La parola passa al campo, come sempre; sembra un gergo calcistico, invece è quanto si può dire circa la realtà in Siria ed in Iraq, dove si è impegnati nel contrasto al terrorismo ed in particolare al sedicente califfato islamico di Al Baghdadi e dell’ISIS.
Si parla molto, specie dopo gli attentati di Parigi, di maxi coalizioni o di necessità di ‘mettere gli scarponi’ degli eserciti occidentali per domare il califfato; si parla tanto già del dopo conflitto, c’è chi ancora continua a sostenere che Bashar al Assad deve lasciare il potere, in poche parole sui media prima ancora che nei comandi militari si immagina uno scenario prossimo sul destino di questa parte del medio oriente. La realtà dei fatti però, è la designata a poter esprimere il giudizio finale non solo sul futuro ma anche sul presente della regione; proprio la realtà, ci presenta un ISIS indebolito e sulla difensiva, mentre ancora sui media occidentali da più parti si vuole già ‘imporre’ e legittimare l’idea che Siria ed Iraq siano due stati superati dalla storia.
Il piano Bolton, elaborato da uno dei falchi più duri della governance statunitense, prevede la balcanizzazione di Siria ed Iraq, con al creazione di un piccolo stato alawita con Damasco capitale, un Sunnistan al posto del territorio attualmente controllato da Daesh, un Kurdistan a nord ed uno stato sciita tra Baghdad e Bassora. Ma i fatti adesso, forse iniziano a mettere in discussione sul nascere questo piano; basta guardare una normale cartina della Siria e dell’Iraq per rendersene conto.

In primo luogo, Damasco e Baghdad non sono più da considerare come due stati sepolti; le loro istituzioni hanno retto ed adesso i rispettivi eserciti stanno conquistando ampio terreno: per l’Iraq è un vero e proprio miracolo, l’esercito sembrava liquefatto dopo che nel giugno 2014 Mosul, Ramadi e gran parte della provincia di Al Anbar sono passate all’ISIS. Per la Siria invece, si tratta dell’ennesima conferma che Assad è in sella e che legittimando il suo governo ed aiutandolo nella lotta al terrorismo, l’incubo della liquidazione del paese (che è invece il sogno di Turchia, Israele e petromonarchie) diventa davvero molto remoto.
Ciò che si evince anzi, è che il califfato sembra ormai essere stato liquidato in parte dalle stesse potenze che lo hanno finanziato (e continuano a farlo); può sembrare un azzardo dirlo, ma di fatto guardando ad esempio la mappa della Siria, l’ISIS sembra destinato ad avere poca autonomia di vita e non è affatto quello spauracchio invincibile spesso raccontato. I più grandi successi nella lotta all’ISIS l’esercito siriano li sta cogliendo ad est di Aleppo: dopo la presa della base militare di Kwneires, Damasco avanza nelle campagne del governatorato dell’ex capitale economica siriana, ma soprattutto è adesso nella periferia di Dayr Hafir. Mancano 5 km appena, poi questa città può essere conquistata e non è roba da poco: Dayr Hafir è infatti l’ultimo grosso centro prima del confine con il governatorato di Raqqa, dove vi è la ‘capitale’ del califfato.

Presa questa città, Assad è a 100 km da Raqqa e quindi dal quartier generale dell’ISIS; aggirato il lago al Jaboul, i siriani si ritroveranno sull’autostrada Aleppo – Raqqa pronti a sferrare l’attacco. Più a sud, l’esercito avanza ad est di Homs; due città strategiche sono pronte ad essere definitivamente conquistate da Damasco: si tratta di Palmyra e di Qurayteen, luoghi sia simbolici (per le note rovine romane il primo e per essere città a prevalenza cristiana il secondo), ma anche decisivi. Prendendo infatti questi due centri, l’esercito avrebbe soltanto vuoto deserto verso il confine con l’Iraq; in tal modo, l’ISIS tornerebbe ad essere confinato saldamente soltanto (per quanto riguarda la Siria) nelle province di Aleppo, dove sta perdendo terreno, ed in quella della roccaforte Raqqa ed in tal modo allora il cuore dell’ipotetico Sunnistan sarebbe in mano ad Assad.
In Iraq va ancora meglio: la provincia di Al Anbar è stata recuperata dall’esercito regolare per l’80% del suo territorio, strappando al califfato ben 60.000 chilometri quadrati di territorio in tre mesi e con il capoluogo Ramadi liberato in 22 dei 39 quartieri di cui è composto. Per chiudere il cerchio in Iraq, manca solo il confine desertico con la Siria e Mosul.
Ecco quindi perché non è azzardato parlare di un ISIS ormai liquidato; i suoi miliziani non riescono a compiere una controffensiva contro gli eserciti siriani ed iracheni, tutt’altro che domi e sconfitti come spesso si fa credere. Non serve per sconfiggere l’ISIS alcuno scarpone occidentale, tutt’altro un intervento di terra dell’occidente darebbe legittimazione politica al califfato agli occhi degli abitanti di quelle zone, in quanto verrebbe recepito come vera e propria nuova invasione straniera.

