I risultati che la politica insiste a perseguire, accantonando spesso e volentieri l’etica del buonsenso, prevarica gli stessi principi di democrazia e libertà che ci proponiamo continuamente di propagandare e difendere a spada tratta. Così poco abbiamo da spartire con la sorte di due giornalisti turchi che, nel maggio 2015, sono stati incriminati dal governo turco per via di un’inchiesta in cui si sosteneva una collusione militare tra il regime di Erdogan e Daesh. Eppure c’è chi si è speso in prima persona per la salvaguardia di quella necessità di trasparenza e giustizia, fin troppo latitanti oggigiorno. Il console generale d’Italia ad Istanbul, Federica Ferrari Bravo, l’ambasciatore tedesco in Turchia e il console britannico hanno presenziato alla prima sessione del procedimento penale a carico dei due giornalisti Can Gundar e Erdem Gul che, circa un anno fa, avevano pubblicato sul quotidiano Cumhuryet un’inchiesta in cui si accusava il governo di Ankara del filtraggio attraverso il confine turco-siriano di armi che sarebbero giunte direttamente nelle mani dei miliziani dello stato islamico. Ad oggi i due giornalisti rischiano l’ergastolo, più aggiuntivi trent’anni di prigione. Il sultano ha avuto modo di protestare, dal canto suo, perché ha ritenuto la presenza di diplomatici stranieri come una violazione della sovranità turca circa il procedimento di cittadini turchi sul proprio territorio, nel rispetto delle autorità locali e della sovranità nazionale.

La risposta della Farnesina è giunta puntuale, assolvendo, anzi, appoggiando, il gesto del proprio rappresentante in loco, appellandosi al pieno adempimento della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e consolari tra gli stati, sottolineando inoltre l’importanza del rispetto dei valori della democrazia e della libertà di stampa e di espressione. C’è da dire, punto di vista ampiamente condivisibile, se effettivamente non esistesse doppiopesismo circa l’applicazione di tali sacrosanti principi. È notizia di pochi giorni fa la censura da parte della Lettonia dell’edizione locale del sito dell’agenzia di stampa russa Sputnik, dalla sua nascita additata come propagandista di una visione del mondo distorta rispetto alla convenzionale interpretazione del pensiero unico occidentale.

V’è sicuramente apprezzamento per il gesto dei diplomatici europei, spesso veri portatori e difensori degli interessi della politica estera, alle prese spesso con la vergogna di dover rappresentare decisioni politiche oltremodo ingiuste e incoerenti. La posizione turca è decisamente prepotente ed ingiustificata, sia per la disumanità del processo istruito – circa duemila persone, per stessa ammissione del ministero della Giustizia turco, sono state incriminate per insulti al capo di stato -, sia per la precaria posizione in fase di monitoring per l’ammissione del Paese nell’Unione Europea. Dal punto di vista politico la questione presenta una grave incoerenza: il gesto dei diplomatici, in qualità di rappresentanti istituzionali, non trova in realtà alcun riscontro accettabile nell’azione condotta dalla classe dirigente brussellese, che si piega alle richieste di Erdogan circa le problematiche salienti della crisi siriana, prezzando con esoso tariffario la risoluzione della questione legata all’ondata di migranti. La diplomazia, forse in maniera vana, tenta di salvare la faccia di una politica che si macchia di gravi defaillance, tanto che con estrema arroganza, il dittatore turco si arroga il diritto di protestare veementemente contro un gesto quantomeno definibile necessario, da parte dei rappresentanti diplomatici, in ossequio ai nostri cari principi di libertà.