L’abbattimento del Su-24, definito dal professor Aldo Giannuli come un atto di “pirateria internazionale” durante un seminario sui conflitti mediorientali tenutosi all’Università degli Studi di Milano, è l’atto che, oltre a dimostrare l’instabile variabilità della geometria delle alleanze nel groviglio siro-iracheno, rende palese l’inasprimento delle tensioni tra Russia e Turchia. Le relazioni tra i due paesi, dopo un decennio di distensione, affari e buon vicinato, si sono fortemente incrinate negli ultimi due anni; i vibranti cambiamenti dovuti all’impetuosa evoluzione vissuta nel recente periodo storico li hanno portati a sviluppare strategie geopolitiche destinate per la loro stessa natura a entrare in competizione tra di loro.

Negli ultimi mesi è tornata dunque in emersione la rivalità infinita che ha interessato le due nazioni per circa 350 anni: a partire dal 1568, quando si affrontarono per il possesso di Astrakhan e Azov, sino al primo conflitto mondiale, la Russia e l’Impero Ottomano progenitore della Turchia moderna hanno infatti combattuto in ben dodici guerre dovute ai più disparati casus belli, ma la cui genesi era nella maggior parte dei casi da far riferire alla sfida per l’egemonia nell’area balcanica e caucasica tra due imperi multietnici e caratterizzati da un forte sincretismo tra potere politico e potere religioso, interessi geopolitici convergenti e nel complesso da diffidenza verso l’Europa degli stati nazionali, che rubricavano molto spesso (perlomeno fino alle guerre napoleoniche) queste guerre a faccende esterne ai loro interessi. La Russia mirava a realizzare l’antica aspirazione di “bagnarsi nei mari caldi” (attraverso l’egemonia sul Mar Nero e lo sbocco sul Mediterraneo), la Turchia a mantenere intatto il suo variegato dominio costruito nel corso dei secoli attraverso una tumultuosa espansione che, quando iniziarono i primi cozzi contro le armate russe, si avviava alla fine.

La rivalità tra Russia e Turchia è stata quindi nel corso dei secoli la sfida tra due imperi, che al contrasto progetto espansionistico degli zar e quello conservativo dei sultani sommavano quello tra due opposte visioni del mondo, tra la Seconda Roma (Costantinopoli) capitale del mondo musulmano e la Terza Roma (Mosca) patrona della fede ortodossa. Adesso i contesti sono in larga parte mutati, ma nella nuova e oramai conclamata sfida tra Russia e Turchia si può rintracciare la “radiazione di fondo” degli antichi conflitti. È infatti importante premettere come la nuova rivalità si stia effettivamente costituendo come una nuova rivalità tra imperi. La Russia di Vladimir Putin, garante del nuovo multipolarismo sorto sulle rovine del progetto unipolare di Washington, è negli ultimi anni assurta al ruolo di attore di caratura mondiale risorgendo dalle ceneri dopo lo sciagurato decennio di Yeltsin e dei diktat del FMI; è una Russia che ha voce nelle maggiori questioni internazionali e il cui leader supera per distacco le controparti occidentali in quanto ad acume politico. È inoltre una nazione il cui riacquisito prestigio è misurabile attraverso la continuità dei tentativi fatti dagli USA e dai loro alleati per arginarne l’ascesa, orami innumerevoli e palesi agli occhi del mondo, e al cui interno il settantennio comunista non è riuscito a scalfire i valori tradizionali e la fede religiosa: infatti, se da un lato la Russia ha riscoperto la magnificenza del culto ortodosso, i cui adepti crescono di anno in anno, dall’altro mantiene uno degli eserciti musulmani più numerosi del mondo, a testimonianza dell’integrazione avutasi tra le molteplici entità costitutive di questo impero restaurato e dalla tolleranza che vige al suo interno.

Ma anche la Turchia di Erdogan e dell’AKP mira a configurarsi come un impero: dopo ottant’anni dominati dall’ideologia laicista e militarista del kemalismo, basato sulla dottrina del “Padre della Patria” Mustafa Kemal Ataturk, infatti, la presa del potere da parte dell’AKP ha rivoluzionato la società, la politica e l’economia della Turchia portando a un paese completamente rinnovato ma allo stesso tempo fortemente lacerato nel corso di un decennio. Se innegabile è stato il balzo della Turchia tra i principali attori economici sullo scenario internazionale, sicuramente maggiori ombre aleggiano sui disegni geopolitici di Erdogan e dei suoi: dopo diversi anni di moderazione, in cui la Turchia blandiva l’Unione Europea per essere ammessa nel suo consesso e nel frattempo cercava di mostrare in tutti i modi fedeltà alla NATO e moderazione in campo interno (ottenendo ad esempio la tregua coi curdi del PKK), alla lunga il sempre maggiore peso esercitato dalla figura di Erdogan e la svolta in senso autoritario del potere dell’AKP, il cui fine ultimo è la trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale che concentri la stragrande maggioranza dei poteri nell’esecutivo, hanno portato a un diverso orientamento della politica di Ankara: allo scoppiare della crisi siriana, infatti, con la deflagrazione interna del paese che seguiva di pochi anni lo sfacelo consumatosi all’interno dell’Iraq, Erdogan ha potuto infatti avviare il suo progetto neo-ottomano. Con tale progetto, la Turchia ha iniziato a rivolgersi sempre di più verso sud, mirando a conquistare l’egemonia nello scacchiere mediorientale e ad arginare l’ascesa vissuta dall’Iran, con il quale la Turchia ha vissuto forte tensioni sin dai tempi del conflitto civile in Azerbaijan.
Il progetto neo-ottomano è la logica conseguenza della svolta “islamista” di Erdogan. Una svolta che guarda al passato per programmare il futuro: nei disegni del suo leader, la Turchia può tornare all’antico predominio precedente all’ingerenza dell’Occidente nello scacchiere mediorientale proprio a causa del venire meno dell’influenza dei suoi alleati NATO nell’area a causa delle disastrose politiche messe in atto negli anni Duemila. In questa visione, non è la politica a essere ispirata dalla matrice islamica ma l’Islam a essere manipolato per fini politici, per dare un substrato alle ambizioni degli strateghi di Ankara.

