Obama ha affermato al congresso, ora a maggioranza repubblicana, di volere scongelare i rapporti con Cuba togliendo l’embargo, quindi permettendo commerci (limitati) con l’isola, il ripristino delle relazioni diplomatiche, il riallacciamento dei collegamenti telefonici e l’esclusione di Cuba dalla “lista nera” dei paesi che supportano il terrorismo. Sorvolando quest’ultimo punto, che proviene da chi il terrorismo lo ha sempre foraggiato per scopi economici e geopolitici, queste dichiarazioni riconoscono il fallimento di una politica estera aggressiva contro l’isola, che dal 1959 non è più un avamposto dello Zio Sam. Checché se ne dica infatti, Cuba né cambierà il proprio ordinamento, né smetterà di schierarsi a favore di tutti i popoli attaccati e oppressi dalla piovra imperialista: e questo lo sa anche Obama. Perché allora questa decisione? Sia per accaparrarsi i voti degli ispanici e di parte del mondo imprenditoriale, sia per autodipingersi come uomo di pace (come si era presentato a inizio mandato), sia per scongelare i rapporti con quei paesi (la maggior parte dell’America Latina) che hanno stretto le mani che gli hanno teso Cina e Russia. La scelta di Obama non va assolutamente vista come mera volontà pacificatrice, perché le guerre durante il suo mandato non sono state certo inferiori a quelle del predecessore Bush, bensì come una strategia per provare a “riprendersi” l’America latina senza aggressioni, attentati e golpe, ma con il condizionamento che deriverebbe dallo scongelamento dei rapporti.

La politica estera Statunitense stava facendo buchi sa tutti i fronti: su quello Russo, calmato dalla diplomazia europea durante il Trattato di Minsk che vide Obama escluso; su quello Medio orientale, dove si raffreddano i rapporti con l’Israele di Netanyahu, si rialliacciano, seppur minimamente, quelli con l’Iran e ci si accorge che per combattere l’ISIS è indispensabile il dialogo e la coordinazione con Bashar al-Assad; e infine su quello Latino Americano, dove il Venezuela, l’Argentina e tutti i paesi dell’ALBA non hanno ceduto ai canti delle sirene Statunitensi e hanno resistito ai loro tentativi di destabilizzazione, dove violenti, dove più subdoli. La stessa Colombia, unico grande avamposto USA rimasto nel continente, ha dovuto recentemente riavviare le trattative con le FARC, le brigate comuniste che controllano buona parte delle foreste del paese.

Ovunque Obama mettesse le grinfie, la strategia falliva. Ecco i frutti marci della sua politica: tenta invano di togliere alleati alla Russia, nemico ben più importante della piccola Cuba, che da mesi ormai sta attraendo a sé vari movimenti politici in tutta Europa, anche molto potenti. Neanche questa strategia funzionerà, ed è il simbolo più eclatante della vittoria di Cuba e della Rivoluzione del 1959, che in tutti questi anni non si è mai piegata all’avvoltoio a stelle e strisce: ha superato il crollo del Muro e la fine dell’URSS, gli innumerevoli avvelenamenti dei propri raccolti, gli oltre seicento attentati contro Fidèl Castro tra programmati e sventati, il tutto a centosessantasei kilometri di distanza dalla costa Statunitense. Che Obama non voglia la pace in America Latina lo confermano anche le pressioni che ultimamente sta muovendo alle deboli Honduras per installare una propria base militare nei Caraibi. Quindi smettano di sorridere coloro che pensano che Obama sia veramente un uomo di pace, e tornino a vederlo per quello che è: un imperialista che ha collezionato fallimenti su fallimenti, e non smetterà di collezionarli perché ormai alla frutta. Il mondo unipolare ha gli anni contati, che se ne faccia una ragione.