L’ultimo processo di costruzione identitaria che vede come protagoniste otto giovani donne deputate a rappresentare il “rimpasto” del governo degli Emirati Arabi Uniti è stato ufficializzato tramite Twitter. Una “nuova” forma di reclutamento ed un’originale “apertura”dei criteri di selezione petromonarchici. Una strategia mediatica efficace ed attuata attraverso meccanismi “comuni” e più che dereificanti. La riconfigurazione dei dicasteri degli Emirati è avvenuta attraverso l’appello dello Sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum (premier e capo di Stato degli Eau). Formazione occidentale, nella fattispecie americana, tematiche legate alla tutela dell’ambiente ed alla tolleranza sono alcuni dei tratti comuni rintracciabili tra i programmi e le identità politiche delle neo-elette. Un sistema federale di sette stati membri in cui regna la monarchia assoluta ereditaria (autonomia governativa e legislativa tra i diversi emirati), esplica al meglio la propria “indole liberale” attraverso l’ennesimo processo di democratizzazione. Pare che l’età media delle giovani governanti sia di 38 anni. Ma il primato va indubbiamente alla ventiduenne Shamma al Mazrui, colei che guiderà il dicastero della gioventù. Seguono: Sheikha Lubna Al Qasimi (capo del ministero della tolleranza/esteri) – casuale anche questo- Noura al- Kaalabi agli Affari Federali; ma soprattutto, Ohoud al- Roumi, Ministro della Felicità. Infine, Najla bint Mohammed al Awar, per lo sviluppo comunitario. Ciò che desta l’attenzione dei media è l’inserimento delle “quote rosa” all’interno dell’esecutivo di un paese annoverato tra le forme di governo più autocratiche e patriarcali del mondo arabo. In realtà, ad un’analisi più attenta, si scorge la fallacia della rappresentazione altra. Lo Sceicco veicola la notizia attraverso un cinguettio, decantando, per l’appunto, il capitale culturale – per dirla con Bourdieu – della giovane donna che presiede il ministero della gioventù; ma si avvale altresì di elementi di infografica e foto, che conferiscono un’aurea di propaganda politica a tutta la Kermesse. Per contro, ciò che si coglie nell’immediato è l’uso politico del genere. Perché esacerbare la rappresentazione mediatica? Qual è il senso politico di queste azioni? Possiamo rintracciare delle analogie tra simili pratiche propagandistiche ed altre ormai note ad un pubblico “occidentale”? In un pese in cui l’età media è di 30 anni, come interpretare l’uso politico della variabile demografica? Simili scenari, invocano forse, “consigli” di altra natura? Il quesito più importante potrebbe essere il seguente: un simile “gineceo” può davvero rappresentare le donne degli Emirati Arabi Uniti ed attestare una parità di genere? Il responso è più che prevedibile: no. In una già citata classifica stilata dalla Reuters Foundation e pubblicata da Reset [1] le donne degli Emirati Arabi Uniti si trovavano al decimo posto. Le condizioni di vita delle donne negli emirati, non è idilliaca. Soggette ad una famiglia patriarcale, alla poligamia, a dimostrare di essere vittima di violenze e non adultere; poiché in un processo, la verità di una donna vale meno di quella di un uomo. Secondo il sondaggio, inoltre, le donne sono riuscite a conseguire una laurea in legge solo a partire dal 2008.

Pratiche di “evoluzionismo”

