A sedici anni dai primi bombardamenti NATO sulla Serbia centinaia di persone si sono date appuntamento a Belgrado per ricordare l’inizio di un inferno che durò 78 giorni e che provocò la morte di almeno 2.500 civili. Le bombe dell’Alleanza Atlantica posero fine ad un conflitto interetnico tra i più brutali della storia recente, ma sul ruolo che ebbe la NATO resta ancora più di qualche ombra. L’operazione “allied force” fu preceduta da una martellante campagna mediatica contro il governo serbo e il suo presidente Slobodan Milosevic, non certo un campione di democrazia e di diritti umani, ma non il solo responsabile delle brutalità che ormai erano all’ordine del giorno da quelle parti. Belgrado veniva dipinta come la capitale del diavolo e i serbi come brutali assassini; per screditare il governo, insomma, venivano ripresi gli argomenti e i toni slavofobi utilizzati dai nazisti. Una volta falliti tutti i tentativi di mediazione, o meglio una volta che la Serbia non volle accettare sotto ricatto misure inacettabili, la NATO, senza alcun mandato ONU, si arrogò il diritto di intervenire in un conflitto armato contro un paese sovrano, per difendere la “democrazia e i diritti umani” (quante volte avremmo sentito queste parole nel corso degli anni per giustificare le più disparate aggressioni!).

La storia dell’aggressione militare contro la Serbia costituisce un precedente: per la prima volta la NATO interveniva in Europa contro uno Stato sovrano, riconosciuto da tutto il mondo con il quale solo quattro anni prima, sia Europa che Stati Uniti avevano firmato gli accordi di Dayton per porre fine al conflitto in Bosnia. L’obiettivo dei governi occidentali rispondeva ad interessi strategici: la Serbia, per la sua posizione non allineata, costituiva una minaccia, ed era l’ultimo ostacolo al frazionamento completo dell’area balcanica. Tutti questi fattori sono alla base della scelta atlantica di aiutare il Kosovo nella lotta per la secessione da Belgrado. E nel farlo, i governi occidentali misero da parte il loro “amore” per i diritti umani, dando ampio sostegno alle milizie dell’UCK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, che fino al 1998 era inserito dal Dipartimento di Stato USA tra i gruppi terroristici, salvo poi essere abilmente riabilitato alla vigilia dei bombardamenti. La storia dell’operazione NATO in Serbia è piena di contraddizioni e di mezze verità. I media e i governi per anni hanno favorito la convinzione che i serbi fossero i possessori esclusivi della patente di macellai. Ma i fatti sono altri e raccontano una verità molto più complessa. Le responsabilità dei massacri vanno condivise; il governo serbo ha sicuramente le sue colpe, soprattutto per non essere stato in grado di controllare la furia omicida di bande di criminali che agivano sotto la sua bandiera, ma non meno deprecabili sono state le azioni dei guerriglieri dell’UCK e delle formazioni paramilitari albanesi. Per più di dieci anni queste responsabilità sono state taciute, almeno fino allo scorso anno, quando, dopo più di due anni di ricerche della Special Investigative task force, istituita dall’Unione Europea, sono venute alla luce le terribili colpe di cui si sono macchiati i combattenti albanesi: traffico di organi, stupri, rapimenti, operazioni di pulizia etnica contro la popolazione serba e rom.

Ma qui non si tratta di una gara tra chi abbia ucciso di più o chi si sia macchiato dei crimini più disdicevoli, la violenza non ha giustificazione, si tratta piuttosto di dimostrare come la narrazione ufficiale dei fatti sia a tratti stata costruita ad hoc, per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica un’operazione, quella contro la Serbia, che altrimenti non avrebbe avuto alcun senso manifesto. I crimini di guerra non furono però un’esclusiva delle parti in lotta, anche la NATO, con i suoi bombardamenti a tappeto, si rese protagonista di azioni raccapriccianti, una fra tutte il bombardamento del treno nei pressi di Grdelika nel quale persero la vita 14 pendolari. Un’azione che l’alleanza definì “danno collaterale”, una versione che nel corso degli anni è stata smentita, dal momento che il pilota, dopo aver sganciato la prima bomba tornò indietro per sganciarne una seconda, insomma, un “danno collaterale” recidivo. Come ricordato dal presidente serbo Tomislav Nikolic nel corso delle celebrazioni per il sedicesimo anniversario dei bombardamenti, “la guerra contro la Serbia ha aperto un vaso di Pandora con conseguenze gravi per la comunità internazionale”. Ecco perché, a sedici anni di distanza, è importante ricordare e nel farlo è soprattutto necessario individuare le responsabilità e liberarsi dalla retorica bellicista. Comprendere quello che accadde alla Serbia il 24 marzo 1999, significa aprire una finestra sul mondo, perché la strategia che ha fatto scuola contro Belgrado è tutt’ora in piedi ed operativa più che mai.