È un bilancio in continua evoluzione quello che racconta l’ennesimo scempio di cui sono state vittime le città siriane di Homs e Damasco. Sei attacchi, quattro nella capitale durante il pomeriggio e due in mattinata nel quartiere sciita di Al Zahraa, attualmente sotto il controllo del regime, reduce da un precedente attacco avvenuto in una scuola nell’ottobre del 2014, ed oggetto di contesa da parte dei ribelli anti-governativi. 180 morti e 300 feriti, per l’ennesimo attentato rivendicato dai miliziani jihadisti dell’ISIS attraverso l’applicazione denominata “Amaq news”. Gli eventi nefasti avvenuti nel giorno in cui il Segretario di Stato John Kerry e l’omologo russo Sergei Lavrov annunciano una “tregua” relativa al famigerato cessate il fuoco – che escluda le operazioni militari contro le organizzazioni definite “terroristiche” dal consiglio di sicurezza dell’ONU – ed in occasione altresì delle dichiarazioni rilasciate Presidente siriano Bashar al-Assad al quotidiano spagnolo El Pais, in merito alle politiche interventiste turco-arabe, la Siria piange nuove vittime. La situazione ad oggi è estremamente complessa e gli attentati appena compiuti rappresentano indubbiamente una reazione prevedibile al massiccio intervento dell’esercito del regime nei confronti dei sodali di al Baghdadi, con il supporto dell’aviazione russa, insieme con le riconquiste attuate nella zona di Palmira e di Aleppo e della capitale del sedicente “Stato Islamico” di Raqqa; infine, ultima ma non meno importante, la funzione di “stallo” concessa ad oggi al Kurdistan Iracheno (tenendo debitamente conto della “questione PKK” sollevata recentemente da altre politiche delegittimanti), insieme con il ruolo cruciale e strategico che per contro ha, invece, il confine turco-siriano. Ed ecco il copione. Quattro esplosioni, autobombe o kamikaze, a Damasco e nella fattispecie nel quartiere di Sayeda Zeinab, luogo estremamente simbolico in cui si trova l’omonimo mausoleo sciita, santuario in cui è ubicata la tomba di Zaynab, nipote di Maometto; già oggetto di attentanti nel mese di gennaio, da parte dei miliziani, nel cuore della località “santa” sciita, simbolo del pellegrinaggio per antonomasia; ed un borgo, quello di Homs, colpito per ben due volte, un tempo nelle mani dei ribelli dell’opposizione siriana ed oggi città filo-governativa.

L’invenzione del nemico

È inarrestabile ed ineguagliabile l’onta di sangue che marchia e condanna – dalle famigerate rivoluzioni ad oggi – il territorio siriano sempre più protagonista di guerre per procura e processi di delegittimazione socio-politici anti-Assad. Medesimo copione, stessi luoghi ed altrettanti moventi. Le strategie politiche di regime change adottate dalle coalizioni e dai soggetti dell’arena sempre più competitivi, trovano impiego, configurazioni ed argomenti differenti, ma si traducono di fatto, in atti linguistici polisemici e fortemente indicali. Gli enunciati proferiti dal Ministro degli Esteri Turco Cavusoglu – in una recente intervista rilasciata a La Stampa e concernente il ruolo della Russia nella crisi siriana sono più che emblematici: «la lotta agli Jihadisti è una scusa. Il problema della Siria è la Russia […] A causa dei bombardamenti russi, decine di migliaia di persone hanno iniziato la loro marcia verso i nostri confini […] Il traffico di essere umani è reato nel codice penale turco».

La funzione performativa di simili atti è indubbiamente plurale e segue direttrici differenti: confermare pubblicamente che la recente “coalizione pro-migranti” Turchia, Germania, Grecia, NATO sia sostanzialmente creata non già per normalizzare la migrazione e creare “Stati” bensì per salvaguardare i popoli da una parte; e dall’altra, che i recenti attentati di Ankara, anch’essi imputabili ad attentatori terroristici (declinazione plurale anch’essa) sono altresì determinati dall’assenza della zona di sicurezza/cuscinetto tanto attesa dal governo Turco. Prescindendo da introiti di tipo economici subordinati all’attivazione di politiche di tutela in materia di migranti ed altresì da analogie anacronistiche come due attentati in tempi relativamente brevi ad Ankara, un kamikaze che causalmente passa da Kobane e di nazionalità curdo-siriana; nuovi scenari ripropongono soggetti dalle identità plurali ed istituiscono conflitti funzionali. È lecito dunque chiedere: perché il Ministro Cavusoglu non ricorda la situazione in cui versava Suruç nell’ottobre del 2014? La questione curdo-siriana, non esisteva già prima che fosse istituita la coalizione guidata dalla Russia? Kobane, il PKK, l’indipendenza dei Cantoni, non erano forse già le determinanti del conflitto funzionale pre-Cremlino?

Perché improvvisamente Nato, Turchia, Paesi Arabi, USA, Germania, e Grecia, concorrono per il medesimo obiettivo? Sarà forse il caso di rimembrare altresì, che non è il traffico di migranti a determinare l’insediamento in aree contigue alla Turchia dei famosi Foreign fighters? L’effetto a lungo termine di simili costrutti supera di gran lunga le aspettative di qualsivoglia analista. Il terrorista è al contempo: siriano, curdo, membro del “Partito di Dio” che casualmente protegge il santuario attaccato; ma mai dotato di identità altra. A superare l’empasse ancora una volta, la decostruzione geopolitica realizzata dal presidente Siriano Assad, il quale durante la suddetta intervista ricordava che qualora Turchia ed Arabia saudita dovessero intervenire in Siria sarebbero trattati alla stregua dei Terroristi. Poco importa se dunque ci si può appellare ad organismi di pace ed alla violazione dei trattati risalenti al 1949 solo per legittimare/ delegittimare azioni politiche e belligeranti, o se si costruisce un nemico ad hoc per ogni occasione, del resto i conflitti sono sempre funzionali parafrasando Weber.