di Cristiano Puglisi

Il falso mito del liberismo quale fonte di benessere economico diffuso è una di quelle convenzioni psicosociali difficili da superare nei Paesi occidentali. È così per svariati motivi. Non ultimo il fatto che, con un percorso avviatosi trent’anni fa, il pensiero dei cosiddetti “Chicago boys” ha ormai raggiunto le vette dell’establishment accademico, politico e giornalistico, dominati da un’unica corrente di pensiero. Il risultato finale è un’illusoria libertà di pensiero e di espressione, laddove invece tutto ciò che, nell’ambito del pensiero economico, non risponde alle logiche della vulgata dominante viene sistematicamente irriso e screditato. A volte però basta andare oltre gli strumenti di informazione più popolari per cogliere dati al netto delle interpretazioni di natura soggettiva. E tali dati, nel caso appunto del liberismo economico, sembrano, per quanto ogni dato sia passibile di interpretazioni soggettive, sconfessare pesantemente la teoria vigente ai più alti livelli della società.

Un caso è fornito dai recenti dati dell’OECD, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico del “blocco occidentale”, fotografano la situazione dei salari nei Paesi del blocco occidentale e dei suoi annessi, come il Giappone e la Corea del Sud. L’indagine sulla percentuale di stipendi di almeno due terzi al di sotto della media di categoria sul totale dipinge infatti una realtà in cui sono proprio i Paesi con una minore presenza del welfare  quelli con gli squilibri maggiori. Gli Stati Uniti d’America, ad esempio, sono quelli al vertice di questa poco onorevole classifica, con una percentuale del 25%, seguiti da Sud Corea (24,5%), Irlanda (23%), Israele (22%) e Regno Unito  (20%). A ulteriore sorpresa le percentuali più basse si trovano invece in quei Paesi in cui, secondo la medesima vulgata, sarebbe stato proprio un eccesso di welfare a determinare un impoverimento della società. Tra questi la Grecia (11%), l’Italia  (10%) e il Portogallo  (7%).

Tali dati, oltre a dimostrare l’insufficienza del PIL quale strumento di misurazione della crescita effettiva del benessere di un Paese, sembrano confermare l’elevato livello di sofferenza sociale di molti di questi Paesi erroneamente ritenuti un modello, purtroppo anche dal nostro attuale presidente del Consiglio. Una sofferenza che negli Stati Uniti sta drammaticamente esplodendo sotto forma di rivolta razziale da parte della comunità nera, ma che invece è a tutti gli effetti una rivolta sociale per la condizione di quella comunità.