Nel contesto contemporaneo, l’implementazione di strategie efficaci per il conseguimento della sicurezza nazionale è una delle principali sfide che vengono poste continuamente ai governi di tutte le principali potenze internazionali. La principale difficoltà in questo campo sta nella definizione delle priorità e delle direttrici lungo le quali dovrà essere convogliata la politica di sicurezza prima ancora che nei possibili ostacoli riscontrabili al momento della messa in opera delle azioni concrete. Questo perché la costruzione di una politica di sicurezza efficace si configura come la conseguenza di un’analisi multilivello del contesto nazionale ed internazionale, andando a toccare elementi economici, sociali, diplomatici e militari. Troppo spesso vediamo un riduzionismo diffuso da parte dei governi occidentali, propensi a sovrapporre la sicurezza nazionale esclusivamente con la lotta al terrorismo internazionale e a dimenticare gli altri aspetti, non meno importanti. In risposta a politiche tanto traballanti, appare di significativa importanza il documento siglato il 31 dicembre da Vladimir Putin, contenente le linee guida della politica di sicurezza che si applicheranno in Russia nel 2016. Esso dimostra l’importanza del lavoro di preparazione, dello studio sistematico del contesto interno e delle dinamiche internazionali, e il significativo livello di consapevolezza della propria potenza cui è giunta la Russia, capace oggigiorno di dichiararsi pronta a giocare a tutto campo, conducendo politiche di ampio respiro.

Michael Klimentyev, in un articolo riportato su “Russia Today”, ha messo in risalto in particolare nove punti salienti nel documento approvato da Putin, corrispondenti a altrettante importanti questioni che la Russia dovrà affrontare per garantire la propria sicurezza durante e oltre il 2016. Le esigenze diplomatiche, economiche e militari sono integrate e poste al servizio comune dello sviluppo della Russia, cosa che dimostra avvedutezza e lungimiranza nella programmazione politica tutt’altro che improvvisata del Cremlino. Nonostante la relativa distensione avutasi negli ultimi mesi, il documento individua ancora nelle azioni della NATO una delle principali cause delle minacce alla sicurezza nazionale russa per il 2016; il contenimento delle “rivoluzioni colorate”, molto spesso rivelatesi cavalli di Troia per la destabilizzazione di paesi vicini alla Russia, e la necessità di contrastare l’allargamento eccessivo dell’area di influenza della NATO attorno ai confini russi sono infatti citate in due dei nove punti individuati da Klimentyev. Sull’opinabilità delle mosse USA riguardo all’allargamento dell’Alleanza Atlantica si sono già espressi diversi intellettuali, critici riguardo all’apertura del patto a paesi che nutrono ostilità viscerale nei confronti della Russia (prime fra tutte le repubbliche baltiche), e gli stessi vertici militari di Mosca hanno più volte domandato un contrasto più incisivo al sommovimento interno dei paesi vicini e al rovesciamento di leader eletti considerati dalla NATO troppo vicini alla Russia, per evitare che si replichi altrove (ad esempio in Macedonia) la spiacevole vicenda ucraina. È bene sottolineare in ogni caso come Putin, anche nei giorni di maggiore asprezza nella contrapposizione con l’Occidente, non abbia mai esplicitamente citato la NATO come un “nemico”, al contrario di quanto è stato riportato recentemente in articoli apparsi sulla stampa italiana nei quali si travisavano apertamente le parole del presidente russo.

