Una ventata di novità arriva delle urne del caucus democratico del New Hampshire: nel secondo appuntamento della corsa alla nomination, Bernie Sanders si afferma perentoriamente su Hillary Clinton e compie un piccolo ma significativo passo in avanti, staccando la concorrente di oltre venti punti. Come detto già negli articoli che presentavano le candidature di Trump e Cruz, i primi voti tenuti in Stati piccoli come Iowa e New Hampshire non sono determinanti, visto il ridotto numero di delegati da essi assegnati, per far conseguire a uno od all’altro candidato un vantaggio sostanziale ma hanno una grande importanza in chiave morale, permettendo di testare la tenuta dei vari progetti politici su un campione limitato e abbastanza omogeneo. Questo spiega adeguatamente i grandi sforzi profusi da coloro che si contendono la nomination per capitalizzare il più possibile l’impegno dei mesi pre-elettorali nei primi appuntamenti concreti. E l’ampio successo del New Hampshire rappresenta la miglior cartolina possibile per Sanders in vista dei decisivi appuntamenti delle prossime settimane: inoltre, la perentorietà dell’affermazione, che è andata ben oltre lo scarto preventivato dai primi sondaggi, è sintomatica dell’ascesa costante della popolarità di questo navigato ed esperto politico che a settembre compirà 75 anni ma che si sta configurando come l’aspirante presidente maggiormente innovativo in quanto a concezioni politiche, economiche e sociali.

Il senatore del Vermont, di cui “L’Intellettuale Dissidente” aveva già parlato nello scorso mese di agosto, quando la sua candidatura sembrava decisamente svantaggiata rispetto a quella di Hillary Clinton, sta rimontando l’ex first lady cavalcando l’onda dell’entusiasmo suscitato dalle sue proposte programmatiche e dalle sue eccellenti capacità comunicative. Le parole di Sanders emozionano, la sua capacità di mettersi in relazione con le folle che assiepano i suoi comizi dà ulteriore vigore alle sue iniziative che propugnano un grande cambiamento nella politica statunitense, un reindirizzo che, se applicato, potrebbe effettivamente incanalare la rotta degli USA su binari mai esplorati dalle ultime amministrazioni. Gli issues di Sanders sono fortemente improntati al cambiamento interno del sistema. Egli segue come stella polare della sua campagna la necessità impellente di ridurre le spaventose diseguaglianze in termini di reddito, accesso al mondo del lavoro, protezione sanitaria e prospettive educative che sussistono nella società americana, e di conseguenza richiedono una coraggiosa political revolution, un ribaltamento di prospettiva radicale. Ambiente, sanità, finanza, lavoro, giustizia etnica: sono questi i campi in cui, secondo Sanders, l’America si gioca il suo futuro. Messaggio ampiamente recepito da un elettorato che, nonostante le grandi tribolazioni vissute a livello internazionale dagli USA, nella corsa alle presidenziali di novembre premierà maggiormente chi saprà dare le risposte più concrete alla volontà, condivisa da larga parte della popolazione, di vedere le prospettive della società americana rilanciate una volta per tutte. Prospettive di sicurezza e fiducia nel futuro che hanno in larga misura abbandonato in questi ultimi anni la classe media e i più giovani, ovverosia le categorie su cui si sono prodotti i più visibili effetti della crisi economiche e dell’instabilità permanente in cui gli USA si trovano a vivere e che ora costituiscono un forte serbatoio di consenso per Sanders, nelle cui politiche è vista l’aspettativa per “a future to belive in”, un futuro in cui credere.

È un umanesimo portato avanti senza retorica ma con forti connotazioni ideali, quello di Sanders. Un umanesimo che si riflette in proposte che puntano a rendere le istituzioni americane maggiormente “a misura d’uomo”: la proposta di un salario minimo per tutelare le categorie lavorative maggiormente svantaggiate, la volontà di scorporare i giganteschi istituti bancari “too big to fail”, l’insistenza pugnace sulla necessità di estendere la gratuità dell’assistenza sanitaria a tutta la popolazione sono tutte manifestazioni di questa precisa volontà, che invece di vagheggiare un’America orgogliosa e superba affronta la realtà di una grande nazione multietnica di oltre 300 milioni di abitanti, ricca di contraddizioni ma anche di energie propulsive che aspettano solo un cambiamento capace di incanalarle in maniera fruttuosa. Larghi strati della popolazione degli Stati Uniti sono stanchi dell’insicurezza, dell’incertezza, sono stanchi del dominio della tecnocrazia, chiedono che si dia un termine a quella che il grande sociologo Zygmunt Baumann definisce “l’età della paura”: e se a livello internazionale si vede oggigiorno un’Obama fortemente lanciato nelle sue volontà guerresche, nei propositi di annientamento del terrorismo internazionale, nei fatti vi sono molte altre priorità che i cittadini americani ritengono più impellenti. E questo Sanders l’ha capito. Inoltre, se si possono riconoscere alcune debolezze nel suo atteggiamento nei confronti della politica estera e uno schieramento meno netto su determinate questioni rispetto agli altri candidati democratici e repubblicani, su un principio egli assume una posizione inequivocabile: il rifiuto della guerra e la necessità di appianare i contrasti internazionali con dialogo e diplomazia. Di conseguenza, Sanders propugna un’America che sia autorevole, non autoritaria, ed è uno strenuo sostenitore del dialogo con Cuba e Iran.

Nel complesso, Bernie Sanders è l’alternativa più concreta alle concezioni tradizionali dell’establishment politico USA. La sua visione progressista acquisisce sempre più visibilità; la trasparenza che contraddistingue la sua campagna elettorale, presentata in maniera precisa e connotata dalla precisa indicazione delle fonti di finanziamento con cui, una volta eletto, Sanders vorrebbe implementare le sue proposte, le ha dato ulteriore forza, permettendo una precisa sintesi tra ideale e pragmatismo, necessaria perché la corsa del senatore del Vermont possa continuare. A livello nazionale, la Clinton resta in vantaggio nei sondaggi, ma la sua azione politica appare nel complesso molto meno incisiva di quella dello sfidante: seppur più preparata in temi delicati come le questioni internazionali, l’ex Segretario di Stato appare agli occhi degli elettori democratici troppo legata agli interessi di specifici interessi lobbistici, e le connivenze mostrate dalla Clinton con diversi esponenti della cerchia neoconservatrice gettano alcune ombre sulla sua campagna. Sarà corsa dura, e con tutta probabilità si risolverà in volata. Tra i democratici come tra i repubblicani, nei fatti saranno i grandi Stati a fare la differenza. Tuttavia, gli incoraggianti risultati conseguiti da Sanders in piccoli contesti come quello dell’Iowa e del New Hampshire testimoniano come le sue prospettive siano fortemente concrete.