La decisione di Vladimir Putin di revocare il divieto di vendita all’Iran dei micidiali missili S-300 – sistema antiaereo e antimissilistico terra-aria tra i più micidiali al mondo, un gioiello dell’ingegneria militare sovietica tenuto costantemente aggiornato nel corso degli anni – è una tangibile prova della ritrovata fiducia internazionale nei confronti di Teheran in seguito al “preliminare” firmato sul nucleare; accordo che potrebbe divenire realtà di fatto entro l’estate riportando questo antico e glorioso Stato nel concerto delle Nazioni più sviluppate e potenti al mondo. Nei fatti, Russia e Iran avevano già siglato un contratto ancora nel lontano 2007 che prevedeva la vendita dell’S-300; a causa però dell’embargo attuato in seguito dalle Nazioni Unite (Russia compresa) il contratto finì nel cassetto dove rimase sino ad oggi e dove, forse, ancora si trova. Ora, però, con la svolta attuata nei giorni scorsi mediante decreto presidenziale da Putin, possono riprendere le trattative in quanto la vendita torna ad essere fattibile, con tutte le conseguenze, e le reazioni, del caso.

Lo scalpore destato dalla notizia – ovviamente, ça va sans dire, più a Washington e Gerusalemme che altrove – poggia infatti su solide basi, soprattutto se interpretate dal punto di vista di nemici atavici: l’Iran, pur vantando già un importante apparato bellico, da oggi potrebbe dotarsi di un sistema che la renderebbe pressoché immune da qualunque attacco aereo o missilistico che dovesse avvenire contro il suo territorio. Immune da attacchi significa essere, in soldoni, meno ricattabili: e nonostante non ci si sia mai avvicinati ad una “vera” guerra contro l’Iran, da oggi questa diventa praticamente impossibile da attuare a suon di droni, missili e aerei; con il dovuto disappunto di chi poteva sempre sperare di far leva su questa (pur remota) ipotesi, Netanyahu in primis. Questo è l’unico motivo del disappunto , in quanto l’S-300 è un sistema esclusivamente difensivo e che non pone alcuna minaccia offensiva verso chicchessia, Israele inclusa – come si sono affrettati a ribadire lo stesso Putin ed il sempre brillante Lavrov.

Del resto, l’Iran ha tutto l’interesse di accrescere le sue difese: con il Medio Oriente in fiamme, lo “stato islamico” ancora a seminare terrore tra Siria e Iraq, Israele che ha appena rieletto il suo premier in funzione quasi esclusivamente anti-iraniana e l’altissima tensione tra Teheran e l’Arabia Saudita – sia per la guerra in corso nello Yemen, che per la squallida vicenda degli abusi perpetrati sui pellegrini iraniani durante i viaggi verso i luoghi santi dell’Islam – ben si capisce come per Rouhani mettere al riparo la propria terra e la propria gente, proprio ora che vede filtrare la luce dal tunnel delle sanzioni, sia ben più che una mossa atta a infastidire i nemici.

Ciò che vale la pena notare a margine della questione, è come le sconsiderate politiche a marchio Washington siano riuscite nell’intento più pericoloso ed agli antipodi dei desideri iniziali , e cioè a far avvicinare e rafforzare, nel corso degli anni, Paesi un tempo acerrimi nemici e trovatisi a far di necessità, virtù (e tanta); secondo l’antica formula che vede il nemico del mio nemico essere spesso un mio amico. Russia e Iran che oggi ci appaiono schierate insieme su molti fronti, in tempi passati si sono scontrate più volte, ideologicamente e sul campo. E Mosca sa bene, in quanto confinante da secoli, come la Potenza iraniana sia materia da trattare con rispetto e prudenza. Tuttavia, dal momento che entrambe si sono trovate dallo stesso lato della barricata a fronteggiare l’arroganza americana e le sue conseguenze, cercano di trarre più benefici possibili dalle contingenze. Buon per loro, sì. E altrettanto buon per chi vede in Mosca e Teheran fattori di stabilità a livello internazionale, acerrimi nemici, sul campo e non a parole, del terrorismo islamista e decisi fautori di un mondo multipolare.