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Sconosciuto ai più, Ebrahim Raisi, è balzato agli onori delle cronache all’incirca un anno fa quando, dopo ben 38 anni di carriera all’interno del sistema giudiziario (di cui gli ultimi due da procuratore generale), è stato posto alla guida della più ricca e influente bonyad iraniana: l’Astan-e Qods Razavi. In questo ruolo, per volere stesso della Guida Suprema Ali Khamenei, è succeduto all’ayatollah Abbas Vaez Tabasi.

L’Astan-e Qods Razavi è una delle più antiche fondazioni religiose dell’Iran e gestisce nella città di Mashhad il mausoleo dell’ottavo Imam dello sciismo duodecimano Reza; uno dei luoghi di culto più importanti dell’intero Iran con una media di 20 milioni di pellegrini l’anno. La bonyad possiede innumerevoli ramificazioni economiche con investimenti in diversi settori che variano dalle pubblicazioni di carattere culturale alla gestione di istituzioni educative, istituti sanitari, sociali ed economici. E non si può dimenticare, a questo proposito, il ruolo fondamentale che le bonyad ricoprono nel sistema/nizam iraniano elargendo, anche grazie ad un regime fiscale decisamente favorevole, posti di lavoro, borse di studio, alloggi popolari, sussidi ai poveri ed assistenza sanitaria.

Apparso raramente sui media iraniani negli anni passati, il 56enne Raisi, il cui appellativo Seyyed ed il turbante nero rappresentano la sua diretta discendenza dal nobile lignaggio del Profeta, gode della stima indiscussa della Guida Suprema e di molti membri dell’Assemblea degli Esperti di cui lo stesso Raisi è membro. Cinquanta degli ottantotto membri di quest’ultima hanno infatti firmato una petizione di sostegno alla sua candidatura. Senza considerare che il suocero di Raisi è l’influente ayatollah conservatore Ahmad Alamolhoda; Guida della preghiera del venerdì a Mashhad e suo principale sostenitore. E recentemente Raisi ha incassato il sostegno della maggiore autorità sunnita dell’Iran Nazir Ahmed Salami, anch’egli membro dell’Assemblea degli Esperti, ottenendo così ampi consensi nella provincia a maggioranza sunnita del Sistan-Balochistan nel Sud-Est del paese. Il favore di cui Raisi gode presso Ali Khamenei ha portato alcuni media iraniani a rivolgersi nei suoi confronti come ayatollah e non più come hojattoleslam. A questo proposito è utile ricordare che nello sciismo duodecimano esiste una rigida gerarchia ecclesiastica. I titoli di hojattoleslam (Prova di Dio) e di ayatollah (Segno di Dio) si sono diffusi solo in tempi relativamente recenti. Il termine ayatollah, in particolar modo, compare come appellativo dei mullah più eminenti che sottoscrissero la Costituzione del 1906. Tradizionalmente i mullah sono coloro i quali possiedono un curriculum in studi religiosi. Pur non completando tali studi vi è la possibilità di svolgere il ruolo di semplice rappresentante dell’ayatollah nei villaggi e nelle province. Il masleh-gu, uno dei gradini più bassi della gerarchia, è un mullah che ha il compito di spiegare e illustrare le regole di vita quotidiana e di comportamento secondo i precetti islamici. Il vaez a sua volta è un predicatore, spesso itinerante, che spiega i precetti religiosi. Mentre i mujtahed sono i veri e propri interpreti della legge religiosa, ovvero i dottori in giurisprudenza islamica. L’hojattoleslam, nell’Iran odierno, rappresenta il titolo immediatamente inferiore rispetto a quello di ayatollah. Non pochi lasciano intendere la possibilità che Raisi sia la personalità più indicata a ricoprire in un prossimo futuro il ruolo di Guida Suprema, visto e considerate la sua rapida ascesa e le non eccellenti condizioni di salute del 76enne Khamenei. Un ruolo per il quale dovrà affrontare la concorrenza di Sadeq Larijani (figlio di Ali Larijani), di Ahmed Khatami (Guida della preghiera del venerdì a Teheran) e di Mojtaba Khamenei (figlio della Guida Suprema e suo principale consigliere).

Originario del Khorasan, il Seyyed ha già conquistato il favore dei ceti meno abbienti grazie al suo stile di vita estremamente umile e ad un curriculum che colpisce per la sua totale limpidezza. Fattore questo che può incidere in modo determinante in un Paese in cui la corruzione è percepita come un problema gravoso e lo stile di vita, spesso sopra le righe, e gli stipendi elevati di molti ministri hanno alienato all’amministrazione Rouhani il sostegno di ampie fasce della popolazione. Di fatto, nonostante i dati indichino un sostanziale miglioramento rispetto agli ultimi anni dell’era Ahmadinejad, è proprio nel campo economico, e non tanto in quello internazionale come spesso si ritiene, che Rouhani mostra la maggiore vulnerabilità. Rouhani ha fallito nella sua promessa di creare 4 milioni di posti di lavoro. E tale vulnerabilità è dimostrata dalle pesanti contestazioni che il Presidente uscente ha dovuto subire durante la campagna elettorale. La più emblematica è stata indubbiamente quella subita ad opera dei minatori del Golestan che, durante la sua recente visita nel sito minerario che diversi mesi fa è stato teatro di un tragico incidente sul lavoro in cui morirono 40 minatori, lo hanno apertamente accusato di opportunismo e di essersi ricordato di loro solo in campagna elettorale.

