E’ oramai da un mese che in Siria vanno avanti i raid dell’aviazione russa contro le postazioni dei terroristi di Al Nusra e dell’ISIS, ma anche delle altre svariate formazioni estremiste che costellano l’infinito mosaico di una guerra scoppiata più di quattro anni fa. In molti si chiedono quale sia la situazione sul campo, soprattutto ci si chiede se i raid di Mosca siano efficaci per permettere una certa avanzata dell’esercito di Damasco, unico antidoto al terrorismo radicato nel paese ed unica maniera per riavere una Siria unita e sovrana. La situazione, come si può ben intuire, è molto complicata proprio perché frastagliata; i media occidentali iniziano a parlare di ‘fallimento’ della prima fase della campagna di Putin in Siria, si presta attenzione in particolar modo al fatto che sia Palmira, che soprattutto Aleppo non siano ancora state riconquistate dal governo di Assad e ciò potrebbe fortemente cozzare contro gli interessi di una Russia che al contrario vorrebbe una guerra molto breve. Chi afferma tali considerazioni però, non tiene conto della situazione che l’aviazione russa ha trovato nel paese; Assad ha chiesto l’intervento della Russia proprio perché in forte difficoltà: il suo esercito è da quattro anni in prima linea ed assieme agli Hezbollah sono stati fatti grandi progressi specialmente dal 2013 in poi, quando per la prima volta Damasco non solo ha respinto gli attacchi del mosaico cosiddetto ‘ribelle’ ma ha anche ripreso il controllo di numerose aree, tra cui quelle al confine con il Libano, gran parte delle zone rurali della capitale ed Homs. Poi dai primi mesi del 2014 l’avanzata dell’esercito siriano si è arrestata per via del rafforzamento dell’ISIS, foraggiato in primo luogo da Turchia e petromonarchie, mentre USA ed Israele al contempo mai hanno smesso di sostenere le varie altre formazioni terroristiche nel paese.

In tal modo, Assad ha solo potuto stringere i denti in questo ultimo anno di guerra ma solo fin quanto ha potuto; la presa di Idib da parte di Al Nusra e di Palmira per mano dell’ISIS hanno quindi certificato lo stato di grave stallo in cui si è venuto a trovare l’esercito siriano. Con uomini ed armamenti in più fronti ridotti allo stremo, è quindi davvero molto dura pensare che l’intervento russo potesse in qualche modo capovolgere nell’immediato le sorti del conflitto. A giudicare dall’andamento sul campo, sembra quasi che l’intervento russo sia diviso in più step: il primo, forse già terminato, consiste nella distruzione di un grande quantitativo di materiale bellico in mano all’ISIS ed ai jihasti, il secondo step potrebbe invece consistere nell’attuale perdita di iniziativa dei vari gruppi terroristici i quali dopo 18 mesi di attacchi sembrano costretti a stare adesso loro sulla difensiva; infine, soltanto dopo l’esercito siriano, nel frattempo ripresosi dalle ultime difficoltà, può compiere le offensive per la riconquista definitiva del territorio. I combattimenti al momento infuriano soprattutto su due fronti: Aleppo e Palmira, la prima ha un’importanza strategica fondamentale, la seconda ha un valore simbolico non trascurabile. Per quanto riguarda Aleppo, si registrano alti e bassi nell’offensiva dell’esercito siriano lanciata pochi giorni dopo l’avvio dei raid russi; quella che prima dell’avvio delle violenze era la capitale economica della Siria, contrassegnata da un dinamismo sociale e culturale con pochi eguali nella regione, è dal 2012 contesa tra le varie parti in causa nel conflitto: la zona est è in parte controllata dagli uomini di Assad, quella centrale ed occidentale invece da Al Nusra ed altre formazioni jihadiste, infine le zone rurali sono in mano all’ISIS e costituiscono l’avamposto occidentale del sedicente califfato. L’operazione delle forze siriane per la riconquista definitiva di Aleppo è scattata da sud e da est; nei giorni scorsi alcuni media tradizionali parlavano di un’avanzata dell’ISIS nella zona est della città, ma in realtà la situazione è diversa.

