Mentre in Siria si fanno le prove di un cessate il fuoco selettivo e arbitrario, in Arabia Saudita inizia a serpeggiare il timore di una sconfitta totale che fatalmente porterebbe alla disgregazione del regno. Già diversi anni fa, in tempi non sospetti, il tenente colonnello Ralph Peters – autore di numerosi studi strategici del Pentagono – mise per la prima volta in dubbio che l’Arabia Saudita riuscisse a mantenersi entro i confini attuali; propose una mappa che ridisegnava gli Stati del Medio Oriente secondo una base confessionale, etnica e tribale1. Riyadh avrebbe perso la sovranità sui due luoghi più sacri dell’Islam – la Mecca e Medina – a favore di un ipotetico Sacro Stato Islamico; avrebbe visto i suoi territori meridionali ritornare sotto il dominio yemenita; altri finire entro una Grande Giordania e, inoltre, avrebbe assistito a un’espansione dell’influenza sciita specialmente nel Bahrein. All’epoca (era il 2006) sembrava un ardito studio ipotetico lontano dalla realtà; ma a rivederlo dieci anni dopo, sembra invece quasi profetico. Sono tempi duri per l’Arabia Saudita, probabilmente il periodo più difficile per la dinastia Saud dai tempi della fondazione dello Stato. Il recente cambio al vertice ha portato dei nuovi leader che non hanno le capacità, la lungimiranza né l’acume strategico dei predecessori. Il re Salman e suo figlio Mohammad bin Salman Al Saud – il più giovane ministro della Difesa del mondo – hanno rapidamente trascinato il Paese in una crudele guerra su tre fronti. E si sa come queste folli imprese generalmente finiscono: la Storia lo ha spesso insegnato a noi europei.

Il primo fronte è naturalmente quello siriano dove Riyadh ha investito centinaia di milioni di dollari per creare, armare e finanziare i gruppi terroristici con l’unico scopo di abbattere il governo di Assad. L’intervento russo però non solo ha impedito la caduta di Damasco ma, con il sostegno dell’arcinemico iraniano e di Hezbollah, ha dato slancio alla controffensiva lealista. La guerra è praticamente perduta e solo la tregua fortemente voluta da Washington impedisce, per ora, la completa sconfitta dei “ribelli” riforniti di armi via Ankara. Anche il secondo fronte scricchiola in Yemen dove, nonostante l’imponente Coalizione sunnita e la massiccia campagna aerea, continuano i lanci di missili Qahir-1 contro le basi aeree e i punti di concentramento delle truppe saudite con risultati micidiali. Inoltre le forze Houthi e le unità dell’esercito fedeli all’ex presidente Saleh proseguono l’avanzata verso Taiz, mantenendo il controllo della capitale Sanaa. L’andamento delle operazioni così come la credibilità del moderno esercito saudita è così compromessa da aver portato Riyadh ad aver gettato la maschera e di essersi apertamente alleata con AQAP (al Qaida nella Penisola Araba). La connessione tra lo jihadismo sunnita e le forze armate saudite è ormai palese; eppure anche qui Riyadh gioca con il fuoco, perché una loro sconfitta o il loro abbandono provocherà una sicura reazione e, sia dalla Siria che dallo Yemen, non occorrono più di tre giorni per occupare i terminali petroliferi di Al Hasa.

Il terzo fronte invece è quello di aver fatto crollare il prezzo del petrolio come tattica per cercare di accaparrarsi l’intero mercato petrolifero. Lo scopo era di mettere fuori gioco i grandi produttori – in primis Russia e Stati Uniti – obbligandoli a cedere quote di mercato, cosa che non è avvenuta. Non solo la Russia ha incrementato le vendite e Washington ha generosamente sostenuto finanziariamente i propri produttori, ma ha anche innescato una reazione a catena che ha depresso la crescita globale. Ora, con l’Iran tornato a esportare e il budget statale in profondo rosso si vocifera di privatizzare l’Aramco e di tagliare i sussidi statali; mossa che minerebbe la “pace sociale” del regno. Non a caso, infatti, il recente incontro con russi per trovare un accordo sul taglio della produzione arriva fuori tempo massimo. Così Riyadh, dopo aver gettato la maschera, rischia seriamente di dover gettare anche la spugna con conseguenze imprevedibili sulla penisola arabica.

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1 http://www.armedforcesjournal.com/peters-blood-borders-map/