Il paese dalla grande crescita economica, che acclama le truppe NATO nel suo territorio, che spinge per le sanzioni alla Russia, che orgogliosamente mostra i vessilli dell’UE nei suoi edifici e che non perde occasione per rimarcare la sua ‘scelta di libertà’; fino a domenica, la Polonia era tutto questo: spot ideale per Bruxelles, mezzo di propaganda per far credere che, in fondo, gli euroscettici erano solo dei populisti rammaricati per qualche spicciolo in meno in busta paga e che non vedevano i progressi fatti dalla ‘libera’ Polonia. Era tutto questo, per l’appunto, fino a domenica: poi, nell’ingranaggio ben collaudato e studiato di Varsavia qualcosa si è inceppato. Le elezioni presidenziali sembravano un passaggio formale per le sorti della Polonia; il presidente Komorowski, forte dell’intraprendenza polacca degli ultimi anni, sembrava l’unico in grado di poter dominare il primo turno ed assicurarsi una facile vittoria al secondo, con tanto di sventolio di bandiere dell’UE e di banconote dell’Euro. Ma già al primo turno qualcosa è andato storto: Duda, il suo rivale più atteso, lo ha sopravanzato andando a vincere il primo turno. Da Bruxelles però, avevano catalogato tutto ciò per un incidente di percorso: possibilmente l’astensionismo ha dato la maggioranza relativa a Duda, euroscettico da sempre, ma con le sirene del mantello europeo su Varsavia tutto sarebbe andato secondo previsione nel ballottaggio. Alle 23:00 di domenica, la doccia fredda: Andrzey Duda ha il 53%, è lui il nuovo Presidente.

Per l’UE, nella domenica dell’avanzata di Podemos in Spagna e del secco rifiuti di Tsipras di pagare i debiti della Grecia, un altro smacco e forse addirittura ancora più importante rispetto a quelli prima citati: che Madrid mostri insofferenza era messo in conto, del resto le politiche di austerity dell’UE hanno falcidiato e ridotto all’osso la società dell’ex ‘milagro economico’ iberico, così come prima o poi qualche ceffone da Atene doveva pur arrivare, ma dalla ‘sorella perfetta’ della Polonia no, proprio non ci si aspettava una scelta anti Bruxelles. La vittoria di Duda, smonta un altro mito dato in pasto dai burocrati europei ai media nei mesi scorsi: la Polonia in piena crescita e lanciata verso un futuro sempre più europeo. Come dire, magari per i ‘vecchi’ Stati mediterranei è arrivata la fine del ciclo ed è fisiologico mostrare scetticismo circa un progetto che ha fatto perdere podere d’acquisto ed aumentare la disoccupazione giovanile in seno alle rispettive popolazioni, ma i ‘freschi’ Stati baltici sono la dimostrazione di come il progetto europeo sia vivo. Adesso, da Bruxelles sono impossibilitati pure nel decantare questa storiella; l’euroscetticismo avanza ovunque, persino nei fedeli anti russi stati baltici, persino in quella Polonia post comunista, post Walesa, post Wojtyla, insomma post un po’ di tutto assunta negli ultimi anni a paradigma della bontà del progetto comunitario. Ai polacchi non sta bene il progetto di totale integrazione con l’UE; il segnale è netto e chiaro: molta la paura di possibili future politiche di austerity imposte in caso di ingresso nell’Euro, monta anche il timore tra la popolazione di veder dispersa la recente crescita economica una volta che l’ancoraggio di Varsavia ai dettami di Bruxelles sia definitivo.

Dalla Polonia quindi, un’altra dimostrazione di insofferenza al disegno europeo; anche perché il nuovo presidente non solo non ha mai fatto mistero di non volere un’eccessiva integrazione europea del governo di Varsavia, ma spesso (anche durante la recente campagna elettorale) ha espresso serie critiche all’opportunità della permanenza ancora in vita dell’UE per come la si conosce attualmente. Di punto in bianco, i polacchi si son trasformati per i media tradizionali europei da fiero popolo amante della libertà ad un pugno di elettori ‘ancora non maturi’ attratti dalle sirene dei populismi. La vittoria di Duda, fa emergere anche un’altra considerazione: il sostegno incondizionato delle repubbliche baltiche al progetto europeo, ha fatto leva in questi mesi soprattutto sul comune risentimento etnico anti russo presente tra polacchi, lituani, lettoni ed estoni. In Lituania, per esempio, si giustificano diverse leggi recenti (come quella, per esempio, del ritorno della leva obbligatoria) in nome del pericolo del ritorno dell’orso russo; il trionfo di un euroscettico in quel di Varsavia, dimostra dunque che nemmeno la retorica anti russa è riuscita a prendere del tutto il sopravvento in una nazione da sempre insofferente, per motivi storici, a Mosca. Il presunto ‘pericolo russo’, anche in Polonia fa meno paura di un futuro del tutto integrato con le istituzioni e le politiche di Bruxelles. Questo, fin qui, da un punto di vista simbolico: la vittoria di Duda rappresenta tutti quegli elementi sopra citati ed è uno schiaffo morale all’UE. Ma a livello pratico, almeno per il momento, cambierà ben poco; Duda infatti, non è certo un rivoluzionario e non sembra voler portare avanti politiche di totale discontinuità dal suo predecessore. In secondo luogo, le legislative in Polonia si svolgeranno soltanto a novembre, fino ad allora il nuovo presidente non avrà la maggioranza e non è detto che la ottenga con le consultazioni di fine anno. Resta però l’importante significato da attribuire al segnale lanciato dagli elettori polacchi; per Duda, le prime sfide saranno rappresentate proprio dal dare risposte in questo senso, scongiurando per la Polonia una cessione di sovranità a favore di una maggiore integrazione europea. Curioso anche capire e sapere come la nuova governance di Varsavia si porrà nei confronti del Cremlino e di Vladimir Putin.