L’ISIS ha attaccato l’esercito siriano nella zona della città di Al Safirah, con l’obiettivo di occupare l’autostrada che scende verso la località di Khanaser, unica via di collegamento (e quindi di rifornimento) per gli uomini di Assad verso Damasco, essendo la M5, ossia l’autostrada principale che collega le due città siriane più grandi, occupata da Al Nusra fino ai confini con la provincia di Hama ed Idlib. L’attacco dell’ISIS ha avuto un parziale successo, con inevitabile rallentamento delle operazioni dell’esercito siriano nella zona sud est di Aleppo; ma adesso la situazione sta mutando, con i soldati di Damasco che annunciano come l’evoluzione sul campo avuta tra domenica mattina e martedì, grazie ai raid russi, potrebbe permettere entro la fine della settimana la ripresa dell’accesso per questa importante arteria e quindi evitare l’isolamento dalla capitale. La città di Al Safirah inoltre, è stata difesa strenuamente dalle forze di Assad e questo ha iniziato a far indietreggiare l’ISIS verso le postazioni che aveva prima dell’attacco di qualche giorno fa. Una volta riconnessa l’autostrada, si potrà nuovamente riprendere le operazioni nelle campagne orientali di Aleppo; ma su questo fronte, i progressi più importanti si registrano a sud: infatti, l’esercito regolare, secondo quanto dichiarato nelle scorse ore da una tv siriana, avrebbe guadagnato in totale 210 km di territorio attorno la parte meridionale di Aleppo. Un’avanzata lenta ma costante, che sta spingendo l’esercito siriano verso l’autostrada M5, con l’obiettivo di riaprire il varco verso Homs e Damasco; diversi i villaggi recuperati, adesso gli uomini di Assad si troverebbero a 10 km dal confine con la provincia di Idlib, in una zona in cui non mettono piede da almeno tre anni.

Con il panico tra i jihadisti e la continua e martellante operazione dell’aviazione russa, l’obiettivo è terminare l’accerchiamento a sud di Aleppo e quindi, sfruttando le postazioni della zona est, penetrare verso il centro. Ma l’altro obiettivo di questa campagna di Aleppo riguarda la riconquista dell’intera provincia, il che vorrebbe dire tornare a controllare il confine con la Turchia e bloccare i rifornimenti che passano da quella maledetta frontiera, così come si potrebbe mettere un freno sull’emigrazione della popolazione siriana verso l’altra parte del confine. I gruppi jihadisti, di sicuro, hanno perso l’iniziativa; 28 capi militari del fronte jihadista, secondo Mosca, sono stati uccisi negli ultimi giorni dai raid, specie nella zona di Aleppo la capacità di comunicazione e coordinamento tra le varie fazioni antagoniste a Damasco è drasticamente ridimensionata e nei prossimi mesi l’intento dell’esercito siriano potrebbe tramutarsi in realtà. L’obbiettivo di questi raid al momento, è quindi indebolire le difese dei terroristi ed aprire il campo agli uomini di Assad; in Siria al momento, si combatte duramente anche nella provincia di Hama ed a Daraya, una della poche località della provincia di Damasco in mano ‘ribelle’, da cui partono ogni giorno diversi razzi diretti verso i quartieri residenziali della capitale. A Palmira, l’aviazione russa è entrata in scena da poco; l’esercito siriano qui staziona alle porte della città: strapparla all’ISIS, vorrebbe dire infliggere la prima vera grande sconfitta al califfato. Comunque si vogliano vedere questi scontri, di certo in ogni caso l’inerzia del conflitto sta lentamente cambiando: adesso gli uomini di Assad ‘respirano’ e la pressione di terroristi e jihadisti sui vari fronti va scemando.