Tornando al contenuto del documento, proprio l’Ucraina è ancora classificata come un ulteriore possibile fattore d’instabilità. In particolare, Putin ha espresso preoccupazione riguardo il costante dilagare dell’inquietante fenomeno del revisionismo storico nel paese, che sta portando a una continua rivalutazione di figure obiettivamente discutibili, ad esempio il collaborazionista filonazista Stepan Bandera, in funzione propagandistica antirussa; tutto ciò è sintomatico dell’aria che tira in un paese lacerato dal continuo riaccendersi delle fiammate del conflitto nel Donbass, governato da una classe politica incapace di imporre una linea programmatica efficace, con un’economia perennemente sull’orlo del baratro e destabilizzato ulteriormente dal continuo susseguirsi di crisi politiche. Tutti questi fattori portano al mantenimento di un livello di monitoraggio alto da parte della Russia nei confronti del vicino occidentale. Due ulteriori punti chiave definiscono particolari modifiche nella dottrina militare russa, e subordinano l’uso della forza armata, tanto in operazioni antiterrorismo quanto quando si tratta di intervenire in conflitti internazionali come quello siriano, a precisi vincoli. La Russia si impegna cioè a utilizzare le proprie forze armate solo se necessario, dichiarando esplicitamente di ritenerne l’impiego l’extrema ratio, la conseguenza del completo fallimento di tutti gli altri possibili tentativi di risoluzione di una crisi, e non una scorciatoia per accelerarne la fine. Tale dichiarazione mira in primis a protocollare e a dare un inquadratura precisa alle operazioni in cui quotidianamente le forze speciali russe si trovano impegnate per sradicare il fenomeno del terrorismo all’interno del paese, soprattutto nelle aree calde come il Daghestan, e di poter quindi presentare una risposta ben organizzata a questa annosa sfida.

 Ampia attenzione è inoltre rivolta allo sviluppo delle dinamiche economiche del paese. La sempre maggiore politicizzazione delle questioni economiche vitali per la stabilità della Russia, legate principalmente all’evoluzione dei prezzi delle materie prime, rende assolutamente delicata la questione. Putin pone l’accento sulla vitale necessità per il paese di ritrovare equilibrio attraverso l’assestamento del rublo e la promozione di investimenti mirati in settori strategici. Il presidente vedrà superata la maggiore sfida in campo interno se nei prossimi anni il suo governo riuscirà a far compiere all’economia russa un salto di qualità, allentandone la dipendenza dal volubile mercato delle risorse naturali e combattendo in maniera efficace la diffusa economia sommersa e la corruzione endemica in certi livelli del sistema politico russo. Infine, interessantissime sono le prese di posizione della Russia nei confronti dell’annosa questione della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Nel documento firmato da Putin, infatti, è posto l’accento sui pericoli dovuti all’eccessiva diffusione di armi chimiche e, soprattutto, batteriologiche, alla cui proliferazione bisogna porre rimedio per evitare che ne finiscano per disporre soggetti interessati a un loro utilizzo indiscriminato, come ad esempio i maggiori gruppi terroristici internazionali. In tal senso, la Russia sta gradualmente dismettendo e smaltendo gli arsenali ereditati dall’era sovietica, prevedendo di completare il processo entro il 2020.

Ancor più significative sono le aperture di Putin a trattative finalizzate a una drastica riduzione degli arsenali nucleari mondiali. Nel documento vi è un accenno in tal senso, abbastanza breve ma a suo modo importantissimo, perché potrebbe fornire da retroterra a un dialogo quanto mai necessario in un periodo storico in cui Russia e USA mantengono in servizio vastissimi arsenali e mastodontiche strutture di supporto, che gravano in maniera significativa sui bilanci della Difesa delle due nazioni: la Russia apre a un dialogo finalizzato alla ricerca accordo multilaterale sul taglio del numero di testate in servizio, proposta per la cui realizzazione molto dipenderà dall’esito delle prossime elezioni presidenziali statunitensi. La concezione della sicurezza nazionale nella visione strategica di Putin è decisamente articolata; è un riflesso della rinnovata grinta della Russia, dimostra chiarezza di vedute e, soprattutto, di intenti. Il 2016 sarà un anno importante nel quale verrà nuovamente testata la ritrovata solidità del Cremlino come player globale,  sarà necessario per la Russia trovare un accordo definitivo per la pacificazione della Siria e condurre a onorevole conclusione la campagna internazionale contro lo Stato Islamico, ma anche ridare slancio al progetto di cooperazione con gli altri paesi BRICS, rafforzando l’efficacia operativa della Nuova Banca di Sviluppo venuta ad esistenza nel 2015. Questioni decisamente importanti per la cui soluzione il paese necessita di sicurezza e tranquillità all’interno, per il cui mantenimento il manifesto programmatico firmato da Putin rappresenta una garanzia decisamente granitica.