Hanno sperato fino all’ultimo di colpire definitivamente l’immagine della Russia, purtroppo non ce l’hanno fatta. Con una vittoria di civiltà giuridica ma soprattutto di civiltà, sportiva e politica, il CIO ha dato il via libera alla nazionale russa per le Olimpiadi di Rio de Janeiro, decidendo per l’analisi del singolo atleta e non per la condanna dell’intero movimento sportivo russo. Vittoria in extremis per la Russia e per Putin, che sono riusciti a disinnescare sul filo del rasoio l’ultimo tentativo grezzo, assurdo e velenoso da parte dell’Agenzia Mondiale per l’Antidoping di danneggiare un Paese che sulle Olimpiadi ha sempre avuto tantissimo da dire e che soprattutto per molti decenni ha visto nelle Olimpiadi un palcoscenico dove poter manifestare la propria forza e la propria politica.

Del resto Russia versus resto del mondo è un match che le Olimpiadi hanno già visto scorrere sotto i propri occhi. Tra boicottaggi, accuse di doping, guerre mediatiche e non solo, la guerra fredda incessante e attualmente evidente che divide i due vecchi poli del mondo continua a mietere vittime anche nel mondo dello Sport. Lo Sport come campo di battaglia, dove alle bombe e ai colpi di Stato si sostituiscono provette, laboratori, scorrettezze, corruzione e ostacoli alla partecipazione o alla realizzazione dei Giochi Olimpici, di un Mondiale o di una qualunque manifestazione sportiva.
Si ripiomba in pieno Novecento. E tornano alla luce tutti quei casi in cui le Olimpiadi hanno rappresentato terreno di scontro tra le due Superpotenze, oggi come ieri. Si ritorna a Helsinki ‘52, esordio ufficiale dell’Unione Sovietica ai Giochi Olimpici: nel freddo glaciale della Finlandia, storica nemica dell’URSS dove i russi non volevano neanche rimanere a dormire. Si ritorna a Mosca 1980, allo storico boicottaggio degli Stati Uniti che non parteciparono alle Olimpiadi in casa del Nemico e alla lista di 65 paesi che decisero di seguirli a ruota dopo l’invasione dell’Afghanistan E si ritorna a Los Angeles 1984, con l’offesa restituita e l’assenza questa volta dell’URSS in casa loro, dove la bandiera dell’URSS venne sostituita dai brand commerciali e le telecamere indugiavano non più sul gesto atletico ma sul marchio Adidas o Coca Cola.

E se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, lo sport è certamente stato un suo degno compare anche negli ultimi anni. E se gli ideali hanno lasciato il posto al mercato, e se la Guerra Fredda del Novecento ha lasciato spazio alla Guerra Fredda del 2000, tra petroldollari e guerre per procura, il mondo sportivo non è certamente diverso da quello di prima. L’assegnazione del Mondiale al Qatar nonostante la corruzione manifesta e la totale assenza di qualunque tipo di radice culturale che legasse quello sport a quel mondo; le Olimpiadi invernali di Sochi, usate come terreno di battaglie femministe o anti-Putin; gli Europei di Francia di quest’anno, tra terrorismo e bande di hooligans a cercare lo scontro, trasformando la partita di Marsiglia in una guerra di Crimea 2.0. Da ultimo, l’indecente accusa di Rio 2016, dove si è cercato di escludere tutti gli atleti russi per la presenza di alcuni di essi postivi al doping. Per fortuna, a volte succede (sembra strano!), qualcuno ha ragionato, e la bandiera russa tornerà a sventolare alle Olimpiadi. Gli strascichi certamente ci saranno e già ci sono, Putin ha infatti deciso di disertare la cerimonia di apertura. C’è chi vede in questo la mossa vincente di un leader offeso, che si fa carico dell’offesa subita dalla Russia. C’è chi vede, al contrario, un gesto quasi timoroso, mentre lui, insieme alla Russia, avrebbe dovuto fare il proprio ingresso trionfale tra Copacabana e il Corcovado. Analisi che lasciano il tempo che trovano. Ma tra dispetti e boicottaggi, accuse e corruzione, le Olimpiadi dimostrano ancora una volta che siamo di nuovo in Guerra (Fredda), e ancora una volta, la zampata vincente, l’ha data l’Orso.