Checché ne dica il Presidente Trump, il riscaldamento globale è una realtà conclamata. Il 97% delle ricerche scientifiche in tale campo dimostrano che il riscaldamento globale è sintomo dell’azione dell’uomo sul clima, che con l’utilizzo di combustibili fossili – aumentato esponenzialmente negli ultimi decenni – partecipa attivamente all’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera. Gli effetti sono molteplici e devastanti: scioglimento dei ghiacci polari, mutamento delle correnti oceaniche, acidificazione dei mari, aumento costante di alluvioni e siccità, solo per citarne alcuni.

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Svincolandosi dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015, Trump, oltre che distruggere il già esile retaggio obamiano in politica estera, fa fede alle promesse fatte in campagna elettorale sull’utopico salvataggio della Rust Belt negli Stati Uniti. La cintura della ruggine – una distesa che va dalla Pennsylvania all’Ohio, epicentro della crisi dell’industria pesante del carbone e dell’acciaio, scavalcata negli anni dai mercati del settore siderurgico e minerario dei paesi emergenti, indebolita dalle stesse imprese americane che hanno scelto la delocalizzazione per abbattere i costi di produzione – ha riconosciuto in Trump il messia che avrebbe messo fine al declino di un settore che per anni ha trainato l’economia USA.

Tuttavia a prescindere dalla svolta trumpista, il processo messo in moto da Obama sembra incontrovertibile: vuoi per la presa di coscienza delle aziende americane che, beneficiando degli incentivi e delle agevolazioni del governo federale, hanno optato per una progressiva svolta rinnovabile nei loro processi produttivi; vuoi per l’inesorabile abbandono del carbone come fonte energetica che dal 2009 ad oggi è scesa nei consumi dal 52 al 33% nel paniere energetico americano, complice la concorrenza di energie economicamente più competitive come il gas ottenuto dal fracking e l’energia solare. In tale scenario va inoltre considerato che nel periodo suddetto hanno chiuso oltre 400 centrali a carbone e metà delle rimanenti sono obsolete e prossime alla dismissione.

Rust Belt è un’espressione che indica la regione compresa dai Grandi Laghi fino al Midwest

La Rust Belt è la regione compresa tra i Grandi Laghi ed il Midwest

Pertanto la promessa elettorale di The Donald, seppur mantenuta sulla carta, rimarrà tale; e l’unico in America ad averne effettivamente beneficiato è proprio l’attuale Presidente degli Stati Uniti, che è divenuto tale grazie anche ai voti della Rust Belt. Bisogna altresì considerare il possibile effetto boomerang che sarà prodotto dal ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi sul clima: ritirarsi da un accordo già firmato e legittimato praticamente all’unanimità dalla comunità internazionale, inficia l’affidabilità politica degli Stati Uniti, che di questo concordato ne sono stati tra i paesi promotori sotto la presidenza Obama.

Con un’ottica globale invece, Trump potrebbe non essere il solo a poter speculare sul cambiamento climatico. Parafrasando l’assunto di Galileo Galilei secondo il quale dietro ogni problema c’è un’opportunità, il riscaldamento globale potrebbe aprire nuove ed inaspettate prospettive favorevoli per il commercio marittimo internazionale e non solo. I mutamenti climatici stanno infatti aprendo a nuove possibilità di navigazione tra i ghiacci artici. Da circa un decennio, nel periodo estivo sia il Passaggio a Nord-Est (rotta che collega il Mare del Nord all’Oceano Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico) che il Passaggio a Nord-Ovest (rotta che collega l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico) sono divenuti quasi interamente navigabili dalle navi rompighiaccio a causa del progressivo assottigliamento della calotta artica.

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Il dipartimento di studi navali militari della US Navy sta lavorando a delle tecnologie che aiutino le navi americane a navigare tra i ghiacci, le cosidette Ice class, anche se in questo settore la Russia appare in evidente vantaggio. In estate la Christophe de Margerie, una nave cisterna russa con un innovativo scafo rinforzato, ha attraversato l’intero Mar Glaciale Artico russo, dalla Norvegia alla Corea del Sud in soli 22 giorni, senza l’ausilio di una rompighiaccio a farle da apripista. Una rivoluzione copernicana, che consente di risparmiare il 30% del tempo rispetto all’utilizzo della rotta tradizionale, concernente il passaggio per il Canale di Suez.

Mosca punta apertamente su questa nuova rotta: i cantieri russi prevedono di costruire altre 14 navi cisterna sul modello della Christophe. Il Cremlino si è infatti mostrato sempre più interessato allo sfruttamento dell’Artide, sia economicamente che militarmente. In ambito economico, l’Artide cela nel suo sottosuolo circa il 30% di tutte le riserve convenzionali di gas, il 13% di quelle di petrolio, oltre a ingenti quantità di minerali come oro, uranio e tungsteno. Ciò detto, unito alla crescente convenienza economica nello sfruttare la navigazione artica, in luogo dell’attraversamento dei costosi canali di Suez e Panama, rendono l’Artide un asset geostrategico fondamentale. Con provvidenziale lungimiranza, la Russia negli ultimi anni sta militarizzando la regione polare, con porti, aeroporti e stazioni radar dislocati tra terraferma e isole, tra cui spicca la base militare trifoglio Artico (situata nella Terra di Francesco Giuseppe, all’80° parallelo Nord): 14mila metri quadri in grado di ospitare 150 persone per un anno e mezzo.

La militarizzazione russa dell'Artico

La militarizzazione russa dell’Artico

Il passaggio a Nord-Est ha sortito anche un inaspettato effetto diplomatico, funzionale ad un ulteriore avvicinamento tra Russia e Repubblica Popolare Cinese: Pechino importa ingenti quantità di petrolio per sopperire al proprio fabbisogno energetico, e di queste circa l’80% passa via mare, utilizzando come tramite l’Oceano indiano. Un ipotetico utilizzo della rotta artica oltre a ridurre tempi e costi di trasporto, renderebbe le importazioni più sicure, affrancando il naviglio cinese dalla pirateria che infesta le rotte tradizionali. Pertanto il mantenimento di buoni rapporti con Mosca è funzionale, oltre che per altre ragioni geo-strategiche, all’approvvigionamento energetico di Pechino.

L’interesse della Cina per l’Artico è dimostrato anche dagli ingenti investimenti petroliferi che Pechino ha messo in campo in Islanda, dove il governo di Reykjavik ha accettato una collaborazione tra la compagnia cinese CNOOC e la Eykon Energy per estrarre greggio e gas naturale dalle acque dell’Artico.

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Gli Stati Uniti al momento sembrano essere rimasti sensibilmente indietro rispetto ai russi, limitandosi ad esercitazioni NATO nella zona e al pattugliamento dello spazio aereo artico in accordo con il Canada, con il quale Washington deve al contempo risolvere un contenzioso sul Passaggio a Nord-Ovest e sul mare di Beaufort. La presenza militare americana appare limitata in una zona dove la Russia avanza, avvantaggiata sicuramente da una posizione significativa nell’estremo Nord. Il ritardo accusato nell’Artico nei confronti della Russia, unito alle distrazioni trumpiste in Corea del Nord e in Medio Oriente, potrebbe risultare, in un futuro non molto lontano, fatale per gli interessi geopolitici statunitensi nella regione polare.