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Mentre l’America ancora cerca di capire se si sia avverato un sogno o si stia palesando un incubo, piano piano anche l’Europa comincia a domandarsi seriamente cosa farà Donald Trump con lei. Per ora, in realtà, si sa poco, ed è inutile anche tentare un’analisi approfondita quando mancano circa due mesi all’insediamento del Tycoon alla Casa Bianca. Ma se è veramente difficile capire cosa farà Trump con l’Europa, la domanda che a questo punto dovremmo porci è cosa farà Trump sull’Europa? O meglio, quali effetti avranno queste elezioni americane sul futuro dell’Europa almeno nel brevissimo periodo. Vero, la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno, ma è altrettanto vero che una prima analisi si può tranquillamente azzardare. Iniziamo subito col dire che il 2016 si chiude veramente col botto per tutta l’intellighenzia d’Europa: non bastava la destra tedesca che galoppa, non bastava la Brexit, non bastava Orban, non bastavano i continui fallimenti economici e i crolli elettorali dei partiti di potere, no, ci ha pensato anche questo miliardario americano a devastare le menti dell’élite culturale di regime e a far entrare in terapia tutti i salottieri d’Europa.

L’occhiolino di Beppe Grillo al Vaffaday di Donald Trump

Un primo effetto sotto questo profilo Trump l’ha prodotto subito, facendo andare in tilt un sistema di potere fatto di stampa fasulla, artisti mainstream, finti rivoluzionari e destre e sinistra che non sanno più da che parte stare (e tutto sommato, questo, è già un primo punto a suo favore). Ma c’è dell’altro. C’è il futuro prossimo dell’Europa, e Trump, o meglio, l’elezione di Trump, può veramente dare una scossa molto potente alle prossime tornate elettorali europee. Il 2017 infatti sarà un anno tutt’altro che anonimo per la storia contemporanea del nostro Continente, perché almeno due Stati (e che Stati!) si recheranno alle urne per scegliere i propri futuri leader: la Francia e la Germania. E in questi due Paesi, tutto quel fenomeno di massa che sembra aver reso Trump presidente degli Stati Uniti d’America, esiste già da tempo e miete vittime. Il fenomeno del cosiddetto “populismo” (parola tremendamente penosa), il fenomeno della voglia di partiti alternativi all’establishment, la voglia di cambiamento, il desiderio di non sentirsi più parte inutile di un sistema politico, economico e culturale che ti inchioda al presente e ad un futuro che non vuoi, in Europa esiste già e ha nomi e cognomi ben precisi sia in Francia che in Germania. È tutto un fenomeno che parte da lontano e che mentre in Francia prende di solito le sembianze del Front National, in Germania ha ancora volti incerti e, almeno nel breve periodo, sembra essere rappresentato dall’Alternative für Deutschland.

Marine Le Pen si congratula con Donald Trump

Questi movimenti visti da tutti con sospetto, odiati dall’establishment, guardati con rabbia e pietismo da tutto quel mondo radical-chic che vive a metà tra il suo loft in centro e il suo apericena snob, sono proprio frutto di quello stesso sottobosco di rabbia, risentimento, orgoglio, frustrazione e sentimenti contrastanti che, uniti, hanno condotto i repubblicani a vincere le elezioni più folli della storia d’America. Ed è vero, ogni Paese ha una storia a sé, e Francia e Germania non sono gli Stati Uniti, così come la Provenza non è il Tennessee e la Baviera non è il Missouri. Ma nel mondo globalizzato del 2.0, nel mondo dove i problemi dell’operaio americano si riverberano e si rispecchiano nei problemi dell’operaio francese, la scelta di un partito piuttosto che di un altro diventa il frutto di un sentimento comune, che accomuna tutti e che prende spunti e forza dalla vittoria di un partito dall’altra parte dell’Oceano. Il popolo si sente tradito dall’establishment e cerca nel nuovo un vento di cambiamento, anche nel semplice essere contro qualcosa, a prescindere, purché sia di rottura. Lo troverà? Non possiamo saperlo. Ma certo è che oggi, sul finire del 2016, le certezze di molti sono definitivamente crollate.