Lo scenario mediorientale subisce continue e sempre più violente mutazioni mostrandosi sempre più incerto e instabile. A condizionare gli eventi è la massiccia presenza occidentale che, tramite basi militari e stati partner, ha teso negli anni a consolidare un cordone sanitario attorno l’area mediterranea e medio-orientale e, al suo interno, circondando in modo puntuale la repubblica iraniana. Con una progressiva perdita di interesse degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran e dell’intera area medio-orientale, o quantomeno una riduzione dello stesso in una situazione che ricorda molto la fine degli anni ’50 quando Gran Bretagna e Francia realizzarono di non avere più le forze per gestire i sempre più delicati equilibri internazionali, gli “stati partner” dell’occidente rischiano di risultare a loro volta accerchiati nell’accerchiamento.

Per questo motivo i toni del discorso di Netanyahu al congresso, assieme alla spropositata offensiva saudita nello Yemen sciita, devono farci riflettere. Israele e Arabia Saudita, partner storici delle potenze occidentali nell’area, rischiano di vedersi soli a fronteggiare i delicati equilibri aggravatisi nell’area. In tutto ciò anche le stesse politiche di riduzione del prezzo del petrolio, di cui ho parlato in un articolo precedente, giocano un ruolo fondamentale per il rafforzamento del ruolo saudita a discapito dell’Iran. Più si procede verso l’accordo e il successivo scongelamento delle relazioni tra i paesi 5+1 e l’Iran, più le reazioni di Israele e Arabia Saudita saranno veementi. Più gli Stati Uniti daranno l’impressione di volersi disimpegnare nell’area, più questi due paesi ci terranno a far sentire la propria voce in maniera più o meno diplomatica nella paura dell’accerchiamento e nell’imbarazzo di dover far fronte da soli alla gestione geopolitica dell’area.

La scorsa settimana Iran e Turchia hanno firmato otto memorandum di intesa per rafforzare l’interscambio commerciale tra i due paesi. Durante la visita di Erdogan a Teheran non sono mancati i riferimenti alla situazione nello Yemen che prima dell’incontro era stato motivo di frizione tra Ankara e la Repubblica Islamica accusata di voler imporre il proprio dominio nella penisola arabica. “Entrambi vogliamo che il sanguinoso conflitto in Yemen abbia fine. Gli attacchi compiuti da altri Paesi in Yemen devono finire.” – e ancora – “Parleremo e, negoziando, troveremo una soluzione. Insieme fermeremo questo massacro”. Questo incontro ha certamente segnato un’inversione di tendenza nelle politiche turche riguardo la crisi yemenita. Anche l’Iran, che in vista dei negoziati è sempre più orientato verso posizioni diplomatiche più accomodanti, auspica una soluzione del conflitto. L’Iran, tramite il ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif, ha proposto un piano di pace per mettere fine alla crisi nello Yemen, prevedendo un cessate il fuoco, seguito da una missione umanitaria e dall’istituzione di un governo di coalizione e dal dialogo tra le fazioni coinvolte nel conflitto. Questa mossa non può che trovare il disaccordo della monarchia saudita, desiderosa di aggravare la situazione nell’area per disincentivare il progressivo disinteresse occidentale (tendenzialmente orientato verso il Pacifico nella prossima decade).

Stando così le cose, volendo azzardare, si potrebbe prospettare un incontro tra Ankara e Teheran sotto i buoni auspici di Mosca e, d’altro canto, un asse tra Israele, Arabia Saudita e Egitto (la Turchia non riconosce il regime golpista di al-Sisi). L’interesse di Turchia e Iran è quello di trovare una soluzione condivisa sui focolari siriano e iracheno, questioni che ruotano attorno ai difficili equilibri riguardo la permanenza di Assad, la minaccia dell’ISIS e la questione del Grande Kurdistan. Se fino a qualche settimana fa un avvicinamento tra Turchia e Iran su queste questioni sembrava impensabile, dopo l’incontro tra Erdogan e Rohani qualcosa si è mosso, a dimostrarlo il cambiamento nei toni di entrambi riguardo la questione yemenita. Auspicare un avvicinamento e una collaborazione tra i due paesi per spegnere i focolari medio-orientali non è peccato. A fronte di ciò sarebbe possibile spiegare le preoccupazioni (a dire il verò un po’ retrò, di sapore Nasseriano) di Al-Sisi: “La nazione araba, nella sua ora più buia, non ha mai affrontato una sfida alla sua esistenza e una minaccia alla sua identità come quella che incombe oggi”, stando alla connotazione non araba di Turchia e Iran. In tutto ciò Israele e Arabia Saudita, nonostante al momento l’intelligence americana collabori con la coalizione sunnita guidata da Riyadh, non possono certo dormire sonni tranquilli e magari stanno già riflettendo sugli errori del passato e del presente e sugli inevitabili imbarazzi futuri. Le prove di forza sono l’unica cosa che resta per ostentare un potere in declino.