Torna a salire la tensione nell’estremità orientale del continente europeo, e in particolar modo nel Nagorno Karabakh, una delle tante Repubbliche autoproclamate sorte dopo il crollo dell’Unione Sovietica a causa, principalmente, di conflitti etnici tra una minoranza locale contro la maggioranza etnica dello Stato di cui la regione fa ufficialmente parte. In questo caso, una forte enclave armena residente nei confini della Repubblica dell’Azerbaigian riuscì con la forza ad ottenere un’autonomia, mai riconosciuta da parte azera, dopo una guerra scoppiata nel 1992 e conclusasi nel 1994 con decine di migliaia di morti (se ne stimano circa 30.000), grazie all’intervento della comunità internazionale, la quale riuscì di fatto a congelare la situazione con una sovranità statale rivendicata dall’Azerbaigian e una Repubblica presidenziale autoproclamata e sostenuta dalla vicina Armenia. Nonostante gli sforzi delle diplomazie, la situazione degli ultimi vent’anni è rimasta costantemente tesa con frequenti schermaglie sulla linea di contatto tra l’esercito regolare azero ed il locale Esercito di difesa del Nagorno Karabakh.

In questo contesto di una mai sopita controversia internazionale, è da ascrivere quel che è successo tra il 2 e il 3 marzo scorsi, quando, stando alle fonti sepratiste, è partita un’offensiva da parte azera a causa della quale si sono registrate oltre 200 infrazioni al cessate-il-fuoco stabilito tra le parti; nello stesso comunicato si denuncia il lancio di granate e l’eslposione di circa 3.000 proiettili dalle linee azere in direzione delle forze armene. Uno di questi proiettili ha colpito a morte Arsen Karapetyan, ventenne, soldato delle milizie separatiste. Una morte questa che potrebbe riaccendere la miccia di una situazione sempre pronta a degenerare e che ha recentemente destato l’attenzione dello stesso Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il quale a maggio 2014 aveva promesso nuovi sforzi da parte della sua amministrazione per la ricerca di una soluzione alla controversia. Questo probabilmente sia per aiutare una Repubblica come quella azera, alleata strategica della Turchia, uno dei più importanti partner degli USA nonché membro dell’Alleanza Atlantica; sia per riguadagnare una certa sfera di influenza tra l’Europa orientale e il Medio oriente, la quale si è andata progressivamente erodendo negli ultimi anni; a titolo d’esempio basti citare la mancata guerra alla Siria di Assad, o il fallimento di un golpe rapido e sicuro come quello di Maidan che avrebbe proiettato in poco tempo l’Ucraina (inclusiva della Crimea e del Donbass) direttamente nella sfera d’influenza delle strutture sovranazionali occidentali. Questi tentativi, come si sa, hanno trovato la causa prima del loro fallimento nell’azione di soft power della Federazione Russa, il che ci riporta direttamente alla Repubblica dell’enclave armena di cui stiamo trattando: secondo fonti del Foreign Office, infatti, la Russia sarebbe la promotrice segreta del conflitto azero-armeno, avendo volutamente alimentato entrambe le fazioni onde ottenere il vantaggio di avere truppe sul suolo armeno.

Attenendoci però ai fatti, oltre a registrare la presenza, senz’altro strategicamente utile di forze russe in territorio armeno, registriamo anche gli incoraggiamenti che il Gruppo di Minsk, di cui la Russia fa parte, ha rivolto alle parti in causa invitandole in maniera esplicita a non perseguire un atteggiamento conflittuale nella retorica e nei fatti, ma a preparare il popolo alla pace trovando un equo accordo. Certamente l’appello della diplomazia internazionale non è stato recepito in maniera adeguata, né gli sforzi dichiarati dall’amministrazione statunitense hanno avuto miglior fortuna. Resta così sul campo una tensione che nelle prossime ore potrebbe salire portando ad una pericolosa escalation di violenza tra una repubblica turcofona come l’Azerbaigian, sostenuta dalla politica neo-ottomana della Turchia (membro NATO) e l’Armenia cristiana alleata della Russia, membro della Comunità Economica Eurasiatica. Resta ovviamente sul campo anche il corpo del soldato Arsen Karapetyan, il quale, con tutta probabilità, sarà già entrato nell’albo dei martiri della causa separatista del Nagorno Karabakh, con ovvie ripercussioni sulla retorica del conflitto contro la quale si erano appellati i leader del Gruppo di Minsk.