siria nel quadro dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prevista per la fine di settembre, a conferma del ruolo di mediatore che può assumere Berlino. L’incontro avrebbe anche lo scopo di raccogliere più fondi per l’agenzia dell’Onu per i rifugiati Unchr, attaccata duramente dal ministro tedesco per non avere i fondi necessari per compiere le sue attività in un momento come questo. “È uno scandalo!”, ha ribadito. Sempre il The Guardian in un’inchiesta pubblicata pochi giorni fa aveva denunciato la bancarotta (“troppi profughi da gestire e poche donazioni”) dell’istituto legato all’ONU dovuta probabilmente alla poca trasparenza.

Le dichiarazioni di Steinmeier sono puntuali e credibili sul piano diplomatico. Gli interessi della Germania – in questo caso la pacificazione della Siria così come la tutela dei rapporti con Russia e con il nuovo partner commerciale iraniano – coincidono con quelli dei Paesi europei (eccetto l’Inghilterra che infatti preme più degli altri per lo scontro militare). Berlino deve fare un passo avanti.