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Decine di migliaia di persone, più di 100mila secondo gli organizzatori, si sono date appuntamento a Seoul, in Corea del sud, per chiedere le dimissioni della presidentessa Park Geun-hye. La Park è al centro di uno scandalo senza precedenti nel Paese. Secondo i media locali, la presidentessa sarebbe invischiata nello vicenda riguardante Choi Soon-sil, una “maga”, già ribattezzata “Rasputin in gonnella”, arrestata giovedì scorso con le accuse di frode e abuso di potere per essersi più volte intromessa in affari di Stato. Park, secondo gli accusatori, avrebbe più volte interagito con Choi, chiedendo consigli sulla gestione statale e obbligando alcune aziende chiave a versare contributi, fino a 70 milioni di dollari, alla fondazione della maga. Ma l’affaire Choi è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La Park ha ancora 16 mesi di governo da affrontare, ma il suo indice di gradimento è precipitato al 5%, il dato più basso dal 1987, anno del passaggio del Paese alla democrazia. A spingere i coreani in strada e a chiedere le dimissioni del governo non è solo l’intromissione della Choi e della Yongsaeng-gyo, una vera e propria setta religiosa che sta guadagnando sempre più potere tanto che dall’opposizione c’è chi parla del rischio di una “spaventosa teocrazia”, quanto le promesse disattese della Park.

Scene di protesta a Seoul il 29 Ottobre scorso

Eletta con la speranza di ridare slancio all’economia del Paese e di migliorare le relazioni con la Corea del Nord, la presidentessa ha deluso le attese, dimostrandosi debole e inadatta al ruolo. Park Geun-hye è corsa subito ai ripari, assumendosi pubblicamente tutte le responsabilità, ammettendo anche di essersi lasciata influenzare da una donna che è “rimasta al suo fianco nei momenti più bui della mia vita”. Per gettare acqua sul fuoco, Park, ha puntato sul rimpasto di governo affidando il ruolo di primo ministro a Kim Byong -joon, figura di spicco dell’opposizione e già consigliere politico dell’ex presidente di centro-sinistra Roh Moo-hyun. Nonostante i tentativi di normalizzazione, lo spettro dell’impeachment è ancora dietro l’angolo. Lo stesso neo premier, interrogato sulla vicenda, non ne ha escluso l’eventualità:

“Tutte le persone, compreso il presidente, sono uguali davanti alla legge”

La permanenza della Park è altamente improbabile. Ma, al momento, la possibilità di nuove elezioni è lontana. I partiti di opposizione, a parole, chiedono impeachment e dimissioni, ma qualora si dovesse tornare alle urne una loro vittoria non è poi così scontata viste le divisioni del fronte progressista. Il Choi gate ha comunque dimostrato lo stato di incertezza in cui versa la Corea del Sud, ex potenza economico-commerciale dell’Asia, ora Paese in declino travolto da scandali e corruzione. La presidenza Park ha portato alla luce tutta la debolezza istituzionale della Repubblica, ancorata a una costituzione che ormai non corrisponde più alla realtà del Paese. Una riforma istituzionale che riequilibri i poteri e permetta maggior controllo sull’esecutivo, è una questione non più rinviabile. Lo scandalo Choi rischia di avere grosse ripercussioni anche sulla politica estera coreana, in un momento particolarmente delicato vista la politica aggressiva della Corea del Nord e la potenziale vittoria di Donald Trump alle presidenziali USA. Una presidenza Trump significherebbe un minor coinvolgimento di Washington nella penisola coreana, un bel grattacapo per il governo che verrà.