Anche se spesso la forza di un numero viene abusata e strumentalizzata per giustificare le peggiori nefandezze di chi regge le sorti di questo nostro sistema, è bene partire da un dato per spiegare cosa sta accadendo in Siria.
I siriani, fino al 2011, erano 22 milioni: adesso, secondo le ultime stime, sono 15 milioni; vuol dire che sette milioni di cittadini sono rimasti coinvolti nel conflitto scatenatosi quattro anni fa, tra gente che è deceduta oppure che, nella stragrande maggioranza dei casi, andata via oltre valicando i confini della Repubblica Araba.

A memoria d’uomo, una cosa del genere non era mai accaduta; di tragedie e di guerre ne sono accadute nei vari anni, mai però si era assistito ad uno sfaldamento così grave di un’intera società. Ed adesso, mettendo da parte i numeri, è bene evidenziare il problema sociale che sta investendo la Siria; se già è pauroso per una nazione vedere i propri simboli distrutti da barbari mercenari armati da sauditi ed occidentali, vedere che anche la società sta scomparendo è un’autentica catastrofe.
Quantunque rappresenti un colpo al cuore ed all’anima vedere i templi di Palmira saltare in aria, quelle colonne classiche ridotte in pietre un giorno, con il lavoro di chi vuole riportare il buon senso nella culla della civiltà mediorientale, potranno nuovamente risplendere e ridare testimonianza del gusto della storia siriana; ma alla scomparsa di un popolo, non ci può essere alcun rimedio, lo sfaldamento della società non si può curare e non basta nemmeno il lavoro di chi vuole ricucire lo strappo.
Sette milioni di abitanti che vanno all’estero, vuol dire anche in caso di fine della guerra la Siria avrà tragiche conseguenze: se più di un quinto della popolazione non c’è più, vuol dire che in tante comunità non ci sarà più chi insegnava ai bambini, in tante università mancheranno tanti docenti, molti bravi alunni che si istruivano in Siria faranno lavori da due soldi nella tanto ‘accogliente’ Europa, in molti villaggi mancherà la figura del fornaio, insomma la società siriana è sfaldata e rischia di perdersi e sciogliersi come neve al sole.
Non è detto che anche se, per assurdo, già domani termina il conflitto immediatamente la Siria tornerà a riavere i suoi abitanti; molti resteranno all’estero, ma soprattutto i sette milioni di abitanti andati via non è detto che torneranno nei villaggi di origine o nelle comunità da cui sono partiti. Molti paesi non ci saranno più, oppure saranno abitati da altri e non si riconoscerà più il vicino di casa, così come non ci si ricorderà più di un preciso angolo in cui si è cresciuti e dove vi erano i ricordi d’infanzia più preziosi.

Anche qui, purtroppo, devono essere i numeri ad aiutare a comprendere ciò che è l’immane tragedia in corso; si parta da un esempio: a livello antropologico, ha rappresentato un cambiamento epocale per Messina il terremoto del 1908. A conti fatti, senza le migliaia di vittime di quel sisma (sono state solo a Messina più di 100mila), oggi la città siciliana poteva essere una metropoli di ben più vaste dimensioni rispetto a quelle odierne, con un peso politico decisamente maggiore.
Si rapporti questo esempio di una singola città, alla tragedia di sette milioni di abitanti che vengono a mancare nel tessuto sociale siriano; molti nati in Siria, daranno vita a figli che abiteranno in Europa e che parleranno come madre lingua il tedesco o l’inglese, facendo mancare al paese arabo tante risorse umane.
Una nazione può rimettere assieme le pietre delle sue città, ma uno Stato senza più il suo popolo rischia di non essere più nazione; e di fronte a tutto questo, l’Europa cosa fa? Parla di quote e di accoglienza, per l’occidente questa tragedia non sta esistendo, esistono soltanto numeri da distribuire tra i vari stati, non si pensa ad un popolo che sta scomparendo, si pensa piuttosto ai siriani come ad un agglomerato di atomi dispersi in giro per il vecchio continente, utili il più delle volte ad ingrassare le fila di una manodopera che nell’imborghesito popolo europeo si sta sempre più assottigliando.
La Siria bisogna salvarla; non solo le sue città ed i suoi monumenti, bisogna permettere ai siriani di tornare ad essere un popolo, con il diritto di vivere nella sua meravigliosa terra e seguendo le sue tradizioni.
E’ triste vedere che l’europeo medio si divide tra chi, ignorando il dramma di uno Stato sempre meno nazione, predica l’accoglienza senza se e senza ma e tra chi invece, invocando scontri di civiltà, inveisce contro le tradizioni islamiche. Nessuno è capace di vedere come dietro ogni singola persona, vi è una storia fatta di abbandono forzato della propria terra e delle proprie tradizioni e che dunque lo sforzo deve essere orientato affinché i siriani possano rivivere all’ombra della città vecchia di Aleppo o della città romana di Palmira; nessuno, nell’onda dell’ipocrisia di stato inaugurata dai mass media che hanno affrontato la questione inerente la recente ondata di immigrazione sulla via balcanica, ha solo accennato a chiedere scusa per aver destabilizzato una repubblica araba laica, che viveva pacificamente ed in cui mai erano emerse grosse divisioni tra le varie entità religiose ed etniche.
Per salvare la Siria, occorre una radicale presa di coscienza non solo della situazione siriana ma anche della politica estera fallimentare portata avanti dall’occidente; solo così, l’occidente ‘dal basso’ può tornare ad esercitare pressione affinché si ritorni al buon senso, si smetta di armare l’ISIS, si eviti di considerare ‘moderata’ l’opposizione formata da Al Nusra ed altri gruppi islamisti e si torni al dialogo con Assad, l’unico che può piangere tanti morti tra le sue fila nella lotta contro il terrorismo.

La Siria ha bisogno dei suoi figli per tornare a rinascere; se non prevarrà il buon senso, la Repubblica Araba rischia di essere uno Stato senza più nazione. Uccidere una società, sfaldarla e mandarla in gran parte in esilio all’estero, in una sola parola è genocidio: prima l’addormentato occidente lo capirà e prima si potrà permettere alla Siria di tornare ad essere quello che era.