Dopo nemmeno due anni di vita il Sud Sudan è ripiombato nel vortice di una nuova guerra civile, questa volta imputata al presidente in carica Salva Kiir, di etnia dinka, che ha ingaggiato duri scontri con l’opposizione armata dell’ex primo vicepresidente Riek Machar, di etnia nuer. Dal dicembre 2013, data in cui sono ricominciate le violenze, al non risolutivo accordo di pace dell’agosto 2015, trecentomila persone hanno perso la vita mentre un milione e trecentomila persone hanno lasciato il Paese. La missione Onu dell’UNMISS – che avrebbe dovuto garantire stabilità nella regione – risulta impotente mancando nell’obiettivo di proteggere i civili. Il Sud Sudan è nato nel 2011 a seguito del referendum che ha sancito il distacco dal Sudan, nonostante ci si aspettasse della oggettiva debolezza e fragilità delle istituzioni del neo-stato, i principali sponsor occidentali non hanno esitato ad elargire ingenti somme di denaro per accelerare la secessione dal Sudan.

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Fotografia di un popolo

Come contropartita agli aiuti umanitari, Stati Uniti ed Unione Europea stanno cercando di spartirsi l’immenso e prezioso mercato petrolifero escludendo la Cina, ben radicata nello stato africano. Il quarto Paese produttore petrolifero dell’Africa sub-sahariana, che gode di una capacità produttiva di cinquecento/seicento mila barili al giorno, rappresenta una ricchezza inestimabile per le mire espansionistiche delle multinazionali d’Occidente, le quali dal momento della separazione hanno ottenuto importanti licenze e concessioni dal governo di Juba. L’ingerenza straniera ha da sempre condizionato la storia del Sudan contribuendo fortemente a rendere instabile il territorio acuendo la rivalità e la divisione etnica in modo tale da poter sfruttare le cospicue risorse del sottosuolo. Già dal 1946 Gran Bretagna ed Egitto governarono il Paese operando una netta separazione tra il nord arabo ed il sud animista e cristiano innescando la guerra civile soprannominata Anyanya (1955-1972), veleno di serpente. Quando nel 1983 il presidente Gaafar Muhammad an-Nimeiry impose la Shari’a sul territorio nazionale, le popolazioni meridionali si riunirono sotto la sigla dello SPLA – Sudanese People’s Liberation Army – con a capo il colonnello John Garang, ingaggiando duri scontri con l’esercito sudanese.

SPLA soldiers secure Bor airport, 200 km (124 miles) north of Juba, a day after its recapture by government SPLA forces January 19, 2014. South Sudanese government forces said they seized the flashpoint town of Bor back from rebels on Saturday. REUTERS/George Philipas (SOUTH SUDAN - Tags: POLITICS CIVIL UNREST CRIME LAW TPX IMAGES OF THE DAY) ORG XMIT: AFR02

Soldati dello SPLA 

Il 1989 rappresenta un anno cruciale per le sorti del Paese in quanto il NIF-National Islamic Front guidato da Omar al-Bashir compie un colpo di Stato procedendo all’arabizzazione e islamizzazione del Sudan, la svolta dell’integralismo islamico genera una nuova ondata di violenze attenuatesi in seguito all’accordo di pace di Nairobi del 2005. Il 2011 che avrebbe dovuto segnare la svolta per il Sud Sudan si è rivelato essere da subito irto di ostacoli, le zone di confine del South Kordofan e Blue Nile ricche di petrolio sono causa di attrito tra i due governi con Khartoum che minaccia di chiudere i rubinetti. Nonostante il Sud Sudan ospiti quasi l’80% delle risorse petrolifere dell’intero Sudan deve dipendere dagli oleodotti e impianti di raffinazione del suo fratello maggiore, inoltre non disponendo di nessuno sbocco sul mare l’oro nero del sud deve di conseguenza attraversare il Sudan giungendo a Port Sudan che si affaccia sul golfo di Aden: snodo cruciale del mercato petrolifero internazionale. Gli Stati Uniti, avallando la separazione del Sud Sudan, sperano di sganciare il Paese africano dall’egemonia cinese ed aprire così nuovi sbocchi nel business del greggio. Il popolo del Sud Sudan sta pagando sulla propria pelle l’ingerenza dei paesi occidentali che, appoggiando il governo o l’opposizione nella regione, alimentano lo scontro interetnico. Il rischio genocidio non è da escludere, oltre alla rivalità tra dinka e nuer c’è molto di più: la lotta per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.