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La “decade dorada” del socialismo sudamericano ha indubbiamente ottenuto successi insperati in materia di istruzione, sanità e diritti sociali eppure due problematiche su tutte sembrano persistere nel subcontinente latinoamericano: corruzione e criminalità. Le classifiche mondiali sui tassi di omicidi e azioni di violenza riportano, in larga parte, le metropoli dell’America Latina in testa a questi spiacevoli ranking. Il libro Crimini e favelas. Traffico di droga, violenza istituzionale e politiche di pubblica sicurezza a Rio de Janeiro dalla fondazione alla pacificazione per le Olimpiadi 2016 scritto dal giornalista Luigi Spera e pubblicato da Eiffel Edizioni porta il lettore sul campo tramite un lavoro suddiviso, abilmente, in due parti: la prima di ricerca storiografica e la seconda dal tono, quasi scomparso oggigiorno, di giornalismo d’inchiesta con interviste sul campo e una cronaca dettagliata e fedele arricchita da dati interessanti ed esaustivi. Il testo, costruito su una poderosa bibliografia e sitografia in lingua portoghese, è reso accessibile a chiunque da un prezioso glossario posto in fondo al volume.

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La copertina del libro

In un’Italia che guarda all’estero con la classica diatriba tra guelfi e ghibellini che ci fa parteggiare per una fazione piuttosto che un’altra, il merito di Spera sta nel raccontarci semplicemente gli avvenimenti, evitando di cadere nella trappola di chi prende per buone alcuni fonti piuttosto di altre. E’ così, che nel testo, viene tracciato un profilo del Bope (Batalhao de Operaçoes Policiais Especiais- Battaglione per le operazioni speciali di polizia), di cui è trascorso da poco il trentanovesimo anniversario dalla nascita, seguendone il lavoro di forza militare autorizzata ad uccidere piuttosto che esaltarne l’operato, come siamo stati abituati a riscontrare nella nostra penisola dopo il successo dei due film “Tropa de Elite”, ispirati proprio alla forza speciale della polizia militare brasiliana. D’altronde è sempre Spera a sostenere che “la prosperità e il grado di maturità di una nazione si misurano anche dalla polizia che ha”.

 Un film imperdibile sul tema del “Bope” in Brasile

Il testo, uscito poco prima delle Olimpiadi estive svoltesi nell’ex capitale carioca, offre interessanti spunti anche sotto il profilo del grado di democrazia nel Paese. Il gigante brasiliano viene definito una narcocrazia ovvero “una struttura politica, giuridica ed economica emanazione del traffico di droga, retta da ragazzini, spesso adolescenti, armati e spietati”. Il profilo di lotta per il possesso delle favelas si è tradotto, fino all’esperienza del piano di pacificazione, in uno scontro tra le tre principali fazioni della criminalità (Comando Vermelho, Amigos dos Amigos e Terceiro Comando) e le milizie, gruppi paramilitari intenzionati ad arricchirsi sostituendosi alla criminalità organizzata per gli allacci abusivi alla tv via cavo, la vendita delle bombole per poter usufruire del gas domestico e il collegamento internet in un regime di monopolio dove i favelados sono costretti a pagare le tariffe imposte. I cambiamenti politici degli ultimi anni al governo del Paese non sembrano, però, aver ottenuto i risultati sperati e le UPP (Unidad de policia Pacificadora) dopo aver ripreso possesso di intere zone assoggettate a criminalità organizzata o milizie hanno concluso indegnamente il processo a lungo termine. Molti dei dono, boss a capo della favela, si sono semplicemente rifugiati lì dove il proprio gruppo di appartenenza aveva ancora il controllo in attesa di un ritiro delle Upp.

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L’autore Luigi Spera durante una presentazione a Salerno

Inoltre, in un mondo dove tutto gira intorno all’interesse economico e ai modi più semplici per arricchirsi è ancor più importante l’evidenza posta sul fenomeno della gentrification, che ha reso le favelas, poste in ogni angolo della città e per questo a volte anche nel centro geografico di Rio e al confine con le zone abitate dalle classi medio-alte a differenze delle periferie occidentali, appetibili per una spietata speculazione immobiliare. Ad un passo dal sogno di potenza regionale in un mondo multipolare, il Brasile sembra essere rimasto imprigionato da se stesso e dall’incapacità di far fronte a queste dinamiche sociali per di più oggi nuovamente preda di politiche neoliberali in grado di azzerare le conquiste ottenute nel corso dei mandati dell’amministrazione Lula.