Mentre l’Unione europea e i Paesi a essa appartenenti continuano a comportarsi come un’appendice coloniale del grande impero americano, avendo recentemente prolungato le sanzioni commerciali nei confronti della Federazione Russa, in origine stabilite in conseguenza della crisi ucraina, oggi invece perduranti senza alcun motivo apparente, anche sul fronte dei Paesi legati agli Stati Uniti c’è chi, più saggiamente, si oppone, facendo prevalere l’interesse nazionale. Un esempio abbastanza significativo è fornito dalla Corea del Sud. Un Paese legato, da un punto di vista commerciale, ai mercati europeo e statunitense, fiorente sbocco per i prodotti dell’industria coreana come quelli realizzati, per citare i marchi più noti, da realtà come Samsung, Lg o Hyundai. Mentre a Seoul, capitale sudcoreana, si stava svolgendo la riunione del Consiglio Interparlamentare Russo-Coreano, un assemblea che riunisce parlamentari dei due Paesi, Kim Han Gil, presidente dell’assemblea ha infatti tenuto ad affermare, con un velo di polemica, che “nonostante le forti pressioni esterne, la Corea del Sud rimane saldamente ancorata alla sua decisione di non applicare le sanzioni”.

Una forte affermazione d’intenti da parte di un Paese che, minacciato costantemente dai vicini nordcoreani, ha tutto l’interesse a non volersi creare nemici per giunta potenti come la Russia. Russia che peraltro, come affermato nella medesima occasione da Igor Zuga, rappresentante parlamentare della regione di Omsk nel Consiglio federale russo, intende farsi portavoce di un dialogo che miri alla “riconciliazione delle due coree, con uno sguardo a una futura riunificazione della nazione coreana”. E certo la mediazione diplomatica di Mosca, Paese non di certo visto con ostilità dal regime di Pyongyang, è fondamentale quantomeno per garantire la stabilità regionale. Ma le parole di Zuga vanno al di la della semplice retorica diplomatica. L’interscambio commerciale tra la Russia che ha dovuto suo malgrado voltare le spalle all’Occidente e la Corea del Sud è cresciuto nell’ultimo anno dell’8,5%, raggiungendo un valore complessivo di 24 miliardi di dollari.

In ballo però ci sono anche prospettive infrastrutturali, come la via logistica Khasan-Rajin, per la quale i parlamentari russi presenti a Seoul hanno ricordato l’importanza di un dialogo trilaterale con la Cina, verso la quale Mosca cerca una sempre maggiore integrazione e cooperazione, nell’ottica di uno sganciamento dall’Europa occidentale visto come ormai ineludibile. Quanto meno nel breve termine. Così, mentre l’Europa si spinge sempre più nel suo vicolo cieco fatto di austerità e sottomissione sadomasochistica alle prepotenze della finanza globalista e del suo braccio armato, gli Stati Uniti, a Oriente i rapporti si saldano non tanto in un’ottica ideologica di contrapposizione tra blocchi, ma in quella di un sano pragmatismo che crede alla diplomazia economica come via di dialogo e prosperità. La “nuova via della seta”, in fondo, è proprio questo.