di Valeria Salanitro

“La Grande Coalizione”: così potremmo definire l’incontro avvenuto a Vienna, che ha sancito i principi di costitutività e “mantenimento” della Siria. Un “negoziato” così viene apostrofato – il che va più che bene, dato che di “transazione” oltre che di “transizione” si tratta – che oltre ad attivare risposte comportamentali belligeranti e/o diplomatiche, coinvolgere 17 Paesi e rispettivi rappresentanti, produce nuove politiche di inclusione strategiche ai tavoli del potere, poiché “casualmente”gli acerrimi nemici siedono al medesimo tavolo: “Iran e Arabia Saudita partecipano per la prima volta, e l’intervento della seconda desta sospetto”. Così argomentano molti quotidiani “neutrali”, insieme con la promozione di quella forma di atteggiamento possibilista e per nulla conflittuale che denota le attuali politiche estere della Patria della democrazia liberale. Ciò che dovrebbe far riflettere è la “coerenza” di certe argomentazioni promosse dai vari Ministri degli Esteri che confezionano ruoli e posizioni con l’intento di veicolare notizie importanti e veritiere. I punti fondamentali relativi alla “questione siriana” affrontati durante il Summit vertevano sostanzialmente sull’integrità territoriale, sulla matrice confessionale di certe organizzazioni e “costituzioni”, sulla natura più o meno “indipendentista” degli stati/etnie ed altresì sulla famigerata autonomia politico-identiraria delle cosiddette “minoranze”. Una dissertazione pacifica dalla quale si evince che, forse, una politica estera comunitaria incentrata sul dialogo e non già sullo storico metodo colonizzatore di destituzione/costituzione politica, possa esistere. Una “coalizione neutrale”, che chiede altresì l’intervento di organismi sovranazionali e che inserisce nell’agenda politica mondiale uno dei problemi fondamentali che dopo la “guerra civile” siriana rappresenta il fine ultimo di tale incontro: i “migranti”. Non è questo il caso di chiedersi a quale frontiera ci si riferisca. La strategia di “business” o politica, che dir si voglia è mutata.

Sembra ragionevole, allora, porre una serie di quesiti: che relazione intercorre tra l’accordo sul nucleare e la presenza delle due potenze antagoniste sul tavolo delle “trattative”? Perché fingere di non rintracciare propositi e strategie politiche analoghe a quelle presentate in occasioni di altri interventi di pace (Iraqi Freedom, rivolte dei “gelsomini”, mandati post-imperiali, etc…)? Le riconfigurazioni territoriali, corrispondono in termini più che proporzionali, alle nuove configurazioni organizzative, prontamente istituite per combattere il Daesh, i ribelli curdi, il Pkk, i ribelli del “regime alawita” di Bashar al- Assad, etc… Del resto, l’efficacia operativa di una organizzazione si manifesta attraverso l’implementazione di strategie contingenti, che anticipino gli scenari evolutivi dell’ambiente competitivo e che sviliscano le critiche mosse nei confronti delle retoriche politiche interventiste. Non è questo il senso del “massiccio” intervento promosso dagli USA nel nord della Siria attraverso l’invio di un numero esiguo di unità di forze speciali (meno di 50) con l’intento però non già di combattere, bensì di addestrare le “forze della coalizione”? L’emblema dell’orientamento democratico e dialogico di simili interventismi è rappresentato però, dal coinvolgimento di esponenti dell’opposizione al partito di maggioranza siriana del Ba’th, per attestare nuove e strategiche larghe intese. Ancora una volta, dunque, vecchi organismi ed anacronistiche soluzioni operano per portare la pace nel mondo.