L’uso reiterato di espressioni tautologiche, il ricorso al sistema valoriale dell’elettore tipo; la politicizzazione dell’immagine “vestale” ed “emancipata” della donna; l’uso plurale di codici comunicativi che tengano debitamente conto del “ruolo dell’interpretante”, parafrasando Peirce; pratiche di “fidelizzazione del popolo elettore/alleato”; manipolazione dell’opinione pubblica; ed infine, l’istituzionalizzazione di soggetti politici “altri” insieme con programmi sociali che non disattendano le aspettative del popolo degli emirati; retorica monarchica e protezionismi fanno da contraltare a politiche “liberali”; processi di democratizzazione; sistemi politici “acherotipi” e poetiche dello spazio/tempo. Simili “eventi” inseriscono la nuova “formazione femminile” dell’esecutivo Eau in una trama narrativa piuttosto intricata. La spettacolarizzazione dell’immagine, il ricorso reiterato al genere femminile attraverso le tecnologie dell’informazione; l’uso politico del “campo sociale” virtuale; ed infine, la rappresentazione istituzionalizzata delle otto donne a capo dei Ministeri attuata attraverso l’amplificazione di due variabili, età e titolo di studio, e l’adesione alla dimensione astratta delle determinanti della coesione sociale, oltre che della socialità: felicità, tolleranza, gioventù; rappresentano l’epilogo del più grande processo di istituzionalizzazione politico/identiario che sia in atto negli Emirati Arabi Uniti, ma sarebbe più opportuno dire, in tutti i Paesi Arabi ad oligarchia sunnita. Meno di un mese fa, infatti, l’Arabia Saudita mostrava all’occidente, il concreta della forma più elevata di “democrazia partecipativa” e di empowerment al femminile: le donne al voto. Che la stampa lo abbia definito come esempio di “evoluzionismo” e non già come propaganda autoreferenziale, poco importa. Ciò che desta stupore in entrambi i casi è l’improvvisa “rivendicazione” di genere/ identità politica ed altresì i tempi di simili interventi, che di fatto, coincidono con altre pratiche di “salvaguardia”. È forse un caso che si assista al medesimo processo di “ammodernamento” esterno dell’immagine pubblica dei governi oligarchici e retoricamente inclusivisti? Come interpretare le politiche interventiste degli Emirati Arabi in Siria? È un caso che le politiche anti-iraniane sfocino nell’ennesima forma di “tutela”? Perché i membri di una coalizione “anti-ISIS” dovrebbero mandare delle forze speciali per “aiutare i ribelli dell’opposizione siriana” a combattere l’ISIS? Quali ribelli? Inoltre, la retorica interventista prevede altresì, la riconquista della famigerata fortezza dei miliziani jihadisti: la città di Raqqa. Perché i confini coincidono con le rivendicazioni territoriali e identitarie degli alleati? Le forze speciali di Abu – Dahabi saranno dunque in prima linea e alla stregua di quanto già fatto da altri membri della coalizione “anti-ISIS”, forniranno “consulenze”, addestramento ed armi.

Analogie e differenze

Singolari a tal proposito due eventi comunicati dall’Agenzia Araba WAM [2], a tenore della quale, un tribunale degli Emirati Arabi Uniti ha condannato a morte 4 uomini. Capo d’accusa: essere sodali dello “Stato Islamico” e inneggiare alla propaganda attraverso l’uso delle “tecnologie”, nonché raccogliere finanziamenti per l’ISIS. Ora, sebbene gli imputati, come riporta l’agenzia, siano stati condannati e processati in contumacia, ciò che rende interessante la notizia è il processo di reclutamento ed addestramento cui sono stati sottoposti i “terroristi”. Pare, infatti, che i “sodali” del Califfato abbiano raggiunto la Siria e aderito ai rituali di “iniziazione” per poi tornare in patria. Ma il dato più interessante è da rintracciare nella nazionalità dei 4 uomini del gruppo, in realtà composto da 11 membri. Gli uomini condannati a morte, infatti, proverrebbero tutti dagli Emirati. Sorprendente la condanna alla pena di reclusione pari ad almeno 10 anni per il resto dei sodali. La Fonte, poi, cita altresì un fenomeno noto alla stampa. Ebbene, solo poche settimane fa i “media” raccontavano di un cargo boeing 747, che nella notte del 16 gennaio furtivamente e senza destare sospetto, dal “nostrano” aeroporto di Elmas (Cagliari) giungeva a Taif, con un carico di Bombe MK84 e Blu 109. Obiettivo: rifornire l’aviazione saudita ed ottemperare agli obblighi derivati dai “rapporti economici/politici/militari”. Per non venire meno all’asimmetria informativa ed all’imparzialità della notizia la medesima agenzia, in un nuovo comunicato, afferma che nella notte di sabato 14 febbraio, la coalizione Araba ha intercettato una nave cargo proveniente da Bandar Abbas, in seguito giunta a Gibuti e diretta al porto di Hodeidah in Yemen. Ebbene, secondo la fonti arabe, la nave “Memburt Cedro” trasportava materiale militare, e non gi come dichiarato aiuti umanitari e farmaci, apparecchiature dedite alla comunicazione, provenienti dall’Iran e pronte per alimentare le forme di contrabbando alle milizie filo-iraniane degli Houthi, si legge nel comunicato [3].

[1] http:// www. reset.it/ reset-doc/donne-nel-mondo-arabo-egitto-allultimo-posto-la-classifica-reuters-foundation

[2] http//: www.wam.ae/en/news/emirates/13952915899097.html

[3] http:// www.wam.ae/en/news/emirates/13952915904.html