La vera guerra in Siria si sta combattendo altrove; in particolar modo, è nel nord del paese che si concentrano le più importanti e delicate operazioni militari. Si tratta di una situazione molto difficile ed anche più complessa rispetto a quella dello stesso califfato; se infatti l’ISIS ha solo Raqqa come grande città in Siria, espandendosi in zone desertiche o comunque poco urbanizzato, il nord del paese comprende le zone più produttive ed attive economicamente del paese.
Aleppo, Idlib, la provincia nord di Latakia e di Hama sono zone densamente popolate e dunque le avanzate dell’una o dell’altra parte non possono avvenire in maniera così repentina come nella zona est, dove insiste il califfato. Ma questo non è l’unico motivo per il quale è in questo triangolo che si sta combattendo il vero conflitto; è qui che ci sono i più grandi interessi, è qui che chi vuole la distruzione dello stato siriano si sta giocando le ultime carte, non è un caso che è qui che Erdogan ha abbattuto il jet russo.

Non c’è l’ISIS da queste parti, bensì circa 28 diverse organizzazioni terroristiche tra cui la principale è al Nusra, nient’altro che la filiale siriana di Al Qaeda, così come vi è anche la presenza di quel che resta del fantomatico Free Syrian Army. Qui si concentrano i più ghiotti interessi degli attori in campo; fabbriche da razziare (era una zona economicamente attiva prima del conflitto), confini da controllare, città vitali da non perdere.
I raid russi sono stati forse fonte di ansia al presidente turco Erdogan, il quale per la prima volta in quattro anni si è sentito crollare il castello da lui costruito già nel 2011; se la Turchia non ha più uomini di organizzazioni terroristiche al confine, cessa ogni fornitura di armi e cessa anche il flusso di immigrati diretti in Europa, una fonte di ricatto che ad Ankara è valsa tre miliardi di Euro di ‘aiuti’ europei. L’impressione è che le potenze ostili ad Assad, possono anche sacrificare l’ISIS ma non affatto i territori controllati da Al Nusra; il fatto è che anche qui l’esercito siriano avanza, in alcuni punti la sua posizione più avanzata è a 20 km dal confine turco.
I russi questo lo sanno e dopo l’abbattimento del caccia di Mosca, il Cremlino ha intensificato i bombardamenti al confine con la Turchia, facendo avanzare Assad e demolendo la risposta turcomanna (o, per come è più esatto dire, turca); per la prima volta, i raid russi hanno aiutato anche forze non filo Assad e più precisamente i curdi del YPG, i quali detengono una porzione di territorio tra il confine più ad ovest con la Turchia ed A’zaz, ultimo avamposto di frontiera nord controllato da Al Nusra. Sono in corso da tre giorni almeno, aspri combattimenti tra YPG ed Al Nusra, con l’esercito siriano pronto ad approfittarne per riprendere gli 8 km di territorio che separano il nord di Aleppo con i primi avamposti YPG.

Chi ha questa zona della Siria, avrà il futuro della Siria; chi, come la Turchia, ne vuole ancora la liquidazione cerca di complicare qui la vita ad Assad, lasciando al suo destino l’ISIS mentre affonda schiacciata nel deserto tra gli eserciti di Damasco e Baghdad. La vera guerra è in queste zone poste tra Hama, Aleppo, Idlib ed il nord di Latakia: qui vive il 35% della popolazione siriana, senza questa zona non si può pensare ad avere in mano il futuro della Siria. In questo fazzoletto di terra, si giocano interessi ed equilibri geopolitici che vanno ben oltre Damasco ed i cui effetti potrebbero avere ricadute internazionali.