Per realizzare i suoi piani alla Turchia risultava necessario un inserimento nello scenario siriano, e la possibilità in tal senso le è stata offerta dall’Arabia Saudita, assieme alla quale Ankara ha infatti iniziato a finanziare diversi gruppi armati ostili ai lealisti di Assad animati da una visione fondamentalista della religione: proprio quei gruppi che poi confluiranno nell’ISIS spadroneggiante da oltre un anno nelle aree a cavallo tra Siria e Iraq. Un ISIS fomentato dalla Turchia che ora sfrutta il caos venutosi a creare nell’area per cercare di risolvere con le armi l’annosa questione curda. Il tutto mentre l’Occidente ha ignorato per oltre un anno l’abbraccio mortale consumatosi tra Turchia e ISIS, ingannato dalle belle parole di Erdogan che non ha lesinato riguardo l’apertura delle sue basi ai caccia della Coalizione per i loro blandi raid e nello stesso tempo messo in difficoltà dall’ondata di profughi riversatisi sul continente europeo a causa dell’imperversare della creatura di Ankara e dal suo scarso impegno in campo umanitario.

La rivalità tra Russia e Turchia comincia a manifestarsi proprio quando la Russia comincia a rompere le uova nel paniere ad Erdogan, garantendo supporto militare ad Assad e stringendo vincoli con l’Iran per combattere i jihadisti da questi finanziati; la rinnovata potenza di Mosca, inoltre, aumenta la sua capacità di penetrazione nel Mar Nero, l’annessione della Crimea permette alla flotta russa di gettare nuovamente l’ancora nella storica base di Sebastopoli e, infine, la sempre più stretta collaborazione con Damasco porta la Russia a ottenere l’agognato accesso ai “mari caldi”. Con Tartus e Latakia, infatti, il potenziale militare russo può finalmente dispiegarsi anche sulle sponde del Mediterraneo.

Quando i servizi segreti russi iniziano a informare Putin riguardo il doppio gioco portato avanti da numerose nazioni riguardo i finanziamenti al movimento jihadista internazionale e all’ISIS in particolare, il coinvolgimento russo nell’area è diventato sempre più penetrante. L’inizio dei raid russi sulla Siria segna l’inizio dell’escalation delle tensioni tra Mosca e Ankara: colpendo l’ISIS, l’aviazione russa colpisce infatti gli affari di Erdogan. Colpisce il suo progetto neo-ottomano che mirava a sfaldare gli stati nazionali creati dopo la fine dell’Impero nel 1918 e colpisce soprattutto uno sporco giro finanziario. Tre giorni prima dell’abbattimento del Su-24, infatti, l’aviazione russa aveva colpito pozzi di petrolio le cui estrazioni erano commerciate nel mondo proprio attraverso la Turchia. L’abbattimento dell’aereo è la reazione dettata dal nervosismo di Ankara di fronte all’ingerenza russa e alla confusione gettata sui suoi piani; un atto che appare premeditato quanto minaccioso, una decisione incosciente che avrebbe potuto causare reazioni incontrollate. La Russia è riuscita a gestire bene le ore successive all’abbattimento, mettendo Erdogan nell’angolo, Putin ha con parole chiare e nette proclamato la connivenza tra Turchia e ISIS, risalendo l’attacco del Su-24 alla strategia intimidatoria nei confronti di coloro che combattono il Califfato.

La Turchia vede la Russia espandente la propria influenza a sud come uno spauracchio; essa nel mondo islamico è rispettata e considerata come partner d’eccellenza. La sempre maggiore intesa degli iraniani con Mosca ne è lampante conferma; questo al gruppo dirigente turco sicuramente appare come fumo negli occhi. Al contrario del passato, ora è la Turchia a condurre una politica marcatamente aggressiva, mentre la Russia si erge a paladina, a restauratrice del vecchio ordine andato in frantumi negli ultimi anni. Un aspirante impero sfida un impero restaurato. La Storia ritorna, il Medio Oriente vede aprirsi una nuova linea di faglia. Spetterà alla coscienza degli uomini, e finora perlomeno da parte russa le speranze sono state ben riposte, evitare la deflagrazione finale.