In Iran la campagna elettorale si svolge come in ogni altro paese: ecco il dibattito tra i candidati trasmesso nei giorni scorsi dalla principale tv di Stato

Rouhani, in evidente crisi di consensi a causa del sostanziale fallimento dell’accordo nucleare ed apertamente osteggiato dai pasdaran, ha ottenuto l’appoggio dei leaders riformisti Mir-Hosein Musavi e Mehdi Karroubi (entrambi agli arresti domiciliari a seguito della protesta filo-occidentale del 2009 conosciuta col nome di “Movimento Verde”) che, pur ritenendolo una figura consustanziale al sistema, lo considerano come il male minore rispetto al ritorno al potere dei conservatori. È fuor di dubbio che la leadership riformista, resasi conto dell’impossibilità di rovesciare il sistema attraverso l’azione repentina in stile rivoluzione colorata, abbia mirato, attraverso una progressiva delegittimazione dei conservatori, ad aprire la strada a quello che gli analisti di scuola anglosassone definiscono soft evolutionary regime change. Una trasformazione progressiva del sistema iraniano da attuare attraverso riforme economiche tendenti ad indebolire in primo luogo il potere delle Guardie Rivoluzionarie, attraverso il sapiente sfruttamento di attivisti politici o della cosiddetta società civile ed influenzando i mezzi di informazione. E non è un caso che recentemente la Guida Suprema abbia spesso paventato il rischio di una nuova e perniciosa infiltrazione culturale occidentale: quella gharbzadegi (intossicazione da Occidente) ben descritta e combattuta dagli intellettuali dell’Iran pre-rivoluzionario.

La posta in gioco è dunque molto alta e la campagna elettorale non ha risparmiato, come ampiamente previsto, colpi bassi. E non sono da escludere accuse di brogli qualora l’esito delle urne non arrida al campo riformista. La stessa dinamica che nel 2009, dopo la contestata rielezione di Mahmud Ahmadinejad, portò migliaia di iraniani nelle strade delle principali città del paese. La politica per certi versi divisiva attuata dall’amministrazione Rouhani, troppo distante dai reali bisogni della popolazione, ha di fatto polarizzato lo scontro politico interno al paese ed esasperato le tensioni sociali. Il suo continuo riferimento alla precedente presidenza Ahmadinejad ha portato Ebrahim Raisi, in un recente dibattito televisivo, a suggerire a Rouhani un faccia a faccia con lo stesso Ahmadinejad vista la sua ossessione nei confronti dell’ex Presidente. Ebrahim Raisi è indubbiamente il peggior opponente che Rouhani potesse incontrare nella sua corsa verso la possibile rielezione per un secondo mandato. L’hojattoleslam incarna alla perfezione lo spirito e la tradizione iranica e dell’Islam sciita nella sua interpretazione khomeinista di ideologia rivoluzionaria al fianco degli oppressi. Di fronte al tentativo di una determinata classe politica di mettere in soffitta la Rivoluzione, Raisi ha opposto la volontà di candidarsi in nome della responsabilità religiosa e rivoluzionaria. Di fronte al dilagare del fenomeno corruttivo, oppone la limpidezza e la nobiltà di una personalità che per quasi quaranta anni ha servito il Paese senza mai venir intaccata dal sospetto di corruzione. Una trasparenza che i media occidentali hanno già cercato di intaccare sulla base dell’usuale ipocrisia diritto umanitarista accusando Raisi di essere responsabile di innumerevoli esecuzioni capitali, e ben consci che un’eventuale elezione del Seyyed scombinerebbe i piani di penetrazione culturale ed economica in Iran. Sia ben chiaro che, come ha affermato l’analista Mahmud Daahireeto, non c’è niente di male nel intrattenere rapporti commerciali con l’Occidente purché questi non nascondano l’ambiguo obiettivo del già citato soft evolutionary regime change.

Uno scenario internazionale in continuo tumulto ed una situazione interna caratterizzata da ampie sacche di disoccupazione o sottoccupazione, richiederebbero un Presidente maggiormente originale ed ispirato rispetto al precedente. Questa sarebbe la soluzione migliore per un Iran che, in quanto potenza egemone dell’area, non può più permettersi di stare all’ambiguo gioco occidentale e di mostrare ulteriori segni di debolezza.