“Due cose debbono concorrere affinché un evento abbia grandezza: il grande animo di coloro che lo portano a compimento e il grande animo di coloro che ne fanno esperienza. Non c’è evento che abbia grandezza di per sé, nonostante intere costellazioni svaniscano e popoli decadano, nonostante vengano condotte guerre con enormi perdite e spiegamento di forze: su molte cose del genere, il respiro della storia trascorre soffiando, quasi si trattasse di fiocchi di neve”. (1)

Chissà se Muhammar Gheddafi, il Colonnello, l’uomo che si è fatto Guida della Rivoluzione Libica per oltre quarant’anni, aveva in mente queste parole di Nietzsche quando si diceva sicuro di essere destinato al martirio. Sembra quasi di sentire le sue grida per telefono a Tony Blair – le trascrizioni sono agli atti della Commissione Esteri del Parlamento britannico – mentre il 25 gennaio 2011 lo avverte che:

“I jihadisti vogliono controllare il Mediterraneo e poi attaccheranno l’Europa … I libici moriranno, ci saranno danni per il Mediterraneo, l’Europa e il mondo intero.”

Curiosamente, su molti altri protagonisti di quel controverso cambio di regime del 2011, proprio in questi giorni è calato definitivamente il sipario, spinto forse dall’ineluttabile respiro della Storia di cui parla Nietzsche: Nicolas Sarkozy, estromesso dalle primarie presidenziali francesi; Barack Obama, prossimo a lasciare il testimone a quel Donald Trump che dalla CNN lo invita a guardare al pasticcio che ha fatto in Libia; Hillary Clinton, grande sconfitta delle ultime elezioni americane e unica custode dei misteri sul fatale assalto al consolato americano di Bengasi l’11 settembre del 2012. David Cameron se ne era già andato a giugno, sfiduciato addirittura dal suo stesso popolo in corso di mandato; mentre Silvio Berlusconi, tirato per la giacca in una guerra non sua, era già sufficientemente ricattabile per contare davvero qualcosa in quel tragico 2011.

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19 marzo 2011 – Summit di Parigi per “dare sostegno” al popolo Libico

Lasciano, i nostri “eroi”, una Libia sempre più smarrita, in balia di una belligerante frammentazione politica e sociale, che rischia di esplodere in ogni momento in un conflitto armato senza via d’uscita. Teatro di una delle prime guerre del Nuovo Mondo Mercantile, in Libia si fronteggiano vecchi e nuovi padroni, in una geometria di rapporti talmente disarmonica, da risultare inestricabile: Francia contro Italia, Stati Uniti contro Russia, Egitto ed Emirati Arabi contro il governo di unità nazionale voluto dall’ONU; Inghilterra, come d’uso, un po’ di qua, un po’ di là; e Cina, Arabia Saudita e Iran, giganti silenziosi, che bisbigliano dietro le quinte sui tesori libici, in Libia e altrove nel mondo. Cosa ne possono sapere loro dei chilometri di dune e delle meravigliose spiagge bianche che lambiscono un Mediterraneo ancora cristallino? Della rovine di Sabrata, dove persino i jihadisti dell’ISIS andavano a farsi qualche bella fotografia da inviare minacciosamente in Occidente? O della millenaria oasi di Gadames, misterioso crocevia dei traffici sahariani, nei secoli circondata da mura e porte d’accesso, ed ora palcoscenico miserevole della tratta di esseri umani e di armi?

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Le antiche rovine di Sabrata, città della Libia nord-occidentale, fondata dai Fenici nel VII secolo a.C. e poi conquistata dai Romani nel 46 a.C.

Un paese che aveva il prodotto interno lordo più alto del continente africano e che, forse, si è voluto toccare con troppa fretta, dimenticando ciò che Winston Churcill, adorabile voltagabbana, disse a chi chiedeva come mai avesse permesso il referendum sulla monarchia nell’Italia appena liberata: quando si deve togliere dal fuoco una caffettiera bollente, nel caso non abbia un buon manico, bisogna assicurarsi di avere a disposizione un panno di stoffa. Probabilmente, in quel teatro di mediocrità che fu la Libia del 2011, l’unico personaggio che meriterebbe di presentarsi al palcoscenico della Storia – visto che la Storia abbona spesso morti e torture ai grandi condottieri – è proprio Muhammar Gheddafi: poteva vivere in un esilio dorato, da cui continuare a dispensare pensieri e parole al mondo intero; è morto invece da uomo libero, rifiutando di offrire la sua Giamahiria all’invasore. Perché, in fondo, intimamente credeva in ciò che scrisse nel suo Libro Verde: non esiste libertà per l’Uomo, se qualcun’altro controlla ciò di cui ha bisogno.

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Libro Verde edito da Circolo Proudhon Edizioni

(1) Nietzsche F., Richard Wagner a Bayreuth, Edizione Studio Tesi, 1992